Noi reggiani, teste quadre: sapete perché?

Lo spiega il libro Arsan di Luciano Pantaleoni

Quanto mi piace guardare il pubblico e studiarne le reazioni lì proprio lì, davanti a me, mentre recito o leggo! È un’esperienza davvero unica, privilegiata l’osservare le espressioni del viso, il luccichio degli occhi se proprio piangere devono o udirne le risate e i cenni di approvazione e partecipazione a quanto accade e viene detto nella finzione del palcoscenico o nella verità della lettura.

Domenica 17 ottobre, alla presentazione del libro di Luciano Pantaleoni dal titolo ARSAN, sottotitolo Testi Quedri, non ho potuto osservare i visi del pubblico nella meravigliosa cornice del Cortile del Palazzo dei Principi, ma li ho sentiti ridere e partecipare con il linguaggio del corpo alla lettura del testo. La mascherina c’era e non mi ha impedito di cogliere sguardi curiosi, interessati e coinvolti fino alla risata a mano a mano che venivano letti brani, proverbi, detti sagaci, o volgarmente espliciti: frutto delle ricerche di Luciano e nostro patrimonio.

Tutti noi reggiani siamo lì davanti allo specchio e in particolare noi correggesi, in ARSAN, e ci piace ritrovarci così come ci descrive l’autore. Certo veniamo illustrati con un linguaggio, il dialetto, dal quale ci siamo allontanati, per smania di modernità o per un distorto desiderio di affrancarci da un passato faticoso, di ristrettezze e miseria, da riporre con simpatia ma a distanza, in un cassetto. È sufficiente però leggere le prime pagine di questo libro, che non vuole essere nostalgico, per renderci conto tuttavia di quanta saggezza, semplicità, originalità e senso d’appartenenza alla nostra comunità risuona nei proverbi, nei modi di dire, nelle storie, nei detti in dialetto che Luciano ha raccolto con pazienza e passione.

Si parte da come i nostri vicini delle province di Modena, Parma e Mantova ci vedono, per poi entrare in un mondo nostro, reggiano, dove emergono i tratti più significativi del nostro carattere, la cordialità e la gentilezza, il buon senso e la laboriosità (testi quedri, vale a dire, secondo le diverse interpretazioni anche e soprattutto “umili, caparbi e determinati”), poi si passa al lavoro, all’amore, al modo di parlare e infine sono i comuni della provincia a diventare i protagonisti.

I nostri modi di dire, la “parleda”, non nascondo possano sembrare ad una prima lettura anche imbarazzanti per il modo così esplicito e carnale in cui vengono espressi, ma l’ironia, altro tratto messo in evidenza dai racconti e dai detti raccolti, trasforma anche l’espressione diremmo oggi più volgare, parte integrante e vivissima del nostro dialetto, in una lingua spontanea, genuina e la spoglia dal significato letterale delle parole per renderla assolutamente originale ed espressiva.

Il direttore di Telereggio, Mattia Mariani, ha degnamente fatto (mi perdoni l’espressione) da spalla a Pantaleoni, nella presentazione, ricca di aneddoti e ghiotte frasi in dialetto. Tra una domanda al Sindaco Ilenia Malavasi e all’autore, ho avvertito complicità e attenzione da parte di chi era lì presente, davanti a noi, o perché incuriosito dal tema o perché già a conoscenza della passione di Pantaleoni per il passato prossimo di tutti noi. Un passato “quasi dimenticato”, ma talmente vivo e ricco di storie, di saggezza, di ironia e creatività, da chiedersi: perché è andata così? Il fine tessuto si è lacerato, perché non ricucirne i lembi?

 

Donatella Zini, regista del Gruppo Teatrale di Mandriolo, ha letto al pubblico, nel corso della presentazione, alcuni passi del libro.

Arsan è stato recensito da Marco Belpoliti, scrittore e giornalista di origine reggiana, sulla rivista online “Doppiozero” (www.doppiozero.com/materiali/teste-quadrate-paesaggio-e-carattere)

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