Medici in prima linea… E giovani

Eleonora, Valerio e Roberto iniziano dal covid

Oggi li abbiamo chiamati eroi perché sono in prima linea contro l’emergenza Coronavirus (e continueranno ad esserlo), ma fino a ieri erano i nostri ex compagni di classe o, semplicemente, i nostri amici. In questi mesi tanti giovani medici sono stati messi alla prova dalla pandemia: tra i nostri concittadini, abbiamo chiesto ad Eleonora Mazzali (specializzanda in Medicina di Emergenza-Urgenza), Valerio Fantuzzi (medico di medicina generale in attesa di convenzione) e Roberto Emolo (medico presso AVIS provinciale) di condividere la loro esperienza con Primo Piano.

 

Come hai vissuto l’esperienza dei mesi dell’emergenza Covid-19?

ROBERTO: «Come molti di noi, sono stato colto dall’attuale pandemia con molta sorpresa e preoccupazione. Ho sentito la responsabilità di mettermi a disposizione per essere di aiuto come potevo, da qui il mio impegno come referente REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), una struttura utilizzata per ospitare persone positive al virus che non possono vivere l’isolamento al proprio domicilio, poiché infetterebbero i propri conviventi».

ELEONORA: «Quando è iniziata l’emergenza mi trovavo in Pronto Soccorso a Reggio Emilia per la mia specializzazione, e ci sono rimasta. Inizialmente è stato destabilizzante per me, come per tutti: non sapevo come rendermi utile, come fare la mia parte. L’occasione mi si è presentata con un bando dell’AUSL di Reggio Emilia indirizzato a noi medici specializzandi del settore: ho fatto domanda e firmato il contratto».

VALERIO: «Con lo scoppio della pandemia ho dato disponibilità per l’ambulatorio Covid, che consente ai medici di medicina generale in salute di visitare i pazienti affetti dal virus ed effettuare i tamponi con adeguati dispositivi di protezione. È un progetto partito da Reggio Emilia che è stato poi preso a modello in Emilia Romagna. Sono inoltre impegnato nell’USCA (Unità Speciali Continuità Assistenziale): si visitano i pazienti con sintomi “sospetti” ma a domicilio, sia privati che ospiti delle case protette».

 

Quali sono le criticità che hai vissuto durante i mesi scorsi?

ELEONORA: «La parte più difficile dell’emergenza è stata il carico emotivo. Il PS e i dipartimenti di Emergenza sono stati riorganizzati, tutto diviso in “pulito” e “sporco”. Infermieri, OSS e personale dei trasporti hanno fatto un lavoro incredibile per gestire tutto questo e permettere ai medici di concentrarsi su visite e scelte dei percorsi. In sala emergenze arrivavano i pazienti più critici, per tanti di loro le speranze di farcela erano pressoché nulle fin da subito. Un aspetto a cui non eravamo abituati è la solitudine di questa malattia: i familiari non possono entrare in ospedale, troppo alto il rischio infettivo. Genitori, mariti, nonni morivano da soli, senza poter salutare nemmeno un’ultima volta i propri cari. Una delle scene più strazianti a cui ho dovuto assistere è stato l’addio di un padre, malato ma lucido, al figlio per telefono (sigillato in un sacchetto di plastica e retto dal medico stesso, che non è riuscito a trattenere le lacrime). Una volta tornata a casa la situazione non era molto più leggera: vivi nell’angoscia di essere infetto e trasmettere l’infezione ai tuoi familiari, che non sono più così giovani e potrebbero essere tra quelle persone a cui la malattia non dà scampo».

ROBERTO: «Una criticità importante è l’attenzione continua ad evitare di contagiarsi e di contagiare gli altri. Avrò pulito bene le mani? La mascherina è aderisce bene al volto? Mi sono svestito bene senza contaminare altri spazi? Questa sfida con un nemico invisibile può essere sfiancante, non solo quando sei a stretto contatto con qualcuno positivo al virus, ma soprattutto in tutti gli altri ambienti in cui è probabile abbassare la guardia».

VALERIO: «La fase iniziale è stata la più critica: siamo stati travolti dall’emergenza. Non si conosceva la malattia, le persone morivano molto velocemente e, nonostante i nostri sforzi per provare a contenerlo, il virus sembrava sempre un passo avanti a noi come efficacia. L’aspetto del vedersi impreparati e in qualche modo inadeguati è stata una delle difficoltà più grandi; questo però ha anche stimolato un clima di solidarietà e rispetto tra colleghi che ha facilitato un proficuo lavoro di squadra».

