Made in Italy, anatomia di un successo

Made in Italy, anatomia di un successo

Made in Italy, anatomia di un successo

L’anteprima del film, ennesimo regalo di Luciano alla sua città

Ci siamo abituati, eppure non ci si abitua mai. Siamo abituati a sentirci chiedere se ogni tanto incontriamo per strada Luciano Ligabue, e noi rispondiamo con (finta?) noncuranza che in effetti sì, a volte è possibile incontrarlo come si incontra un qualsiasi altro correggese. Solo che un qualsiasi altro correggese (e di nomi illustri ne abbiamo avuti tanti) non fa un film che poi diventa un successo al botteghino. Sto parlando, naturalmente, di Made in Italy, del quale vi abbiamo già parlato questa estate al momento della lavorazione. Il mese scorso è uscito nelle sale, e il nostro rocker ha voluto regalarci un’ulteriore emozione: una delle anteprime del suo film si è infatti svolta proprio al cinema di Correggio, nella serata del 24 gennaio.
L’anteprima ha portato a Correggio non solo lo stesso Luciano, che in quei giorni era particolarmente impegnato nella promozione del film, ma anche i protagonisti, Stefano Accorsi e Kasia Smutniak, che nel film vestono rispettivamente i panni di Riko e Sara, oltre al produttore della Fandango Domenico Procacci. A presentare il film per la prima volta sono intervenuti anche il Presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, l’Assessore regionale alla cultura Massimo Mezzetti, il Sindaco di Correggio Ilenia Malavasi e il Sindaco di Novellara Elena Carletti. Nei discorsi di tutti loro rimane l’impressione di grande accoglienza e generosità che le nostre terre hanno saputo esprimere, lasciando così un ricordo indelebile della caldissima estate padana durante la quale la pellicola è stata girata.
Per capire meglio cosa abbia significato questa anteprima per il nostro paese ho chiesto un incontro a chi quella sera era in prima fila: gli operatori del Cinepiù. Marcello Baboni, responsabile del cinema, e tutto lo staff hanno subito accolto la mia richiesta e mi hanno regalato una piacevole chiacchierata quando ormai Made in Italy era uscito dalla programmazione.
«Abbiamo proiettato il film per l’ultima volta domenica 18 febbraio. In totale, è stato in cartellone per un mese.
Un tempo considerevole per un film, che ha continuato a registrare buoni incassi dall’inizio alla fine. Noi stessi non sapevamo come avrebbe reagito il pubblico. Il bilancio è stato positivo: il film è andato particolarmente bene qui, ma lo stesso si può dire per il resto d’Italia». L’impressione che ho avuto, e che lo staff del Cinepiù ha confermato, è che questo film abbia saputo catturare l’attenzione in modo trasversale, attirando al cinema anche chi di solito non è un cliente fisso, magari perché c’era la curiosità di vedere che effetto avrebbero fatto le nostre terre sul grande schermo. «C’era molta aspettativa – interloquisce una delle ragazze – creata anche dal fatto che Ligabue questo film lo aveva annunciato da tempo, all’uscita dell’album omonimo Made in Italy».
Luciano Ligabue con questa anteprima ha voluto ribadire un legame che già esisteva con il Cinepiù: l’aveva infatti inaugurato nell’aprile del 2005, in una giornata che era stata dedicata anche a lui, con la proiezione del suo primo lavoro da regista, Radiofreccia. «Della possibilità di ospitare un evento legato al film abbiamo iniziato a parlare a inizio dicembre, anche grazie all’interesse del proprietario del cinema, Andrea Malucelli. Medusa e Fandango hanno deciso di fare qui, il 4 dicembre, la proiezione privata della copia lavoro, dunque del film non ancora terminato. Questa è stata una proiezione ristretta, alla quale ha assistito lo stesso Luciano. I primi di gennaio, dieci giorni prima del film, c’è stata poi la proiezione della copia definitiva, dedicata alla troupe e allo staff di Fandango. Tutto questo prima dell’anteprima del 24».
Conclude Marcello: «il fatto che si sia deciso di realizzare le anteprime a Milano, Roma e Correggio dà un’idea del legame che lui per primo ha con la sua
terra. Fare le prove con la copia lavoro, vedere alcuni pezzi (perché nemmeno noi potevamo vederlo tutto inizialmente, c’era giustamente una certa segretezza), provare gli aspetti prettamente tecnici… queste piccole cose ci hanno dato l’impressione di partecipare a nostra volta, seppure in minima parte, alla realizzazione del film. Ed è stata una bella sensazione».

Francesca Amadei

MADE IN ITALY, VIAGGIO AGRODOLCE NEL BEL(?)PAESE
Per la terza volta, e a vent’anni di distanza dal cult Radiofreccia, Luciano Ligabue si è tolto i panni di cantante per vestire quelli di regista. Il nuovo lavoro si chiama Made In Italy, come il suo ultimo album: una locuzione anglofona di cui solitamente abusiamo per indicare le nostre eccellenze, come un grande ombrello che protegge ciò che c’è di buono da tutto ciò che non funziona.
Nella pellicola, tuttavia, sembra che venga usata in modo quasi sarcastico, perché sono davvero poche le cose che funzionano: Ligabue ha il merito di non tirarsi indietro, di non indorare la pillola, affrontando senza sconti i drammi della crisi economica, dai licenziamenti di massa ai capannoni abbandonati e, soprattutto, l’impatto durissimo che tutto ciò ha sulle persone e i loro rapporti.
In mezzo a tanta sofferenza, però, c’è lei, l’Italia, nella sua infinità bellezza e maestosità; ed è così che Luciano crea un abile intreccio, un inseguimento, fra la durezza della vita quotidiana e la poesia dei panorami, delle città d’arte, dei campi coltivati, strizzando l’occhio con mestiere a quella monumentale rappresentazione del Belpaese che ci ha fornito Paolo Sorrentino ne La Grande Bellezza.
Particolarmente apprezzabile, inoltre, è il lirismo estremamente identitario con cui Ligabue ci racconta questa storia: ogni parola, ogni scenario trasuda di Emilia, di quella provincialità che nel mondo globalizzato tendiamo sempre più a celare, ma che fa parte di noi e ci rende davvero quello che siamo. Un gruppo di amici che, nonostante gli anni scorrano veloci e inesorabili, sono ancora tanto uniti da trovarsi a giocare a scopa e bere birra, un’istantanea tutt’altro che banale del senso della vita.
Stefano Accorsi dimostra nuovamente la sua simbiosi col regista, riuscendo a comunicare con forza anche quando tace (spesso); particolarmente sorprendente l’interpretazione di Kasia Smutniak, che se la cava egregiamente nel difficile compito di mascherare le proprie insicurezze e sofferenze per cercare di far forza al marito in difficoltà.
Il nostro concittadino conferma con quest’opera una vena creativa ricca e variegata, applicata in forme e contesti differenti
in modo lodevole. Bravo Luciano!

Lorenzo Soldani

Leggi questo e altri articoli su Primo Piano di marzo 2018

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