Minori stranieri un alfabeto d’umanità

Piccola scuola di italiano, grande scuola di vita

La Prefettura di Reggio ha affidato ai Servizi Sociali di Correggio un gruppo di MSNA. Quest’acronimo sta per Minori Stranieri Non Accompagnati: una delle tante sigle che servono al nostro complesso mondo comunicativo per generalizzare, concettualizzare, sterilizzare la comprensione dei fenomeni e nascondervi dentro le persone vere, in carne ed ossa.

Il 9 ottobre il Centro Donne del Mondo ci ha invitato nella sua sede dopo i contatti avuti con i Servizi Sociali dell’Unione dei Comuni della Pianura Reggiana. Lì ci è stato detto che sarebbero arrivati a Correggio, per disposizione del Prefetto, fino a undici MSNA in tre anni, affidati ai Servizi Sociali stessi, sotto la responsabilità del dirigente Luciano Parmigiani.

Quella sera d’ottobre, di fronte ad un thè alla menta, noi insegnanti di ogni ordine e grado in pensione, reclutati attraverso un semplice e rapido passaparola, abbiamo inventato una scuola di prima alfabetizzazione: qualche quaderno, penna, pennarello, una lavagna a fogli, un mappamondo.

Poi arriva il venerdì 13 e la scuola ha inizio col subitaneo e contemporaneo sgretolamento della generalizzazione MSNA.

Si tratta di otto ragazzi che hanno dai quindici ai diciassette anni. Hanno occhi e sorrisi che parlano. I nostri primi approcci hanno l’eloquenza del silenzio e del sorriso. Ci chiamano “mamma”. C’è commozione reciproca. Si intuisce la distanza che hanno percorso, la tristezza vissuta, gli abbandoni, gli strappi affettivi, le privazioni e i soprusi.

Provengono dal Magreb, dal Mali, dal Gambia, dalla Costa D’Avorio. I nostri Alì, Moussa, Jamel, Omar, Manasse, Muhammad, Marowen, Momen, un nome, un volto, una storia, una persona, si lasciano alle spalle l’acronimo.

La scuola è aperta tutti i giorni, dal lunedì al venerdì presso la sede del Centro Donne del Mondo, grazie alla disponibilità di Gianna Radeghieri, la sua coordinatrice, che non ha esitato a farci spazio.

Noi insegnanti ci alterniamo, ognuno ha un giorno stabilito. Siamo sempre in due o tre perché i livelli di scolarizzazione presenti sono diversi, alcuni eccellenti ma c’è anche un analfabeta; non aveva mai visto una penna e adesso vuole sempre scrivere, sempre scrivere con un ardore tenero e infantile.

Come tutti gli adolescenti hanno un gran bell’appetito e così abbiamo trovato la disponibilità di molti bar (Politeama, Cafè Teatro, La Rocca, Al Tabar) a regalarci delle brioches. È bastato chiedere: i titolari dei bar e dei caffè sono ben felici di aiutarci.

Quindi: viva la scuola! Viva la reciprocità che si è creata: noi insegniamo un po’ di italiano e loro ci insegnano a restare umani, a tenere cuore e occhi aperti.

La lezione principale è relativa alla comprensione di quanto siano fuorvianti le generalizzazioni nel narrato sociale. Dire “migranti, donne, anziani” è limitativo, è non arrivare al cuore del problema: oltre i costrutti semantici e sociali, rimane la persona. Si può imparare a non giudicare, si può diventare più aperti alla comprensione.

I ragazzi ce la mettono tutta: vogliono imparare, hanno sete di vita nuova. Non raccontano dei loro vissuti; ad oggi non avrebbero le parole italiane, mentre parlano molto bene il francese e l’inglese. E noi non chiediamo. Noi ci siamo. Cerchiamo di far capire loro che possono fidarsi, che non tutti gli adulti sono uguali. Ci fa bene pensare che attraverso il nostro affetto si rinfranchino e possano sperare nel futuro.

La nostra scuola è una piccola cosa ma è immensa nel suo significato.

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