Noi, faccia a faccia col covid

Concludiamo il racconto dei nostri operatori sanitari

Ultimo appuntamento con le testimonianze del personale medico ed infermieristico del San Sebastiano durante il periodo Covid: parliamo di un reparto particolare, l’Unità Internistica Multidisciplinare. Cominciamo con Valentina, neurologa. «Ai medici ambulatoriali è stata chiesta disponibilità, su base volontaria, all’esecuzione di attività necessarie ma differenti dalle nostre normali mansioni. Il Responsabile della UIMD, in difficoltà a causa della redistribuzione di diversi medici (in particolare 2 pneumologi e un infettivologo), mi ha chiesto di entrare temporaneamente a far parte del suo organico, per cui la scelta della mia collocazione è stata quasi “naturale”.

Conosco da diversi anni i colleghi e l’ambiente: dare una mano mi è sembrata da subito la decisione giusta. Ovviamente non senza alcune preoccupazioni, dalla paura per i familiari a casa fino alla consapevolezza di non essere specificamente formata per svolgere la professione internistica, una disciplina complessa e molto varia, per cui si è trattato anche di mettermi in gioco come medico. Inizialmente ho effettuato le tante attività burocratiche (lettere di trasferimento e dimissione, richieste di esami), in modo da sollevare il più possibile i colleghi e permettere loro di dedicarsi alle attività diagnostiche dei tantissimi pazienti che si avvicendavano in reparto.

Con il susseguirsi delle settimane ho cominciato a condividere anche il giro visite, che mi ha permesso un arricchimento dal punto di vista umano e professionale. Una delle attività che ho mantenuto è stata quella di chiamare i familiari dei pazienti per aggiornarli riguardo le loro condizioni cliniche: in un periodo così peculiare, che ha visto cambiare radicalmente anche le modalità di ospedalizzazione (in primo luogo l’impossibilità di essere vicini ai propri cari), mantenere un contatto con le famiglie era necessario e molto coinvolgente dal punto di vista emotivo.

Inizialmente non avevamo a disposizione i tablet per effettuare le videochiamate e spesso i pazienti (in particolare i più anziani) non sapevano usare nemmeno il cellulare: ci siamo trovati a “impacchettare” alla meglio i nostri cordless per poter far parlare anche solo pochi minuti pazienti e familiari, assistendo a scene davvero molto toccanti. Credo che la gratitudine negli occhi e nelle voci di quelle persone sia una delle cose che mi ha dato conferma della correttezza della scelta fatta. Ogni persona, ogni gesto in quel momento era necessario per qualcuno».

Concludiamo con Simona, Case manager in Unità Internistica: «sono un’infermiera che si occupa delle uscite; intervengo in particolar modo quando c’è la necessità di una dimissione protetta di un paziente. All’inizio ci siamo accorti di avere pazienti positivi in reparto, ma erano arrivati per altre patologie e a Correggio non pensavamo ad un incremento così esponenziale di casi.

Ricordo i primi giorni di marzo: ad ogni turno avevamo istruzioni nuove, procedure diverse che cambiavano continuamente; le nostre certezze operative vacillavano, condizionate dall’evolversi della situazione. Con l’apertura di ospedali espressamente Covid, come Reggio e Montecchio, abbiamo ricevuto richieste di disponibilità ad essere spostati in reparti diversi: nel mese di marzo abbiamo smesso di dormire in tanti!

Abbiamo aspettato con ansia l’esito dei tamponi, tenendo isolati i pazienti in attesa, surreale! Abbiamo cambiato il modo di relazionarci tra colleghi: prima si scambiava sempre qualche parola nei corridoi, invece nel periodo caldo arrivavi al mattino ed andavi nel tuo reparto, chiuso fino alla fine del turno, con massima concentrazione tutto il giorno; questo contesto è durato fino ai primi giorni di aprile, quando abbiamo dimesso tutti i pazienti Covid nel nostro reparto.

Un altro cambiamento è stato il modo di relazionarci con i parenti e gli assistenti sanitari: prima facevamo un colloquio per organizzare le dimissioni, poi d’un tratto si è svolto tutto telefonicamente, è stato diverso e più difficile. Non avrei mai pensato di arrivare ad una situazione del genere, se me lo avessero detto prima non ci avrei creduto».

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