Noi, faccia a faccia col covid

La dura prova dei sanitari del nostro ospedale

La situazione, dal punto di vista sanitario, è sicuramente migliorata rispetto a pochi mesi fa (in ospedale a Correggio oggi non ci sono casi di positività tra i degenti) ed è per questo che abbiamo chiesto ad alcuni operatori del nostro distretto di raccontarci la loro storia, le sensazioni che hanno avuto ed il modo in cui hanno affrontato le varie criticità che si sono presentate loro. Storie diverse, sempre correlate da un unico scopo: svolgere al meglio delle loro possibilità il proprio lavoro. Una chiacchierata per far conoscere i loro punti di vista e il loro ruolo all’interno dell’ospedale San Sebastiano di Correggio e nell’ospedale Covid di Guastalla.

Cominciamo con Emanuele Conte, responsabile infermieristico dell’unità operativa del reparto di neurologia: «Abbiamo riscontrato casi di positività su pazienti già ricoverati per altre patologie e grazie all’intuizione dei nostri medici siamo riusciti ad effettuare i tamponi e curarli.

Ricordo all’inizio una grande difficoltà: non essendo un ospedale Covid non eravamo preparati a trattare questi pazienti, poi verso la fine di marzo siamo riusciti a preparare adeguatamente il reparto, dividendo la parte infetta da quella “pulita”. La situazione era inedita per tutti. Dopo un mese di isolamento è emerso lo sconforto dei pazienti ed anche i parenti stessi, non potendo vederli, erano a disagio, ma grazie alle videochiamate la situazione è migliorata.

Vorrei parlare del personale: i ragazzi hanno reagito molto bene, abbiamo fatto turni di 10-12 ore per spostare i pazienti ed adeguare il reparto. Fino al giorno prima di scoprire le prime positività ci si comportava con i pazienti in modo tradizionale: questo ha portato ad alcuni casi di positività nel nostro personale e a quel punto è sopraggiunto un po’ di sconforto in tutti noi, le forze lavoro sono diminuite ma ci siamo aiutati dall’interno.

L’ospedale di Correggio ha attuato una forza collaborativa tra reparti che è stata incredibile! Vorrei dare una nota di merito ai nostri fisioterapisti e logopediste che, durante la carenza di infermieri ed oss, si sono offerti di dare una mano: non finirò mai di ringraziarli.
Durante la fase acuta si è cercato di tutelare al meglio operatori e pazienti, facendo attenzione a non trascurare nessun aspetto terapeutico: per la tipologia dei nostri pazienti era impossibile ridurre al minimo l’assistenza e credo che questo abbia fatto la differenza! Ora stanno tutti bene.
Sono convinto che anche in futuro non si potrà fare a meno di mascherine, occhiali e camici. Se dovesse esserci un’altra ondata forse un ricambio di personale maggiore aiuterebbe, ma va detto che la nostra azienda ha sempre garantito il personale sufficiente».

Proseguiamo con Maurillo Farina, coordinatore dei tecnici fisioterapisti e logopedisti. «La mia preoccupazione maggiore è stato proprio il fatto di avere pazienti con patologie già molto gravi: se si fossero ammalati di Covid forse non ce l’avrebbero fatta. Dopo di che il mio pensiero è andato al personale: non sapevamo se avremmo portato a casa la malattia ai nostri familiari e questo ha creato un po’ di panico. Ci siamo concentrati sull’utilizzo dei dispositivi di protezione adeguati, cercando di eseguire le direttive che ci venivano date, che erano sempre in evoluzione.

I racconti dei nostri colleghi di Guastalla non ci aiutavano, anche se sapevamo che la situazione da loro era molto più pesante rispetto alla nostra. Credo che siamo stati bravi all’interno dell’ospedale a contenere l’agitazione degli operatori, cercando di non diffondere all’esterno quello che succedeva in modo che la loro concentrazione fosse sulla situazione lavorativa. Ad un certo punto sono andato volontariamente a Guastalla a dare una mano, per due motivi: in primis per rendermi conto della situazione, poi perché pensai che, essendo coordinatore, se mi fossi esposto in prima persona altri avrebbero potuto seguire il mio esempio.