 

C’è stato un lato positivo – anche se di questi tempi è un termine pericoloso – che hai potuto vivere o vedere in questa esperienza?

VALERIO:«Mi ha colpito vedere la consapevolezza della maggior parte delle persone rispetto alla gravità della situazione: rispettosa e solidale con noi medici, conscia del nostro impegno ma anche di quello che effettivamente potevamo fare o non fare. Ho molto apprezzato l’attenzione del distretto sanitario di Reggio Emilia che dall’inizio ha voluto tutelarci con le indicazioni e dispositivi necessari per tutelare la nostra salute».

ROBERTO:«Sicuramente la gratitudine di alcuni ospiti della nostra struttura verso i medici e tutto il personale sanitario dell’ospedale. La paura che hanno vissuto, trasformata in consapevolezza che qualcuno c’era a soccorrerli, è impagabile. E poi…beh, la gioia di portare finalmente una buona notizia: il risultato negativo dopo il secondo tampone effettuato, che significa libertà! Poter tornare nella propria casa, dai propri cari, dopo 30, 40 o addirittura 60 giorni di isolamento è una gioia incontenibile che fa riflettere su quanto tanti aspetti della nostra quotidianità non siano prerogative poi così assodate».

ELEONORA:«Momenti belli? Uno solo: io e il mio compagno siamo stati costretti a uscire di casa per ridurre il rischio di fare ammalare i nostri genitori, e abbiamo iniziato la convivenza».

 

Come pensi che dovrà cambiare la sanità dopo la crisi che abbiamo vissuto?

VALERIO:«Tra i vari aspetti da ripensare credo che il più importante sia quello di potenziare un modello con una forte territorialità: è il sistema territoriale che deve fare da “primo filtro” sanitario, per permettere poi all’ospedale di lavorare con numeri adeguati. Dove questa rete territoriale è fragile, la sanità si è trovata in estrema difficoltà, fin quasi al collasso».

ROBERTO:«Non amo la contrapposizione assoluta tra pubblico e privato, ma questa vicenda penso porti nella direzione di valorizzare la sanità pubblica. Abbiamo visto che il talento, anche in campo medico, è abbondante nel nostro Paese: vorrei che fosse coltivato e potenziato. Investire su mezzi e persone che lavorano nella sanità pubblica assume in questo senso un valore inestimabile».

ELEONORA:«Non mi sbilancio su cosa cambierà nella sanità, perché non lo so. Mi limito ad osservare che la sanità reggiana ha di nuovo dimostrato di essere una delle migliori al mondo. Mi permetto però di dire cosa deve cambiare agli occhi del cittadino. Chi ha pagato il prezzo più alto di questa pandemia sono stati i medici del territorio, meno tutelati e con meno risorse. I medici morti in Italia per il Coronavirus oggi sono 163, per gran parte medici di Medicina Generale: come sempre non si sono tirati indietro davanti alle esigenze dei loro pazienti e hanno pagato un prezzo enorme. Mi auguro che, davanti a questo dato, la cittadinanza sappia riflettere e rivedere la troppa facilità con cui ci si lancia in frequentissime illazioni, per lo più infondate, verso questa categoria».

 

Infine, una piccola riflessione sul presente ed immediato futuro: cosa sarà più importante in questa “nuova normalità”?

ROBERTO:«Un aspetto su cui dovremo mantenere alta la guardia saranno le fake news. In questi mesi mi è stato chiesto tante volte cosa ne pensassi di un messaggio WhatsApp riguardante le illazioni di un certo personaggio, di un video che indicava una cura rivoluzionaria e immediata, di un audio con le indicazioni a non farsi ingannare perché “ci nascondono i dati”. Non dobbiamo lasciare che la nostra paura e confusione alimentino ignoranza e paranoia. Sarà sempre più importante imparare ad ascoltare chi è più competente».

VALERIO:«Ho visto tanta gente generosa, disponibile, paziente nonostante la tragica situazione comune. Spero che questi esempi ci rendano più rispettosi e più coesi sia come cittadini sia nel rapporto medico-paziente».

ELEONORA:«Dovremo trovare il coraggio di stare nuovamente a contatto con le altre persone, senza una mascherina frapposta. Ma non ora. Adesso è troppo presto e bisogna mantenere le precauzioni che purtroppo ben conosciamo».

 

Grazie per il vostro impegno e la vostra dedizione. Ne faremo tesoro.

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