Negozi e mercanzia: ma a Correggio arriverà la ferrovia?

L’uomo di Dogville per le vie del borgo

Rutilante! Maledetto cavallo! Proprio oggi che devo andare a fare provviste per la settimana che viene. Sparito! Chissà dove. È da qualche giorno che va, viene, torna quando gli pare. Stasera dovrò fargli un discorsetto. Mi incammino per i Ronchi, nell’alba livida, umida di rugiada. All’altezza di una stazione di servizio, dove sta lavando la sua macchina, un tipo mi guarda. Succede spesso. Il mio aspetto esotico desta sempre attenzione. Capita raramente, invece, che qualcuno mi rivolga la parola.  Si vede che oggi doveva andare così. Mi offre un passaggio. Accetto. Di solito, evito di fare troppa conversazione con gli sconosciuti. Sempre le solite cose. Chi sei, da dove vieni, che sei venuto a fare qui. Questa volta no. Il tipo sembra sapere tutto di me, va a capire come mai, così sono io a chiedergli che fa. Quasi non risponde. «Scrivo» sorride indecifrabile, come se quel mestiere fosse la sua condanna. Ricorda un po’ Domenico Spatuzza, avvolto tra luci e ombre che proiettava sullo schermo, sperduto tra resa e fatalismo. Parcheggiata la macchina sotto la statua dell’Allegri, mi accompagna lungo il corso principale della città. Mi fa notare come, da un certo punto in avanti, dopo l’Orologio, sono diversi i negozi in abbandono, le vetrine chiuse, gli interni spogli. A Reggio, pare che sia peggio. Una rima non voluta, ma di certo è un peccato, che i borghi italiani sono perle. Gioielli da sfoggiare. Incontriamo due assessori, Francesca e Gabriele. Ci raccontano che, per quanto è possibile, si sforzano di ideare eventi per tenere vivo il centro storico della loro amata città. Ma in fin dei conti i negozi sono pur sempre iniziative private, il cui destino, l’incerta quotidianità, è nelle mani di chi apre bottega e la gestisce in base alla propria capacità, fiuto, tradizione e nuove tendenze. La vendita della mercanzia, vengo a sapere, è molto cambiata negli anni. Centri commerciali e distribuzione online hanno preso il sopravvento. Ed è buffo, aggiunge un altro che si è seduto con noi, il Ra’, che per lavoro si occupa della materia. In questi spazi commerciali, dice, si sforzano di ricreare l’architettura dei centri storici veri e propri. Stramberie affastellate che stridono, quando il contesto ricreato, quello vero, si trova poco distante. Facile da raggiungere.

Come spesso accade, in questi frangenti, gli sguardi si rincorrono alla ricerca di una conferma, un suggerimento, una rassicurazione purché sia. E visto che tra loro avranno parlato di queste cose mille e mille volte, gli occhi finiscono inevitabilmente per concentrarsi su di me. Chissà se questo forestiero ha idee nuove al riguardo. Non credo. Non credo proprio. Perché dovrei? Non ho mai avuto un negozio in vita mia. Tutto ciò che avevo, il più delle volte, l’ho rubato ai visi pallidi. Ma visto che insistono…

«In Oklahoma, nella terra in cui avevano spedito la mia tribù – prendo a raccontare – nacque un villaggio che in origine si chiamava Silverville. Per via di una vena d’argento che inizialmente fece arrivare avventurieri da ogni dove. Pendagli da forca. Pezzi di merda. La vena si esaurì presto. O comunque venne soppiantata dal petrolio, scoperto nella vicina riserva degli Osage. Ci hanno fatto un film di recente, su quella storia. Attirati dall’oro nero, come un branco di sciacalli affamati di carogne, la banditaglia se ne andò, lasciandoci in pace. Fin troppo. Qualcuno ebbe la bella idea di scrivere Dogville, al posto di Silverville, all’ingresso del villaggio. Perché solo un cane poteva aver voglia di abitarci. Poi, va a sapere perché, fecero arrivare la ferrovia e a poco a poco tutto cambiò. Non per noi, Apache. Per questo diedi fuoco al teatro, ma questo l’ho già raccontato».

Gli sguardi attorno a me si sono fatti più spauriti. Nessuno si diverte mai a conoscere le sfortune altrui. Soprattutto se hanno l’insolita capacità di gettare un’oscura prospettiva sulla propria esistenza. Che siamo tutti foglie appese.

«Tranquilli ragazzi» sorrido loro. «You’re still a long, long way from Dogville». «Un negozio apre, uno chiude, fa parte del corso della vita» suggerisce una cameriera che già conosco, la signorina Mary. Una minuscola, splendida figliola, dallo sguardo acuto. «Dice sempre così, mia nonna, anche se a me dispiace che abbia chiuso la sua merceria». E intanto si va facendo tardi. I miei racconti non sono piaciuti, lo sento, e devo ancora riempire la bisaccia prima che chiudano i negozi. Che non si capisce perché, da ste parti, debbano abbassare le serrande ogni giovedì pomeriggio.

“To everything, turn turn turn. There is a season, turn turn turn” mi sovviene la canzone. Quando a un tratto lo vedo, amoreggiare nei giardini pubblici, ed Curèz! Lestofante di un cavallo! Porto due dita alla bocca, fischio al suo indirizzo e lo riconduco all’ordine. Non vuoi mai che ci facciano una multa per atti osceni in luogo pubblico. Rutilante ha trovato una fidanzata. Una puledra rimediata da qualche parte, nei Ronchi. Me la presenta: Gabriela si chiama, origine andalusa. Sembra una cavallina per bene e mi vedo costretto a benedire questa loro relazione. Mi accorgo che già comunicano in dialetto. Perché i cavalli non sanno scrivere, ma imparano alla svelta la lingua orale. Almeno quelli che conosco io. Questi due. Si sbaciucchiano a volontà, mentre mi accompagnano verso i Ronchi, alla mia tenda, dove darò loro qualcosa da mangiare. Il sole sta calando ed accendo il fuoco per la notte. Vorrei riposarmi un poco, prima di cena, ma Rutilante insiste. Gli è rimasta una storia in testa, abbandonata la sera prima. Perché la sera si diverte, quando gli racconto storie.

A differenza di tutti i cavalli di sto mondo infame, non dorme in piedi. Si accovaccia davanti al falò. E quando le mie storie lo fanno ridere, prende a sbattere gli zoccoli per aria. Gabriela prende subito ad imitarlo. E anche lei, ora, vuole sapere. Conosce bene l’idioma. Quello di “Yo soy Giorgia! Soy una mujer! Soy una madre!” Sì, insomma, l’incipit che dà vita a El Secreto de la Presidente. Di quel Paese, miracoloso, dalla sorte sempre appesa a un filo. L’Italia. Perché Giorgia è madre, eso es sin duda, di una splendida figlia di nome Ginevra, però: “Como se llama el padre? Quien es?” pretende di scoprire la cavallina andalusa. E Rutilante con lei. Dum dum dum… Hoka Hey!

Condividi:

Leggi anche

Newsletter

Torna in alto