Nel vino sta la verità. E basta fandonie!

Hanno fatto di tutta l’erba in fascio. Questo potrebbe essere in estrema sintesi il giudizio ad un servizio di una nota trasmissione televisiva, andato in onda il 17 dicembre scorso, che ha puntato il dito sul mondo vitivinicolo disegnandone una caricatura non certo edificante. Ovviamente il settore, compreso quello del nostro Lambrusco, ne esce innanzitutto bastonato, vista la presunta autorevolezza della trasmissione, ma anche profondamente offeso. Purtroppo gli ascolti televisivi, in questo caso il 9,7% di share (1,78 milioni di telespettatori), sono troppo spesso legati al livello di sensazionalismo degli argomenti proposti: questa ricerca dello scandalo ad ogni costo rende talvolta evidente l’artificiosità e l’incompletezza del racconto. Il servizio, intitolato “Piccoli chimici”, ha parlato di viticoltura ed enologia. Affrontando il tema della vinificazione, sono state descritte delle pratiche enologiche perfettamente legali, chiarificazione e filtraggio per esempio, senza distinguerle con chiarezza dalle sofisticazioni. Queste, pur esistendo da sempre, per fortuna non rappresentano la norma: ciò andava come minimo specificato, a difesa delle aziende vinicole serie e corrette che in questo modo sono invece state messe alla berlina. È stato proposto un messaggio molto distorto, qualcosa come “il mondo del vino è molto malato ed il vino è tutto sofisticato”. Se, per esempio, parlando di mosto concentrato rettificato (il nome corretto di questo prodotto che si ottiene anche nelle nostre cantine), si dimentica di specificare che stiamo parlando di un particolare tipo di mosto ottenuto da uve da vino, sembra che si voglia far credere che il vino contenga chissà quali intrugli. La chimica è certamente alla base dei processi di vinificazione: guai se così non fosse, visto che vinificare è l’arte di dar corso a processi chimici naturali, controllandoli e gestendoli in modo da ottenere il prodotto desiderato. A chi ha realizzato il servizio, purtroppo, non è passato per la testa di parlare del livello di eccellenza del vino italiano, di quale sia stata la crescita qualitativa che i nostri vini hanno raggiunto e che continuano a perseguire anno dopo anno. Si poteva citare l’esempio del Prosecco: il vitigno con cui viene prodotto, denominato Glera, non più di una decina d’anni fa era persino disprezzato dai suoi stessi produttori; essi hanno però avuto la capacità, la forza e la caparbietà di esaltarne le caratteristiche, fino a renderlo il vino più bevuto e conosciuto al mondo. Addirittura passando per il suo annacquamento, visto che l’aggiunta di seltz per creare lo Spritz è sostanzialmente questo, hanno creato ed esportato una moda ed una notorietà del tutto unica. Moda e notorietà che, se non fossero supportate da una vera qualità, non avrebbero avuto un riscontro così massiccio e longevo. Analogo discorso si potrebbe fare per il nostro Lambrusco, che ha saputo crescere di qualità e notorietà proprio grazie ai livelli di eccellenza che ha saputo raggiungere, nonostante sia un vino prodotto prevalentemente in territorio di pianura, che il servizio televisivo ha denigrato. Certo, anche nel settore vinicolo, come in tutti del resto, si possono riscontrare delle contraffazioni, ma descrivere solo quelle, come la Rai ha fatto, equivale a far vedere solo la faccia più brutta di una medaglia stupenda. Il servizio, nella sua parte conclusiva, ha sconfinato nel racconto di una vecchia vicenda di frode sulla coltivazione del Glera, puntando il dito sull’inadeguatezza dei controlli e dei controllori del settore. In pratica c’è n’è stato per tutti, consumatori compresi: anche i telespettatori, se hanno saputo ben interpretare le interviste, non possono certo avere apprezzato l’essere descritti come passivi degustatori, incapaci di avere un’opinione propria del calice di vino sorseggiato, visto che i sentori percepiti devono andarseli a leggere in etichetta. Anche su questo fronte il “servizio” sul vino ha fatto un buco nell’acqua, anzi, nel vino.

Un esperto anonimo

Purtroppo il pulpito dal quale viene pronunciato il sermone molto spesso conferisce autorevolezza al discorso, ancor più che il contenuto dell’arringa stessa. In effetti, la credibilità del conduttore dell’inchiesta è scesa notevolmente quando ha specificato che il grado zuccherino dell’uva è responsabile del tasso alcolemico del vino. Sarebbe stata opportuna una rettifica da parte degli autori, poiché il termine alcolemico è riferito alla concentrazione di alcol etilico nel sangue: il tasso rilevato in questo caso dipende esclusivamente da quanto alcool (birra e distillati compresi) è stato ingerito dal titolare del sangue stesso. Il grado zuccherino dell’uva invece è responsabile del grado alcolico del vino: qui, a proposito di chimica del vino, si sarebbe potuto parlare di vini a bassa gradazione alcolica o addirittura dealcolati, dando al servizio un’impronta di prospettiva. Gli autori hanno invece preferito mostrare registri di cantina vetusti ed ormai in disuso da decenni, dando così l’impressione di ignorare (o di non voler mostrare) quanto anche questo settore si sia fortemente informatizzato. A mostrare queste reliquie è stato “l’esperto di vino”, non meglio qualificato al di là del suo nome e cognome, che si è prestato a raccontare il mondo enologico come un laboratorio abusivo, dedito esclusivamente alla frode. D’altro canto anche questo esperto dall’accento emiliano, identificato dagli autori come un ex dirigente della “Cantina Settecani di Castelvetro” di Modena, non è riuscito a dimostrare la competenza comunicativa necessaria. Descrivendo l’utilizzo della bentonite per la chiarificazione dei vini, non ha specificato che si tratta di una argilla naturale, che il suo impiego è perfettamente legale da sempre e che viene utilizzata come massa filtrante: al termine del suo lavoro, verrà eliminata dal vino assieme alle sostanze indesiderate. Non viene quindi “aggiunta” al vino: se si dà quest’impressione si comunica qualcosa di poco chiaro. Se poi addirittura lo si fa con un’enfasi scandalizzata, è evidente che si vuole pilotare l’interpretazione del messaggio da parte di chi lo riceve. Allo stesso modo quando l’esperto ha raccontato, con una buona dose di narcisismo, che nel 2008 è riuscito per la prima volta a produrre un vino con uva non trattata e priva di ogni intervento fungicida, ha lasciato molte perplessità. Nel nostro ambiente pedoclimatico non è possibile produrre uva da vino sana senza trattamenti fungicidi. Questo è un dato di fatto: possono essere solo due le condizioni che permettono di raggiungere questo traguardo. La prima è la coltivazione di varietà resistenti alle malattie, ma nel 2008 non esisteva nessuna varietà resistente autorizzata alla coltivazione ed alla vinificazione in Italia. La seconda possibilità è la coltivazione biologica, ma anche qui l’autorevolezza dell’esperto ha lasciato a desiderare: molto probabilmente ignora che il rame, pur essendo autorizzato in viticoltura “bio”, resta comunque un fungicida e come tale deve essere considerato.

Condividi:

Rubriche

Torna in alto