Noi giornalisti, ieri, oggi… E domani

Michele Smargiassi, modenese, ha lavorato per qualche anno al giornale L’Unità, per poi passare a Repubblica, dove è inviato. Ha curato numerose inchieste e cura il blog Fotocrazia. Ha scritto diversi libri. Per Primo Piano ha preso parte come docente al corso di giornalismo rivolto agli studenti del Liceo Rinaldo Corso da noi organizzato tra il 2018 e il 2019.

 

Avevo un metodo infallibile per divertire gli studenti in visita alla redazione del mio giornale: raccontavo in che modo si svolgeva il mio mestiere di giornalista quando iniziai a farlo, quarant’anni fa. Tutta una cosa di macchine per scrivere sobbalzanti, telescriventi sferraglianti, telefoni attaccati al tavolo con un filo, letterine di piombo incandescente colato negli stampi… Mi guardavano come io alla loro età avrei guardato Garibaldi se lo avessi incontrato: ma come, hai visto quelle cose antiche e sei ancora vivo?

Poi smisi di farlo, perdendo un po’ di appeal, perché mi accorsi che quel modo di sottolineare il cambiamento radicale del mio mestiere rischiava di dare l’idea che è stata la rivoluzione degli strumenti a cambiare il giornalismo. Che è vero, ma solo come precondizione di altre meno appariscenti ma più inquietanti rivoluzioni.

Il giornalismo non è cambiato. La sua missione è quella di sempre: fornire al lettore, che non avrebbe tempo e strumenti per farlo da solo, accesso a informazioni verificate sugli eventi del mondo, in modo che da cittadino possa prendere decisioni consapevoli sulla propria vita e su quella collettiva. Gli strumenti tecnologici che abbiamo oggi a disposizione, la gigantesca connettività di Internet, l’accesso immediato a una enorme disponibilità di dati, possono ancora servire allo scopo, anzi: a raggiungerlo meglio di una volta.

Ma la tecnologia è un’arma a doppio taglio. Può essere usata per migliorare la qualità. O per aumentare il potere di controllo e i profitti. Il primo impatto è stato rendere superflue molte mansioni della catena di lavoro giornalistico: prima quelle tecniche, proto, correttori di bozze, linotipisti, dimafonisti, nomi strani di cui si è perso addirittura il significato; ovviamente, lasciando senza lavoro chi le svolgeva. Poi è toccato ai giornalisti. Non tanto perché il lavoro di ricerca delle notizie e di scrittura sia rimpiazzabile con un software (stiamo arrivando anche a questo), quanto perché “la gente non legge più i giornali ma sta su Internet”.

C’è una versione punitiva di questo luogo comune: giornali e giornalisti sono stati troppo ossequienti ai poteri, hanno mentito, hanno tradito i lettori che li hanno puniti non comprandoli più. C’è del vero: il giornalismo ha le sue colpe. Ma non sempre, non ovunque. E ha anche il merito di aver aiutato questo paese a non farsi del tutto prendere per il naso da potenti e prepotenti. Due illustri colleghi nonché miei concittadini modenesi, Arrigo Levi e Vittorio Zucconi, recentemente scomparsi e mai abbastanza rimpianti, potrebbero dirlo con più coscienza di causa di me. No, la gente, se vogliamo usare questa parola insulsa, non ha smesso di informarsi. Semplicemente cerca informazioni su altri canali. Convinta di avere a disposizione, ora, tutte le informazioni possibili, direttamente, senza intermediari. È comune a molti tecno-euforici sostenere che ogni lettore adesso è una testata giornalistica individuale, una redazione con un unico giornalista, che compone in piena libertà il proprio palinsesto di notizie. A volte le cerca ancora sulle pagine Web delle testate tradizionali. Ma non più come prima, leggendolo dall’inizio alla fine, arrivandoci per caso, con un link di un amico su Facebook, o una ricerca su Google.

Questo significa che oggi il formato del medium è esploso, che schegge di informazione viaggiano in Rete e arrivano sparse ai lettori senza passare per quella splendida macchina di organizzazione delle conoscenze che è un giornale, in cui tutte le notizie dovrebbero dialogare fra loro, spiegarsi le une con le altre.

Meglio così, no? Questo sostiene la teoria della disintermediazione: “liberarsi della tirannia dei guardiani delle notizie”, che bello non avere più bisogno che qualcuno selezioni le informazioni per me, so farlo da solo e meglio.

È davvero questo che accade? Davvero siamo meglio informati che nel vecchio schema? Di quante ore è fatta la nostra giornata? Quante ne possiamo dedicare alla ricerca delle notizie, al confronto, alla verifica? Due, tre ore? Neanche il più appassionato consumatore di informazione ne ha tante a disposizione. Abbiamo tutti un lavoro, una vita, una fidanzata o un fidanzato, figli, voglia di fare un giro in bici.

La redazione di un grande giornale ha (forse è meglio dire aveva) centinaia di giornalisti: professionisti specializzati che cercano, verificano, selezionano e sintetizzano le notizie per proporle al lettore in un formato che questi abbia il tempo e le capacità per utilizzare.

Certo, significa fidarsi. A volte, vedere tradita questa fiducia. Ma l’alternativa è peggiore. Non la fine dei mediatori ma la sostituzione, inconsapevole e quindi ancora più ingannevole, di mediatori palesi, responsabili e verificabili, con mediatori occulti, invisibili e interessati. Gli algoritmi che decidono quali sono i primi siti che vedremo quando googliamo in cerca di qualcosa. Quelli che spiano i nostri interessi e rubano le nostre identità per profilarci e venderci merci su misura.

Le testate tradizionali intanto perdono lettori, diventano deboli pedine di un gioco di scambio, concentrazioni editoriali, manovre con obiettivi che non sono la libertà di informazione. Per essere alla fine, semplicemente soppresse. Qualcuno le rimpiangerà?

Bene, forse non siamo ancora del tutto caduti nel baratro. Nei primi mesi della pandemia di questo 2020 da dimenticare c’è stato un imponente, imprevisto ritorno dei lettori ai siti dei media tradizionali. In un momento in cui l’ansia per noi stessi e i nostri cari hanno bussato forte alle nostre porte, ci siamo resi conto che da una buona informazione può dipendere la nostra qualità di vita e perfino la nostra stessa sopravvivenza. E le fake news che allegramente abbiamo contribuito troppo spesso a rilanciare (“tanto, che male fa?”, “sì è una bufala ma è divertente / sembra vera / mi va bene così”) ci sono almeno per qualche tempo apparse quel che sono: armi improprie di una guerra fatta contro di noi.

Una gigantesca battaglia è in corso fra corazzate multinazionali, vecchie e nuove.

I produttori di hardware, i gestori di piattaforme hanno capito che il vero padrone dell’enorme business della Rete non è solo chi gestisce i canali e gli algoritmi, ma chi gestisce i contenuti. E vogliono appropriarsi dei contenuti, strappandoli a chi finora li ha prodotti: i media tradizionali. I giudici di questo match sono i lettori. Negli incontri con i ragazzi delle scuole mi commuovo quando un ragazzo mi dice che vuole fare il giornalista da grande, perché pensa sia un mestiere che può rendere il mondo un posto un po’ migliore. Gli rispondo, rischiando di deluderlo, che ci saranno buoni giornalisti solo fino a quando ci saranno buoni lettori. Dove ci sono buoni lettori c’è libertà. La decisione è nelle loro mani.

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