Mafia in Emilia, problema nient’affatto archiviato

Paolo Bonacini: il giornalismo libero può vincere la paura

Oggi la mafia non è più quella di un tempo. Non fa rumore, non lascia sangue sulle strade e la parola faida è diventata ormai obsoleta. Eppure da anni, soprattutto nel Nord Italia, la mafia si diffonde come un virus. Come la stiamo combattendo? Ce lo racconta Paolo Bonacini, giornalista esperto di criminalità organizzata.

Cosa significa fare il giornalista oggi?
«Significa “difendere la democrazia”, come recita lo slogan del recente Congresso nazionale della FNSI (Federazione dei giornalisti italiani). Senza un giornalismo autonomo, capace di essere il cane da guardia dei poteri forti, senza libertà di espressione e di ricerca, senza tutele per chi svolge la professione, vengono meno il diritto dei cittadini ad essere informati e la pluralità delle opinioni, fondamentale per la salute di una democrazia. Questa è, purtroppo, la posta in gioco oggi nel nostro Paese».

Perché ti occupi di mafia? Hai mai avuto paura di raccontarla così da vicino?
«Ho deciso quando qualcuno me l’ha chiesto: Guido Mora, allora segretario della Camera del Lavoro di Reggio Emilia. Nel 2016 iniziava a Reggio Emilia il più grande processo alla ‘ndrangheta d’Italia, con centocinquanta imputati nell’aula bunker del Tribunale. Guido mi chiese di seguire le udienze per la CGIL e di scriverne, informando di ciò che accadeva e offrendo spunti critici alla comunità locale. È ciò che ho fatto da allora, con almeno quattrocento articoli e un libro. È ciò che continuo a fare ancora oggi: il problema della mafia in Emilia non è stato archiviato dalle sentenze di quel processo.

Certo, la paura a volte c’è. È un sentimento umano, negarla sarebbe sciocco e falso. Ho avuto paura quando un imputato a piede libero è salito improvvisamente sulla mia auto a fine udienza, o quando ho trovato il cofano dell’auto e un fanale sfondati a colpi di martello. Per controllare (e vincere) la paura ci sono solo due modi: o smetti di scrivere, o continui a farlo con il massimo rigore, sapendo che attorno a te c’è tanta altra gente che fa la stessa cosa. La risposta “collettiva” vince la paura. Per me almeno è stato così».

Come è cambiata la mafia rispetto agli anni ‘90?
«La ‘ndrangheta in Emilia Romagna si è profondamente evoluta. Nel secolo scorso conquistava i mercati del trasporto e delle costruzioni, gestiva il caporalato in edilizia e riciclava i proventi della droga, lontana da occhi indiscreti. Una volta terminata la guerra per il controllo del territorio (che ha fatto molti morti), la cosca Grande Aracri/Sarcone si è infiltrata nell’economia fornendo servizi efficienti in numerosi campi, a prezzi ineguagliabili: dal recupero crediti alla falsa fatturazione, dalle truffe comunitarie all’accaparramento degli appalti pubblici e privati. È diventata un operatore con il quale tante imprese e professionisti hanno ritenuto possibile fare affari, sorvolando sulla sua natura illecita ed eversiva».

La recente cattura di Matteo Messina Denaro è un passo avanti in questa lotta?
«Una risposta per me efficace arriva dal Presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio, che parla di due “successi di Stato” negli ultimi dodici mesi: la cattura di Matteo Messina Denaro e la sentenza in giudicato del processo Aemilia. L’accostamento non è solo temporale: Curzio individua nelle due vicende il tratto comune della “mafia degli affari”, che si infiltra nel tessuto socio-economico. Il capo di Cosa Nostra, che ha sfruttato i legami con l’imprenditoria e la politica per tutelare la sua latitanza, e la potente cosca che ha cambiato il volto della ‘ndrangheta con la sua infiltrazione al Nord».

