Nel calcio, più che i piedi conta la testa

Paolo Rozzio, nostro concittadino, capitano della Reggiana

Paolo Rozzio, nasce a Savigliano, in provincia di Cuneo, il 22 luglio 1992.
Attuale capitano della Reggiana, ha capito che il calcio sarebbe diventato il suo mestiere quando, a 9 anni, è entrato nelle giovanili della Juventus. Vive a Correggio con la compagna Ilaria e la figlia Bianca.

Qual è l’aspetto migliore di essere un calciatore professionista?
«Beh, a mio parere è avere la fortuna di viaggiare frequentemente ed entrare in contatto con moltissima gente. Il mondo del calcio non è fatto solo di calciatori, ma di un’intera macchina organizzativa che ruota attorno al rettangolo verde.

Perché il numero 4 sulle spalle?
«L’ho scelto perché mi è sempre piaciuto Sergio Ramos. Poi, ovviamente, se dovesse capitare di doverlo cambiare non ne farei un dramma!».

Cosa ami fare nel tempo libero lontano dal campo?
«Nei ritagli di tempo studio psicologia. Sono iscritto all’università da quasi tre anni. Credo che sia molto importante per un giocatore avere delle soluzioni concrete una volta finita la carriera, senza sottovalutare il fatto che avere un bagaglio culturale solido serve nella vita di tutti i giorni. Mi piacerebbe un domani occuparmi di qualcosa vicino al mio percorso di studi, come l’applicazione della psicologia all’ambiente sportivo. Vedremo. Seguo anche delle lezioni di chitarra con il mio maestro Jonathan Gasparini, ma soprattutto mi dedico alla mia famiglia: a Ilaria e a mia fi glia Bianca».

La canzone che non può proprio mancare nella playlist pre-gara?
«It Takes A Fool To Remain Sane dei The Ark. Mi da una carica pazzesca».

Chi ha influito maggiormente sulla tua carriera?
«Sono tante le persone che hanno contribuito al prosieguo della mia carriera. Sicuramente un grazie va ai miei genitori, che ci hanno creduto e che mi
hanno sempre sostenuto nelle decisioni prese. Anche quelle che mi allontanavano fisicamente da loro».

La vittoria più bella e la sconfitta più amara?
«Sembrerà banale, ma la vittoria più bella è senz’altro la fi nale dei play off del 22 luglio 2020 contro il Bari. Era il giorno del mio ventottesimo compleanno, non potevo ricevere regalo più bello. Una notte magica, dopo una stagione personale e di squadra molto positiva. La sconfi tta più amara è avvenuta a Siena, il 3 giugno 2018. Una partita difficile da dimenticare, che ha segnato il fallimento della Reggiana. Ma è servita anche questa per avere un motivo in più per rialzarsi e darsi un obiettivo concreto che poi abbiamo raggiunto a distanza di due anni!».

Cosa significa guidare lo spogliatoio della Reggiana?
«Portare la fascia al braccio e rappresentare una piazza cosi bella e calda è un onore! Poter rappresentare una società cosi storica è motivo di grande orgoglio e responsabilità. Ogni volta che scendo in campo mi sento felice e fortunato. Sono sensazioni difficili da descrivere».

Ti sei mai chiesto perché a Reggio Emilia ci fosse una tifoseria così numerosa?
«Prima di approdare a Reggio me lo chiedevo. Poi ho capito. Appena arrivato, nel 2016, ho compreso fi n da subito che la Reggiana non è un amore solo della città, ma di tutte le zone limitrofe a Reggio Emilia. Questo fa capire quanto i reggiani siano legati alla propria terra e alla propria squadra. Uno degli aspetti più belli e autentici è vedere i nonni o i padri portare allo stadio i propri nipoti o figli. Una tradizione che si tramanda di generazione, come la pasta fatta in casa».

La retrocessione delle scorso anno si poteva evitare?
«Beh, quando si retrocede è normale chiedersi se ci siano dei rimpianti, oppure no. Credo che qualcosa in più da parte di tutti si sarebbe potuto fare, anche perché se ci fossimo riusciti ci saremmo salvati. Dall’altra sono sicuro che la voglia di rimanere in categoria non sia mancata. È stato un anno davvero difficile, sotto tanti punti di vista, ma la delusione vissuta ha generato una reazione positiva».

Contano più i piedi o la testa?
«Conta molto di più la testa. L’aspetto mentale è fondamentale. Se non sei collegato con la testa, anche con piedi eccezionali, molto difficilmente riesci a raggiungere il tuo obiettivo. Poi ovviamente anche la tecnica fa la differenza, ma al giorno d’oggi saper gestire la tensione e mantenere la concentrazione è la base».

Il calcio è qualcosa di più dei milionari ingaggi dei calciatori della massima serie?
«Credo che si sia perso molto dello spirito originario del calcio. Quella che da sempre è una passione popolare si sta perdendo all’interno degli ingranaggi
milionari, tra gente che pensa solo ai propri interessi e al portafoglio. A livello dirigenziale, ancora troppe società falliscono da una stagione all’altra lasciando a casa giocatori con famiglie. Questo non deve più succedere! A livello tecnico invece credo che la meritocrazia sia sparita del tutto».

Un domani alla Correggese? Ci hai mai pensato?
«Perché no! Magari quando dovrò affrontare gli ultimi anni della mia carriera. Al di là del fatto che ci viva con la mia famiglia, è sempre stata una società con trascorsi calcistici molto importanti. Ora che lo avete scritto, è considerato promessa? (ride)».

Cosa ti piace di Correggio? Luogo del cuore?
«Correggio è un paese in cui vivo molto bene. Questo è dovuto, oltre che alla bellezza dei suoi paesaggi, soprattutto al fatto che gli amici della mia compagna Ilaria mi hanno accolto come se fossi cresciuto con loro sin da piccolo. Sono ragazzi eccezionali! Colgo l’occasione per salutarli!
Il Bar Teatro è il posto che mi fa sentire più a casa, perché è quello dove ci ritroviamo maggiormente con tutta la compagnia. È un luogo di condivisione, che mi sembra di frequentare da sempre, anche questa è una fortuna per chi proviene da lontano e deve cercare punti di riferimento».

Che sport farà tua figlia Bianca?
«Spero che Bianca faccia sport a prescindere da quale vorrà scegliere. Ammetto che la mamma spinge molto per la pallavolo (ride), ma avrà totale libertà in merito. Sicuramente la sosterremo in qualsiasi decisione dovesse prendere, anche quella del calcio. Il calcio femminile si sta facendo strada anche se non come all’estero, ma sicuramente anche l’Italia raggiungerà gli stessi risultati tra qualche anno. Credo che anche le donne meritino visibilità, e in questo Milena Bertolini, nostra concittadina, sta gettando semi importanti. La strada è quella giusta».

Un saluto ai tuoi fan?
«Ringrazio i miei tifosi per tutti i messaggi che mi scrivono quotidianamente. Quando è nata mia figlia e quando mi sono fatto male al ginocchio recentemente ne ho ricevuti talmente tanti che probabilmente devo ancora finire di rispondere a qualcuno. Ne approfitto per scusarmi con coloro a cui non ho dato risposta. È davvero bello sentire la loro vicinanza in momenti così cruciali della vita. Reggio Emilia è una piazza che sa voler bene, non è un caso che sia diventata casa mia».

Francesca Nicolini

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