Momenti di pace per i bambini ucraini al San Tomaso

Accogliere, compito festoso e naturale per i più piccoli

Inizio marzo, di mattina. I bambini di terza elementare sono pronti, ciascuno con un cartellino con il proprio nome scritto in due lingue: tra i banchi si respira un’aria da grandi occasioni. Di lì a poco entrerà in classe un’ospite speciale, una bambina venuta fin lì da un paese sconosciuto, un posto di cui i bambini hanno sentito parlare solo negli ultimi giorni: si chiama Ucraina. Non sanno bene per quanto tempo questa bambina rimarrà lì con loro, ma sanno di avere davanti un compito molto importante, uno di quelli che fanno i grandi: noi lo chiamiamo “accoglienza”. Si sa, l’accoglienza è una cosa difficile, spesso perfino gli adulti non sanno bene come gestirla; le cose sembrano piuttosto complicate quando si parla di migranti, profughi, persone che fuggono dalla guerra. Perciò, questi bambini hanno preso sul serio la questione e hanno unito le forze per organizzare un benvenuto all’altezza del compito: una piccola festa, un ballo, e poi tutti a giocare a nascondino. Inutile dirlo, quest’accoglienza è andata alla grande.
Oggi, questa classe di terza elementare ha una bambina in più, e tutt’intorno altre classi e altre scuole hanno accolto diversi nuovi arrivati. Questo sta accadendo non solo a Correggio, ma in tutta Italia e in Europa, dato che gran parte delle persone che fuggono dalla guerra in Ucraina è costituita da minorenni. Accogliere bambini e ragazzi comporta anche dar loro la possibilità di andare a scuola; non solo per riprendere la didattica in classe, ma soprattutto per avere uno spazio in cui poter vivere momenti di spensieratezza e normalità. Per raccogliere alcune storie al riguardo, abbiamo visitato l’istituto San Tomaso di Correggio, che già dai primi giorni dallo scoppio della guerra aveva aperto le sue porte ai nuovi arrivati. «La prima richiesta ci è pervenuta da parte di una famiglia correggese i cui figli erano nostri studenti», racconta Marco Culzoni, presidente della fondazione Bellelli-Contarelli, che gestisce il San Tomaso. «Questa famiglia ospitava una donna ucraina con due bambini, di sette e dieci anni, e ci è stato chiesto se potevamo accogliere i due bambini nella nostra scuola. Successivamente, ci sono arrivate altre richieste da parte di altre famiglie correggesi che conoscevano persone ucraine».
Nell’arco di pochi giorni, la scuola ha dovuto attivarsi per trovare il modo migliore di accogliere questi bambini. La prima cosa da fare è stata creare un clima di fiducia verso le famiglie: sono state invitate le madri per visitare le aule ed il contesto in cui sarebbero stati i figli. Poi è arrivato il momento dell’inserimento in classe: i bambini hanno preparato dei cartelloni e trovato modi di comunicare andando al di là della barriera linguistica, spesso aiutandosi con qualche parola di inglese o con i gesti. Paolina Napolitano, insegnante di terza elementare, racconta: «La prima settimana in cui è arrivata la nuova bambina è stata difficile, perché si trattava per lei di un ambiente nuovo e diverso. La risorsa fondamentale però sono stati proprio i suoi compagni». La comunicazione tra questi bambini è avvenuta in modi originali, con i gesti, con i giochi e con gli sguardi, tant’è che, come ricorda Napolitano, la maestre stesse hanno trovato il modo giusto di comunicare osservando gli altri bambini all’opera. Per tutti e quattro i bimbi accolti nella primaria del San Tomaso, si è cercato di partire proprio dal creare un canale di comunicazione. Come ricorda Silvia Corradini, coordinatrice della scuola primaria, «All’inizio abbiamo solo cercato di creare un clima di tranquillità. Solo in un secondo momento abbiamo pensato all’aspetto didattico, creando un piccolo programma di alfabetizzazione e trovando attività da affiancare alla normale didattica e ai momenti di gioco».
Nell’esperienza del San Tomaso, è stato centrale il ruolo ricoperto da alcune dipendenti della scuola che conoscevano la lingua parlata dai bambini. In particolare, tre di queste sono ucraine, e una quarta parla russo: tutte loro hanno avuto e continuano ad avere un ruolo di grande importanza per comunicare sia con i nuovi studenti che con le loro famiglie. Julija Doronina è una di loro, e racconta: «Sono stata io a chiedere di poter dare una mano. Abbiamo domandato alle madri se i bimbi parlassero russo, ed effettivamente è una lingua che conoscono. Io non lo parlavo da diversi anni, ma ho sfruttato l’occasione per riscoprire questa lingua che avevo messo nel cassetto». Ogni giorno Julija prende da parte i bambini per circa un’ora e fa fare loro attività apposta, insieme a qualche gioco (il loro preferito è Memory). Si è così formata una piccola squadra di persone capaci di comunicare con questi nuovi studenti in una lingua per loro naturale: è il caso anche di Valentyna Misik, che ha aiutato nell’inserimento forse più delicato, ossia quello di un bambino ucraino di tre anni nella scuola dell’infanzia. Tutto questo non è facile: bisogna spiegare alle famiglie come funziona la scuola italiana, creare un canale di comunicazione, dare aggiornamenti giorno dopo giorno.
L’esperimento è andato più che bene: tutti i nuovi arrivati ora si sentono a loro agio in classe, giocano e imparano, sono perfino andati in gita. E di fronte ad un tema così grande e spesso divisivo come quello dell’accoglienza di chi scappa dal proprio paese, forse anche noi adulti avremmo da imparare dalla naturalezza dei più piccoli. Un’insegnante del San Tomaso ha ricordato: «Ogni volta i bambini ci sorprendono: è come se custodissero il segreto per affrontare queste situazioni. Noi adulti abbiamo molti filtri e affrontiamo le cose in modo diverso. Loro sono più tranquilli, i loro comportamenti trasmettono forza e capacità di adattamento. È come se fossero custodi di un segreto che, diventando grandi, finiamo per perdere».

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