Non ci sono più le mele di una volta

La pianura correggese si presta egregiamente alla coltivazione di mele, soprattutto a quella delle nuove varietà, talvolta tardive. Stiamo parlando delle varietà rosse, dalla colorazione non eccessivamente intensa e dalla pezzatura tutto sommato modesta. Sono finiti i tempi in cui il frutto doveva essere necessariamente di grande pezzatura: si è finalmente compreso che, nonostante l’occhio voglia la sua parte, non è assolutamente vero che la taglia della mela sia sinonimo di migliore qualità e maggior serbevolezza (l’attitudine dei prodotti agricoli a mantenere uno stato di buona conservazione per un certo tempo). Talvolta può essere vero addirittura il contrario, ma soprattutto va preso atto del fatto che la dimensione media è molto più pratica per il consumatore: la potremmo definire tascabile, trasportabile in ogni tipo di spostamento quotidiano. Sono anche nate le confezioni di mele in tubo da tre o quattro frutti. Toccare l’argomento delle mele di piccole dimensioni nel nostro territorio non può che portare al ricordo della storica “mela campanina”: una piccolissima varietà antica, di maturazione tardiva, di difficile colorazione, tanto che una volta raccolta veniva stesa sull’aia per permettere di completare il viraggio di colore a favore del rosso; è anche nota per la sua durezza, tanto che veniva utilizzata prevalentemente come mela cotta. Oggi fa parte del locale patrimonio di biodiversità e dei ricordi passati, visto che la sua tipologia di utilizzo è un po’ anacronistica. Le antiche varietà sono ora molto attuali, con una sorta di corsa alla riscoperta storica dei sapori del passato, sia a livello hobbistico che professionale. Il tutto in netto contrasto con cultivar di ultima generazione, fra le quali esistono addirittura quelle resistenti alla ticchiolatura, la più temuta malattia fungina del melo, che permettono di eliminare almeno dieci trattamenti fitosanitari l’anno. Questo non significa che queste diverse culture non possano tranquillamente convivere.

Un frutto al passo coi tempi

La mela può essere considerato il frutto simbolo della salute e dell’autunno. Simbolo della salute per le sue proprietà nutrizionali, che hanno anche ispirato il famoso proverbio legato ai benefici del suo consumo quotidiano. Simbolo dell’autunno per la sua tradizionale maturazione di fine estate e la sua facile conservabilità per un lungo periodo, anche in ambienti non specifici. La mela, oltretutto, è un frutto estremamente pulito e facile da portare con sè, adeguandosi perfettamente ai ritmi delle giornate intense e frenetiche dei giorni nostri. D’altro canto una mela in tasca o in borsa non occupa spazio e non si spappola, come al contrario potrebbe fare una drupacea (pesca, susina o albicocca): se presa a morsi, in un fugace ritaglio di tempo, non sgocciola. Tutte queste qualità unite alla sua dolcezza, piacevolezza e potere saziante fanno della mela il frutto ancora oggi più consumato nel nostro Paese. Ogni italiano mediamente ne mangia 18,5 kg l’anno, con una tendenza che però è in calo rispetto ai 26,20 kg pro-capite di trent’anni fa. A titolo di curiosità, si consideri che il secondo frutto più consumato in Italia è l’arancia, con 12,41 kg medi per persona in un anno, seguita dall’anguria con 9,20 e dalla banana con 8,10: quest’ultimo risulta essere un valore significativo poiché si tratta di un prodotto non autoctono, che stride con la crescente sensibilità verso il chilometro zero e la conservazione naturale dei prodotti. E proprio a proposito di chilometro zero è il caso di sottolineare che anche nel correggese la coltivazione del melo è in espansione, grazie anche all’introduzione di nuove varietà particolarmente adatte ai territori di pianura, nei quali riescono ad esprimere prelibatezza, aromi, croccantezza e conservabilità. Oltretutto la mela oggi è certamente un frutto che permette di adottare con successo le tecniche di una difesa a basso impatto ambientale con una relativa garanzia di salubrità maggiore.

 

Il melo, albero adorabile, da frutto e da ornamento

Il melo è una delle piante più diffuse al mondo, facile da coltivare ed estremamente generosa dal punto di vista produttivo. Una delle operazioni colturali più importanti nella frutticoltura specializzata è il diradamento, che consiste nell’eliminazione di alcuni fiori allegati, generalmente troppo abbondanti, per creare un adeguato spazio di crescita fra i frutticini. Allo stesso tempo è una pianta elegante sia nella sua forma classica vigorosa, maestosa ed ingombrante che in quella di taglia bassa, più moderna ed adatta ad una raccolta da terra. Entrambe possono tranquillamente entrare a far parte di un giardino e regalare le straordinarie evoluzioni che si susseguiranno nel corso della stagione: la spettacolare apertura dei fiori bianchi contornati di rosso nel mese di aprile, un ricco e vivace fogliame per tutto il periodo primaverile-estivo ed un elegante viraggio della colorazione dei frutti ad inizio autunno.

In questo periodo ci stiamo avvicinando all’inverno, momento ideale per la messa a dimora di un melo da giardino poiché in pieno riposo vegetativo, che permette di non arrecare stress alla pianta. Questa potrà anche essere a radice nuda, come si fa nell’arboricoltura specializzata, e non necessariamente in zolla. Una messa a dimora invernale è fondamentale per darle tempo di assestarsi al meglio al terreno, smosso per la formazione della buca, e la sua richiusura. Poi sarà necessario, in assenza di piogge, non far mancare vitali irrigazioni alla ripresa vegetativa. Se adotterete varietà attuali, portinnesti modesti e forme d’allevamento libere e naturali, non saranno necessari grandi spazi e la pianta sarà pienamente gestibile, anche nella raccolta, da terra.

Condividi:

Rubriche

Torna in alto