In che stato di salute versa il territorio reggiano?
«I processi e le inchieste del dopo Aemilia dicono che le attività criminali proseguono, così come prosegue (ed è il dato positivo) l’azione di contrasto delle forze dell’Ordine, della Magistratura e della Prefettura. Grimilde, Perseverance, Billions, Ladri di Legge, Sisma e tante altre indagini hanno portato all’arresto di centinaia di persone, radunate in organizzazioni criminali e capaci di operare in accordo tra loro con sistemi sempre più raffinati. La falsa fatturazione, per abbattere l’imponibile e distrarre risorse destinate alla comunità, dilaga. Gli incendi di auto, aziende e abitazioni superano i duecento dal 2019 ad oggi. A fine 2021 abbiamo rivissuto l’incubo delle pistole, con una vera e propria esecuzione. Guardiamo le interdittive antimafia, il più efficace strumento di prevenzione a disposizione delle prefetture: nel 2022 in Italia sono calate del 28%, in Emilia Romagna sono cresciute del 120%. Un record assoluto che certifica il grande lavoro fatto, in particolare a Reggio Emilia, ma che inquieta per le dimensioni».

Il processo Aemilia che conseguenze ha sulla comunità?
«Che nessuno potrà più dire: “io non sapevo, io non immaginavo”. Nell’ultimo ventennio, persone e istituzioni hanno giustificato con l’ignoranza o la distrazione la propria scarsa capacità d’azione nel contrasto alle mafie. Oggi, dopo Aemilia, né l’una né l’altra sono più ammesse».

Quali strumenti utilizzare per combattere la mafia?
«Le interdittive appunto, che bloccano l’ingresso negli appalti pubblici delle aziende in odore di mafia. Poi i sequestri e le confische dei beni, che tolgono alle famiglie mafiose il patrimonio tangibile di società, mezzi e abitazioni attraverso cui moltiplicano la loro forza di penetrazione. Ma il più grande strumento di prevenzione è la cultura, la diffusione e la condivisione delle conoscenze. La mafia è un fenomeno complesso, dall’enorme impatto economico e sociale, che va studiato, compreso e divulgato. C’è ancora troppa gente che pensa si tratti di qualcosa che agisce “altrove”. Che “non toccherà mai la mia vita”. Il risveglio in questi casi è ancora più amaro».

Le scuole e le associazioni hanno saputo creare un sentire comune contro questo fenomeno?
«In cinque anni ho incontrato almeno tremila studenti delle scuole superiori, grazie alla sensibilità e al lavoro di tanti professori e presidi. Questi incontri, allargati a magistrati, avvocati, professori universitari, sindacalisti e amministratori, andrebbero messi a sistema. La scuola ha il dovere di confrontarsi con la realtà: la mafia è una faccia della realtà. Quanto alle associazioni, io ho toccato con mano il lavoro fatto da “Libera” e da “Agende Rosse”, due realtà antimafia che svolgono un ruolo fondamentale nella diffusione degli anticorpi. Andrebbero aiutate a crescere e a lavorare, anche attraverso finanziamenti pubblici: ad oggi questo non avviene».

 

Paolo Bonacini, classe 1955, nasce a Reggio Emilia, dove vive tuttora.  Giornalista e scrittore, è membro del Consiglio Nazionale della FNSI (Federazione dei giornalisti italiani). Si occupa di criminalità organizzata, in particolare delle mafie al Nord. Scrive per la testata nazionale “Ilfattoquotidiano.it” ed è componente della direzione scientifica di LAW (Legality At Work), associazione promossa dalla CGIL Emilia Romagna a tutela dei diritti del lavoro. Ha diretto Telereggio dal 1996 al 2014. Il 24 e il 28 marzo, alle ore 17.00, Bonacini sarà relatore di due incontri sulla criminalità organizzata, nell’ambito del progetto Primo Piano FormAzione.

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