Noi qui ci sentiamo al sicuro

Voci dalla Residenza per Anziani "Le Robinie"

Il Covid ha fatto emergere con forza la nostra condizione di fragilità, ha colpito tutti ma non in ugual modo poiché diverse erano le condizioni di partenza. Ci siamo riscoperti nella nostra condizione di esseri sociali, il contatto e le relazioni sono divenuti veri e propri bisogni primari. Coloro che sono più deboli, anziani, malati o affetti da disabilità, oltre a essere stati talvolta colpiti in prima persona dalla malattia, hanno purtroppo sofferto molto a causa del distanziamento e dell’isolamento sociale.

Le Case Protette (oggi Residenze per Anziani ndr) hanno affrontato e stanno affrontando un periodo particolarmente complesso, anche con riflessi mediatici, sia dal punto di vista sanitario e clinico-gestionale, sia soprattutto perché la vita di tutti i giorni è stata stravolta. Queste strutture rappresentano per gli anziani che le abitano e per i loro cari una nuova dimensione di vita, nella quale non solo ricevono cura e assistenza sanitaria ma soprattutto possono tenere vive le proprie capacità sociali e relazionali residue, sentendosi al contempo meno soli. Non vogliamo affrontare oggi tutto ciò che non ha funzionato, le carenze, le difficoltà; sarà necessario in seguito riflettere sul sistema dei servizi alla persona come li conoscevamo prima della pandemia. Oggi però vorremo dare voce a chi ha vissuto questo ultimo anno in trincea: abbiamo incontrato e intervistato gli operatori, gli ospiti e i familiari de “Le Robinie”, residenza gestita dalla Cooperativa Sociale Ambra di Reggio Emilia, in parte accreditata e in parte privata.

Mauro è ospite della struttura da quattro anni, dopo un lungo ricovero ospedaliero e un intervento di amputazione delle mani e delle gambe, insieme ai figli ha scelto le Robinie: ha iniziato a lavorare a 16 anni da Goldoni ed è rimasto in azienda per oltre 30 anni, fino alla pensione; 3 figli, la passione per la musica. Una volta in pensione si è dedicato al volontariato: faceva il catechista e il volontario in un circolo sociale e culturale. «Ho avuto una bella vita, non rimpiango nulla, solo di non aver seguito la mia passione per la musica» sottolinea tradendo un filo d’emozione. «Io qui mi trovo bene – aggiunge Mauro – ho bisogno di assistenza e aiuto in tutto, e il personale mi supporta. Cosa è cambiato con il Covid? Fino ad oggi, non abbiamo avuto problemi in questa struttura, abbiamo vissuto con attenzione, il personale indossa e ha sempre indossato la mascherina però non possiamo più uscire e incontrare i nostri cari, possiamo solo farlo con il tablet e attraverso il vetro, ma non è la stessa cosa. A volte ci annoiamo un po’ perché non può più entrare nessuno, i volontari, le corali per fare festa. Ho fatto il vaccino e spero proprio di tornare come prima, vorrei poter organizzare una bella festa con musica e balli».

«Abbiamo cercato di fare di tutto per non far sentire la mancanza dei familiari – ci racconta Olah Claudiu, operatrice socio santitaria (OSS) con più di dieci anni di esperienza – la cosa che più dispiace è vedere gli ospiti intristiti per questa condizione di isolamento. Abbiamo provato a infondere tranquillità, raccomandando estrema attenzione, seguendo tutte le procedure e facendo indossare i DPI (dispositivi di protezione individuale ndr); non è stato facile ma la nostra forza è ed è stata l’equipe di lavoro, ci siamo supportati a vicenda nei momenti difficili».

«All’inizio avevamo paura – aggiunge la collega Nunzia Tarantino, anche lei OSS con esperienza ventennale – paura per i nostri familiari, per noi, per gli anziani. Siamo stati molto attenti e scrupolosi, abbiamo sempre seguito le indicazioni, usando la mascherina e tutti i DPI, anche se è molto faticoso lavorare in questo modo. Questo ha infatti aggiunto ulteriore distanza con gli anziani che hanno già dovuto rinunciare alle loro abitudini e che possono vedere i loro cari sono attraverso il vetro. È stato difficile far capire loro il perché non potessero vedere i familiari, abbiamo cercato di fare del nostro meglio ma ovviamente non possiamo sostituirci agli affetti».

«Io e i miei fratelli abbiamo vissuto l’emergenza Covid molto male – spiega Katia figlia di un ospite –  i sentimenti prevalenti sono stati ansia e paura, abituati come eravamo a venire a trovare il papà tutti i giorni… Quello che ci preoccupava di più era la possibilità che ci potesse essere un focolaio e che il papà potesse essere trascurato, ma devo dire che fortunatamente è stato ben assistito e coccolato da tutti gli operatori. Ci è mancato il contatto fisico, gli abbracci, le domeniche a messa e poi il pranzo insieme, i sabati con gli amici e i parenti. Vorrei tanto poter riprendere a fare le cose “normali”, poter portare il papà a fare una passeggiata in centro e trascorrere del tempo insieme». «Siamo concordi con quanto dice Katia, la cosa che più ci è mancata è il contatto fisico con nostra madre e l’impossibilità di uscire con lei, non vediamo l’ora di poterla riaccompagnare al suo appuntamento al bar, con le amiche»: Rita e Marco sono i figli di Anna, entrata in Struttura qualche mese prima dell’inizio della pandemia,  «nonostante la paura siamo contenti della scelta fatta, i medici e tutto il personale hanno garantito l’osservanza delle misure di prevenzione e protezione ma soprattutto hanno risposto alle nostre domande e alle richieste di assistenza, cura e continuità nella riabilitazione. A casa avremmo avuto bisogno di aiuto esterni e non avremmo avuto tutte le competenze e i supporti necessari».

Anna Maria racconta con orgoglio la sua vita di donna lavoratrice, mamma e moglie; ha due figli, uno dei quali nato in Svizzera quando con il marito si sono trasferiti per lavoro. «Qui, per ora, non abbiamo avuto la malattia, mi sento sicura, sono tutti molto attenti, portano tutti la mascherina – ci racconta – è difficile non poter uscire, io prima andavo al bar con mia figlia, la domenica andavo a pranzo da mio figlio, mi sentivo come a casa. Non voglio andare a casa, io qui sto bene, mi sento protetta ma vorrei poter tornare ad andare a prendere il caffè e a fare una passeggiata con mia figlia».

Il 4 febbraio è terminato il secondo ciclo di vaccinazione (Pfizer-BioNTech), il 100% degli ospiti e del personale della Struttura ha effettuato il vaccino, questo è un bel segno di speranza per poter tornare a una quotidianità fatta anche di incontri e relazioni, ma per ora non ci sono modifiche nei protocolli, bisogna continuare a rispettare distanziamento e usare i DPI.

Cooperativa Ambra esprime un doveroso e profondo ringraziamento ai Medici di Struttura, Tiziano Crotti e Francesca Crotti, per la professionalità e la disponibilità dimostrate, che sono andate ben oltre quello che richiedeva il loro ruolo, così come intende ringraziare la Coordinatrice Linda Leoni e tutta l’equipe di lavoro delle Robinie per l’impegno e l’abnegazione profusa nei confronti degli ospiti della Struttura.

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