Fortunatamente il gruppo di colleghi di Guastalla è riuscito a gestire tutto internamente, anche perché l’organizzazione era tarata dall’inizio essendo un ospedale designato Covid, mentre quello di Correggio ha registrato alcuni casi di positività  lo è diventato solo in un secondo momento. La sospensione al 90% dell’attività ambulatoriale mi ha permesso di concentrarmi meglio sulla sicurezza e sulla cura dei pazienti ricoverati. Spero che, passata l’emergenza, non ci si dimentichi di noi e dell’importanza di svolgere al meglio il nostro lavoro».

Concludiamo con Giuseppina Bianchi, conosciuta da tutti come Pinuccia, responsabile delle professioni sanitarie dei reparti di riabilitazione motoria e respiratoria. «Inizialmente da parte mia c’è stata molta curiosità su come cercare di arginare il contagio: essendo coordinatrice di un reparto di riabilitazione respiratoria, sapevo che potevo essere chiamata in campo a breve e questo è successo. Mi sono subito resa disponibile per liberare dei posti letto interfacciandomi con i colleghi di Reggio, ma questo subito non è successo.

Poi ho saputo che i colleghi di Guastalla stavano cercando di aumentare i posti letto: conoscevo le loro difficoltà e “friggevo” perché non potevo fare molto per aiutarli; peraltro sono a Correggio da 12 anni ma professionalmente è la che ho cominciato e ho sempre tenuto nel cuore l’ospedale e i miei ex colleghi. All’improvviso mi hanno detto che a Guastalla c’era bisogno di me: pur di aiutarli sarei andata anche a fare le pulizie. Appena arrivata ho cominciato a darmi da fare, aiutando il personale ad allestire il quarto reparto nuovo, allora completamente vuoto.

Ho fatto portare tutto il necessario: letti, strumentazione, sedie e scrivanie; la sera stessa ci siamo attivati. La cosa che mi ha veramente spiazzata è stato il dover organizzare un gruppo di lavoro a me sconosciuto: da Correggio mi hanno seguita quattro infermieri ma anche loro inizialmente hanno avuto difficoltà, essendo in un posto di lavoro diverso dal solito. Anche se i primi giorni sono stati spaventosi per tutti, il gruppo si è dimostrato eccezionale.

Ci ha aiutato l’esperienza dei colleghi che avevano già cominciato a gestire il Covid, dandoci informazioni e direttive sul modo di lavorare; nessuno si è tirato indietro. Il mio ruolo era di addestrare i nuovi infermieri: gli raccontavo che la paura aveva tolto il sonno anche a me, cercando di trasmettergli vicinanza in una situazione così grave. La mia determinazione ha fatto sì che tutto il personale mi seguisse. Dicevo due cose agli operatori appena arrivavano: la prima era di salvaguardare la loro sicurezza emotiva e sanitaria; la seconda era di ricordarsi che i pazienti che arrivavano erano lontani dai loro cari ed avevano bisogno di sostegno psicologico da parte nostra.

Ricordo un paziente sordo di 93 anni: avendo le mascherine diventava molto difficoltoso comunicare con lui, sapeva che aveva avuto il Covid ma stava bene e gli abbiamo detto che il giorno dopo sarebbe andato a casa; per tutelarlo abbiamo spostato il suo compagno di stanza che versava in una situazione molto grave.

Nella notte ha percepito che il paziente accanto a lui era deceduto e pensava che sarebbe stato il prossimo: ha pianto per tutta la notte; poi, il mattino dopo, la stanza è stata sanificata così sono entrata, mi sono abbassata la mascherina dicendogli che stava bene e sarebbe andato a casa.

Ha cominciato a piangere di gioia e ha cercato di abbracciarmi, ma non poteva. Quando poi sono tornata qui a Correggio ho dovuto cambiare approccio: a Guastalla abbiamo plasmato un gruppo di lavoro nuovo nato per l’esigenza, invece qui avevamo un modello di lavoro collaudato che ho dovuto integrare incontrando più difficoltà, pur sapendo che la situazione era molto più leggera rispetto a Guastalla».

Un ringraziamento particolare da parte di tutti gli intervistati va a Claudia, coordinatrice del reparto Unità Internistica Multidisciplinare, che ha dato un aiuto organizzativo enorme. Se un giorno riusciremo a fermarla per 10 minuti (impossibile) proveremo ad intervistarla.

Non saremo mai davvero pronti per un eventuale ritorno dell’epidemia, ma potremo contare sull’esperienza di queste persone che hanno aiutato in maniera professionale e splendida tante persone a cavarsela in una situazione nuova e surreale per il nostro territorio.

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