Maurizio Manicardi, cinofilo senza frontiere

Nel ricordo del suo Pedro, salva randagi bosniaci

Tra le vittime di ogni guerra, sicuramente incolpevoli, ci sono gli animali.
È nota la vicenda dei cani e dei gatti rimasti prigionieri in quegli appartamenti di Manhattan divenuti inaccessibili dopo gli attentati alle torri gemelle, poi salvati da cordate organizzate dagli stessi militari.
E oggi si racconta dei cani dell’Ucraina: di chi li individua nelle case distrutte, di chi dà loro un ricovero, di chi ritrova le loro famiglie emigrate, di chi organizza le adozioni in paesi sicuri.
Circola in rete l’immagine di un gruppo di cani abbandonati a Kramators’k, nell’Ucraina orientale, che formano un’ordinata fila indiana, in paziente attesa di avere accesso al cibo reso disponibile da appositi dispenser.
Organizzazioni come ENPA e “Save the Dogs” hanno fin da subito iniziato a sostenere le associazioni locali, ma anche diversi privati si muovono dall’Europa e dagli USA.
Un pensionato-milionario di Seattle organizza personalmente alcune équipe veterinarie in Ucraina per curare, sterilizzare e micro-chippare cani e gatti che stanno tornando allo stato selvatico.
E poi ci sono le
guerre dimenticate, che hanno creato miseria per generazioni e durano ancora nelle coscienze di chi le ha vissute.
La guerra civile nei Balcani, a due passi da casa nostra, tra il 1992 e il 1995 fece almeno 94.000 vittime in
Bosnia-Erzegovina; la popolazione fu oggetto di crimini orrendi.
E oggi i cani sono un problema.

Il figlio di Maurizio Manicardi vive da anni a Spalato, e il padre da Correggio spesso va a trovarlo.
Ne approfitta per spostarsi a
Gornji Ribnik, nella Bosnia di etnia serba, ospite di un amico sul fiume Sana, frequentato dai pescatori di tutta Europa per il suo habitat ricchissimo.
«Ci andavo sempre in compagnia di Pedro, il cane che avevo adottato in un canile di Casalmaggiore, da cui per dodici anni non mi sono mai separato.
Un giorno, mentre pescavo sulla riva del fiume, il vecchio Pedro è sparito.
L’ho cercato per giorni e notti inutilmente, e dopo alcuni mesi sono tornato a cercarlo.
Nello stesso posto in cui l’avevo perso ecco che
incontro nel parcheggio una cagnolina magra, affamata.
Fino ad allora avevo visto in giro molti cani, in genere abbandonati dai proprietari, ma non ci avevo fatto caso.
Quella volta non riuscii a dormire pensando a lei, e, in piena notte, tornai sulla stradina di montagna sotto una pioggia battente, finché non vidi due occhi illuminati dai fari.
La presi in macchina e la portai con me.
Mi sono organizzato con un veterinario locale che fa le vaccinazioni antirabbiche, impianta i microchip e redige i passaporti sanitari, e col mio amico pescatore che mi aiuta finché non parto. Così non ho avuto problemi alla frontiera tra Bosnia e Croazia.
Adesso Laika è
italiana a tutti gli effetti, io e lei siamo diventati inseparabili».

Il randagismo di ritorno è un problema in più per le comunità disgregate dalla guerra. In Ucraina, in preparazione degli europei di calcio del 2012, erano già stati “smaltiti” almeno 10.000 animali randagi attraverso forni crematori mobili.
Ho letto che in Bosnia i cani raccolti per strada vengono portati dietro pagamento nei canili ed obbligatoriamente
soppressi entro una settimana, coi sistemi più efferati.
E questa fonte di lucro sarebbe tra i maggiori ostacoli alle adozioni promosse da organizzazioni di volontariato italiane e locali come “Prjiedor Emergency” e “La zampa nel cuore”.

«Mi hanno raccontato che nella zona da cui proviene Laika i centri di raccolta dei cani e dei gatti sono veri lager.
L’abitudine all’abbandono degli animali è purtroppo assai diffusa.
L’anno dopo l’incontro con Laika mi capitò di essere in un albergo dove appariva dal nulla ogni giorno una cagnolina ad attendere gli avanzi.
Non ho resistito: l’ho curata e portata a Correggio, trovandole un padrone.
Quest’anno ho salvato una cagnolina con due cuccioli di pochi giorni che un’auto aveva scaricato direttamente sulla strada.
Prima di tornare ho telefonato ad alcuni amici in Italia per assicurarmi che venissero adottati
».

Perché lo fai?
«Francamente non lo so. Sono indifesi, ultimi degli ultimi. E davanti al loro sguardo non c’è alcuna frontiera che abbia un senso. Spesso a Correggio le famiglie d’adozione e i cani bosniaci si riuniscono, è una gioia vederli giocare insieme, finalmente felici».
Immagino venga spontaneo pensare che ci sono ben altri drammi di cui preoccuparsi.
Tuttavia, la nostra umanità può consentirci di non fare troppe distinzioni tra chi soffre? 

E poi, quando possiamo compiere in prima persona qualcosa di concreto per affrontare un problema, è giusto fermarsi di fronte al fatto che ce ne sono “ben altri”?

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