Memorie di Adriano

Adriano Bertani, taxi driver di Correggio, si racconta

Con quattro milioni di chilometri alle spalle in trentotto anni di onorato servizio pubblico, lui può certamente dire di averne fatta di strada. È Adriano Bertani, taxista storico di Correggio, da qualche settimana a riposo per cessazione attività. Mi accoglie a casa, in Via Di Vittorio, in compagnia della moglie Benvenuta e del suo caro amico Nefro Lasagni, prezioso collaboratore del nostro Primo Piano. «Sono arrivato a fine corsa ma, se la salute non fa scherzi, vorrei fare ancora un bel pezzo di strada, magari stando un po’ più di prima in famiglia e con gli amici» dice, ammiccando sorridente ai presenti. 79 anni ancora ben portati, memoria inossidabile. Adriano mostra la targa celebrativa che gli ha dedicato, con un gesto di stile, il signor Mantovan, suo successore nel servizio di taxi a Correggio. «Fin da giovane la guida era la mia passione. A Gavassa, dove vivevo in una grande famiglia patriarcale come quelle di una volta, il nonno Ernesto mi vedeva destinato a conduttore del podere. Ma io volevo condurre camion e corriere. Presi la patente per quei grandi mezzi gommati e subito via, a macinare chilometri: autotrasportatore per le consegne degli insaccati prima per l’Italsalumi dei Cagarelli, per sette anni, dopo per il Salumificio San Martino, altri dieci anni». Poi nel 1981 Adriano ottiene la licenza di noleggio con conducente da piazza, grazie ai buoni uffici in Comune di Mario Codeluppi e così passa dai salumi alle persone.

Nel 1982 arriva la targhetta del Taxi. Correggio fa onore al suo storico rango di città, allineando in Piazza Mazzini, proprio sotto l’Orologio, ben quattro vetture per il servizio pubblico. Con Adriano ci sono i signori Righi, Zavaroni ed Eusebio Silvestri, il papà di Guido, il nostro Silver. Telefono in postazione con squillo assordante e parco macchine più che rispettabile: due Fiat, l’Argenta di Adriano e la Regata di Silvestri, una Opel e una Mercedes.

«In quegli anni si lavorava bene. I clienti erano soprattutto persone anziane, sprovviste di patente, che dovevano recarsi in altre città per trovare parenti o conoscenti, per visite in ospedale o ai cimiteri, per certi acquisti o per le necessità più disparate. Una vita senza scossoni particolari, con periodi di punta nelle festività tradizionali e nella stagione delle vacanze. In periodi più morti, l’attesa in piazza me la gestivo leggendo qualcosa o chiacchierando con chi passava sotto i portici senza la fretta del tempo d’oggi».

Un taxi driver tranquillo, il nostro Adriano. Non certamente paragonabile con il vendicatore notturno impersonato da Robert De Niro nel “Taxi driver” di Scorsese. Con le mani in mano comunque Adriano Bertani ci sta poco. Si prende gli spazi per metterle, le mani, su altri volanti. Su quelli più solari dei pullman delle Autolinee Ferrari di Modena, per le tratte settimanali del mare d’estate, da Correggio per i lidi adriatici o versiliani. O su quelli più mesti dei carri mortuari dell’amico Carlo Cabassi per qualche ultimo viaggio. «Mi piacevano le uscite domenicali in pullman per le manifestazioni: sindacati, partiti, associazioni. Bei tempi di bandiere, canti e popolo partigiano che riempiva le piazze di Roma, Milano, Bologna».

L’autista veniva subito arruolato come patentato militante da tutta la tribù «ed era un piacere». Bertani lavora per molti anni per imprenditori locali, soprattutto da e per aeroporti. Ricorda Vando Veroni e la moglie, miss Deanna, «che prendeva sempre l’aereo per la coda, perché saliva in auto all’ultimo minuto e si doveva sempre “volare” in strada» per non perdere il volo in cielo. Ricorda quando saliva l’esuberante stilista giapponese Kenzo, che amava allungare i piedi sul cruscotto della sua Rover (che presto rimpiazzò l’Argenta) e non c’era verso di dissuaderlo. Affiora tra i ricordi quello di un pezzo grosso americano della Motorola in arrivo o partenza dalla Spal per gli incontri con Terzino Spaggiari. Ancora quel «povero signore di Carpi che al momento di pagarmi a fine corsa si accorse che era stato appena derubato del portafoglio e per poco non gli venne una sincope in auto per l’agitazione». Poi l’aggressione subita a Melegnano, dove era stato seguito da dei furfanti per un pacco di confezioni preso in consegna a Linate. «Mi fecero accostare e mi colpirono alla nuca con il calcio di una pistola, ma per fortuna passarono dei vigili e quelli fuggirono. Tornai a casa con una ferita tamponata d’urgenza al Pronto soccorso di Lodi e non ci feci troppo caso». E come non ricordare «quella donnetta tutta per bene, invaghita di un commesso che venne trasferito da Correggio nel negozio di un’altra città». Provvidenziale per lei il taxi galeotto, per arrivare là, fare qualche spesuccia e accontentare anche l’occhio, che vuole sempre la sua parte.

Poi si arriva ai giorni nostri, con il mondo tutto cambiato. La piazza di Correggio per i taxi si fa stretta. La piazza virtuale, con UBER e la deregulation della rete, prende spazio e fa le sue vittime. Ma non è la prima causa. «Gli anziani adesso hanno la patente fino a novant’anni e non hanno più bisogno del taxista, malgrado le rotonde che spaventano. Negli aeroporti le tante compagnie di noleggio auto offrono ampia scelta sia al turista che all’uomo d’affari. Le grandi aziende hanno le flotte aziendali. Distributori di carburante e concessionarie d’auto fanno servizi di noleggio per ogni esigenza. Insomma la vita del taxista a Correggio è diventata dura. Aggiungiamo poi l’età che avanza ed è tutto». Conclude Adriano, senza recriminazioni. La moglie invece … «a casa lui non c’è stato molto per tanti anni. Orari strani, partenze improvvise, ritardi, imprevisti». Un mestierino non semplice insomma, almeno per la moglie e i loro tre figli. Forse non è un azzardo pensare: mentre Adriano guidava il taxi, lei, la signora Benvenuta, guidava la famiglia. Li ringrazio per l’ottimo caffè e per la gioviale chiacchierata.

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