Medici di base in trincea, per la salute

Ma per l’ambulatorio sono scarse le vocazioni

Molti correggesi si sono ritrovati negli ultimi mesi a dover scegliere un nuovo medico di medicina generale e a cambiarne diversi, rendendosi conto che c’è un problema di carenza di medici di famiglia. Ne abbiamo parlato con Morena Pellati “Direttore del nostro Distretto Socio-Sanitario” e con Francesca Spigoni, Medico di Medicina Generale, da poco Coordinatore del Nucleo di Cure Primarie per Correggio e San Martino in Rio.

 

Carenza medici di Medicina Generale: allarme nazionale. L’ordine denuncia da anni la questione, e anche in questo caso la pandemia ha fatto da acceleratore. Com’è la situazione nel Distretto e a Correggio?
«Al momento abbiamo un posto vacante a San Martino, temporaneamente ed eccezionalmente coperto da un professionista pensionato, tre posti vuoti su Correggio di cui uno coperto da un medico pensionato, due su Rio Saliceto, uno su Campagnola e altre zone coperte da medici incaricati. In totale abbiamo sette zone carenti sul Distretto di cui tre a Correggio, sono state tutte bandite ma sapremo solo ad inizio estate se qualcuno accetterà», precisa Morena Pellati.

«È evidente che stiamo vivendo questo momento di carenza anche a Correggio e nel Distretto – aggiunge Francesca Spigoni – con conseguenze sulla serenità di molte famiglie che vivono con estrema fatica la mancanza di un punto di riferimento di fiducia riguardante lo stato di salute. Indubbiamente il Covid e il cambio conseguente di modalità e di impegno lavorativo, nonché l’instaurarsi di relazioni sempre più complesse e di difficile gestione, ha accelerato alcuni pensionamenti e acuito la problematica».

 

Dottoressa Spigoni, com’è cambiato il ruolo del medico di famiglia negli anni?
«Io faccio questo lavoro da soli sei anni, non ho vissuto sulla mia pelle un cambiamento epocale. Sicuramente quello che posso dire è che la peculiarità della nostra professione consiste nel creare un dialogo con i propri pazienti: è difficile impostare una terapia o un percorso diagnostico se non si conosce il paziente, se non si cerca di comprendere i suoi bisogni e le sue paure. Anche quando le nostre indicazioni sono in linea ed assolutamente coerenti con la letteratura internazionale e le evidenze scientifiche è necessario spiegare, spendere del tempo, pazientare, concordare cure, proprio perché è cambiato negli anni il concetto di salute. Internet, nel bene e nel male, diffonde informazioni e ciascuno può essere portato a crearsi il proprio principio di salute e la propria cura ideale.

Questo è un aspetto molto delicato e certamente faticoso, ma allo stesso tempo credo che sia anche la ricchezza del nostro mestiere e ci permette di entrare nella vita delle famiglie e provare a sostenerne le fatiche.

Oggi il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) fatica a stare al passo con le richieste sempre più numerose delle persone di visite e accertamenti strumentali, così come sempre più farmaci sono a pagamento. Anche la gestione di questi aspetti può risultare faticosa ed anche per questo sono così importanti la fiducia e la collaborazione reciproca fra medico e paziente».

 

Com’è andata a Correggio durante l’emergenza pandemica? Si è parlato di trincea degli ospedali e di cure territoriali ai margini, è stato così?
«Io sono molto fiera del lavoro che come Medici di Medicina Generale (MMG) nella provincia di Reggio Emilia abbiamo svolto. Un lavoro nascosto e poco appariscente.

Penso che anche nell’ambito della medicina generale abbiamo vissuto la nostra trincea o almeno io sulla mia pelle l’ho vissuta così. Non lavoriamo nelle rianimazioni e nei PS (Pronto Soccorso), ma abbiamo vaccinato al domicilio ogni anziano allettato o non deambulante della nostra provincia, sostenuto l’apertura degli HUB vaccinali nei primi tempi quando le risorse scarseggiavano, abbiamo aperto in ogni Distretto ambulatori per i malati COVID non ricoverati che necessitavano di valutazioni più approfondite. Abbiamo garantito le USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) per i malati COVID da valutare al domicilio. Nei momenti del picco pandemico abbiamo risposto a più di 300 – 400 chiamate al giorno dai nostri ambulatori. E tutto questo mantenendo l’apertura della normale attività ambulatoriale. Basti pensare che ogni documento che il cittadino doveva presentare per vaccinarsi, ogni difficoltà col Green Pass, ogni certificato di malattia, i documenti di apertura e chiusura isolamento e quarantena, tutte queste informazioni e tutti questi documenti sono passati dai nostri ambulatori.

Oltre a tutti questi gravosi aspetti burocratici abbiamo provato a condividere con i pazienti i tanti dubbi, richieste, rabbie, paura, rifiuto a vaccinarsi, ogni polemica che il contesto generale ha inevitabilmente generato. Infine, e questo è l’aspetto più delicato, abbiamo condiviso con le famiglie i lutti che le hanno afflitte. Non siamo degli eroi, ma è stato ed è tuttora un cammino che con tutti i nostri limiti proviamo a portare avanti ogni giorno, cercando la vicinanza con i nostri ammalati e le loro famiglie».

 

Dottoressa Pellati, nel PNRR sono previsti fondi e borse di studio per medici di medicina generale, saranno sufficienti?
«Sicuramente l’aumento delle borse di studio è un intervento utilissimo, ma l’urgenza è oggi! Pertanto sarà da vedere se questi professionisti potranno svolgere delle attività anche rispetto all’assistenza territoriale. Al momento, ad esempio, un medico che sta svolgendo il corso di formazione può acquisire solo 650 pazienti, per cui in molti casi per un medico massimalista (che ha in carico circa 1500 pazienti) sono necessari come minimo due medici in formazione senza riuscire a coprire tutte le posizioni scoperte. Molti colleghi hanno anticipato il pensionamento, sia sul territorio che in ambito ospedaliero. Gli ultimi due anni sono stati faticosi sotto moti punti di vista.

Una complessità è rappresentata anche dalla rigidità del sistema convenzionale, da regole che non consentono ai professionisti di svolgere determinate attività in contemporanea, regole che hanno avuto la loro ratio in passato ma che in questo frangente e in attesa dei medici in formazione, sia MMG che specialisti, sarebbero da rivedere e costituirebbero una soluzione concreta e immediata».

 

Quale futuro per il ruolo e per le cure territoriali? Qualcuno parla di rivedere le “convenzioni” e di passare ad un rapporto di dipendenza. È questo il problema?
«Penso che la medicina generale debba adeguarsi ai cambiamenti, offrire maggiori servizi creando rete fra i medici, sono problematiche molto ampie e complesse», aggiunge la Spigoni.

«La dipendenza ha come grosso limite che potrebbe portare a perdere il rapporto fiduciario fra medico e paziente, che è sicuramente la forza maggiore della medicina generale. La medicina generale, così come è organizzata oggi, lascia il professionista molto solo e molto libero, nel bene e nel male. Non sono tanti quelli che, sognando di fare il medico, pensano a questa professione come la propria. 
è sicuramente un mestiere che è più vicino a una vocazione che a una professione: quella di stare con la gente, vicino, a disposizione con le proprie conoscenze, nella quotidianità e nelle ultime ore di ogni vita.

Forse per un giovane medico sono più attraenti una chirurgia, le terapie intensive, la medicina d’urgenza: vi è molto più fascino, almeno idealmente».

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