Sì…felice di essere stato comunista

Popolo e intellettuali, un’anima sola

In questo periodo, commenti, convegni e scritti di vario genere hanno celebrato la nascita del Partito Comunista, nel gennaio 1921, al Congresso socialista di Livorno. Primo Piano è nato nel 1979 come bimestrale del PCI di Correggio, il Partito che nella nostra città ha conosciuto una lunga e ricca avventura politica. Abbiamo pensato di parlarne ricorrendo alla penna di Michele Serra.

Michele Serra, opinionista, editorialista di Repubblica e scrittore, lo abbiamo conosciuto da vicino a Correggio in occasione del Convegno di Primo Piano al Teatro Asioli dal titolo “Amaca con vista – Società e politica al tempo del selfie”.

Tante sono le cose dette e scritte per i cento anni dalla nascita del Partito comunista italiano, morto tutto sommato piuttosto giovane: a settant’anni e senza lasciare eredi, perché sarebbe troppo triste, e anche ridicolo, considerare tali i partitelli minuscoli che ancora si fregiano del nome “comunista” (sono, in Italia, più di una decina. Per dire la tristezza; e anche il ridicolo).

Meglio dunque tenersi alla larga dal vintage spicciolo, dall’ideologia ridotta a reperto da bancarella. Preferisco dire che cosa davvero mi manca, politicamente e umanamente, di quel partito, che per mia grande fortuna ho potuto conoscere da vicino, e dall’interno, nei miei lunghi e meravigliosi anni all’Unità (dal ’76 al ’92) e prima ancora nelle sezioni comuniste frequentate da ragazzo.

Che cosa abbiamo irrimediabilmente perduto, perdendo il Pci? Abbiamo perduto la natura magnificamente anfibia – intellettuali e popolo – di quel partito, di quelle sezioni, di quella classe dirigente. Intellettuali e popolo sotto uno stesso tetto e in larga parte con gli stessi fini, la stessa volontà. In pieno evo populista questa commistione risulta quasi incredibile, tanto aspro, quasi furente è diventato (in tutto il mondo occidentale!) l’antagonismo tra cosiddetti “ceti colti” e cosiddetto popolo. Una cesura sociale e anche territoriale, sovente tagliata con l’accetta del pregiudizio, in modo da ficcare tra i “radical chic” anche professori di liceo che non arrivano a duemila euro al mese, e chiamare “popolo” imprenditori di ottimo reddito (e magari evasori fiscali).

Beh, questo genere di equivoco, oggi così evidente e nocivo (perché così in grado di travisare i rapporti di classe), in quel partito non esisteva e non poteva esistere. La cosiddetta base non avrebbe mai imputato a un dirigente la doppia laurea, la libreria di abbondante metraggio e neppure la giacca di tweed (il cachemire costava troppo, per un funzionario di partito). E neppure il dirigente più altezzoso avrebbe mai snobbato il corpo a corpo con la base, lo scambio spesso molto vivace di esperienze e punti di vista spesso non coincidenti. E poiché diventavano dirigenti anche ex operai, sindacalisti e cooperatori, nessuno poteva supporre che la selezione, dentro il partito, obbedisse a criteri di esclusione di chi proveniva “dal basso”. Molto semplicemente, l’alto e il basso erano componenti dello stesso materiale politico: il partito.

Molti intellettuali avevano la stessa puzza sotto il naso di adesso, molti “compagni di base” la stessa veemenza emotiva, eppure la casa era la stessa, era nelle stesse stanze che ci si incontrava, ci si accapigliava, ci si prendeva per i fondelli, e nessuno si è mai sognato di discutere quella commistione di tipi umani sulla base di una discriminante di cultura, di titolo di studio, di gusti estetici, di linguaggio, come poi è avvenuto, sciaguratamente, in anni a noi vicini. C’era evidentemente, del popolo, una visione molto ambiziosa, in quel partito. Il popolo doveva diventare classe dirigente, e per ciò stesso studiare, leggere, imparare a essere migliore di chi lo aveva oppresso.

Si litigava molto ma ci si offendeva poco, nelle sezioni comuniste, in mezzo a tutto quel fumo. La mia sezione era nel centro di Milano, si chiamava Perotti-Devani ma era allegramente soprannominata “Salotti&Divani” dagli stessi iscritti a causa del notevole numero di professionisti, professori, borghesi di sinistra che la frequentavano. Insieme a loro pensionati, casalinghe, studenti, impiegati, un falegname, un fotografo e numerosi operai, metalmeccanici della vicina fabbrica Ferro Tubi (un nome meraviglioso, quasi romanzesco). Non ricordo neppure l’ombra di polemiche “di classe”, nell’uno o nell’altro verso, in quel gruppo che si sentiva comunque vincolato a una comune identità. Eppure, le differenze di censo e di istruzione erano spesso stridenti. Ma a me, un liceale borghese che si affacciava per la prima volta, in modo così diretto, nel sociale, nella città così com’era al di fuori delle mie mura domestiche e della mia famiglia, quella varietà pareva una lezione straordinaria.

Tale mi pare tutt’ora, che tanto tempo è passato. Del resto, il segretario più amato di quel partito fu il marchese Berlinguer, che per tutti fu il compagno Berlinguer. Ebbe, il marchese comunista, il funerale più popolare della storia d’Italia. Non ricordo che gli abbiano mai mosso, neppure da destra, accuse di essere un radical chic, tanto era naturale, nella lunga storia socialista e comunista, la presenza di una élite intellettuale in un partito di massa. Ecco, questo è il vero lutto che fatico a elaborare, da orfano del Pci. Grazie alla lunga costruzione dell’idea gramsciana del partito come “intellettuale collettivo”, l’alleanza strategica tra cultura e popolo, tra una élite rivoluzionaria e una base ad essa complementare (l’una senza l’altra non era concepibile), era un dato di fatto. Era la constatazione di ogni giorno, di ogni riunione di quartiere.

Che cosa si sia perso, che cosa si sia rotto, è sotto gli occhi di tutti. Andai, da studente, nella casa di un delegato dell’Alfa, operaio comunista. Mi mostrò, con fierezza indimenticabile, la Storia d’Italia Einaudi acquistata a rate. Mi basterebbe questa singola immagine per sentirmi felice di essere stato un militante del Partito comunista.

Michele Serra

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