L’ultima vasca… e il portico piange un po’

I portici rappresentano una tipicità dell’architettura emiliana e sono un elemento caratteristico anche della città di Correggio. Quasi tutte le vie del centro storico ne sono dotate almeno su di un lato e la loro ampiezza varia a seconda della loro importanza. Alcuni hanno pavimenti in marmo rosa di Verona (persechino), altri in cotto o più semplicemente in terra battuta. Nel tempo, nelle vie di minore vocazione commerciale e relazionale, diverse arcate sono state chiuse.

I portici sono una intelligente risposta architettonica ad un clima che alterna nebbia e pioggia a sole battente e caldo afoso. Costituiscono quindi un efficace riparo dalle intemperie e dalla canicola, oltre a rappresentare un importante luogo di incontro e di relazione.

Una volta avevano delle zone specifiche, in base ai diversi frequentatori. Il portico a nord della piazza, con le arcate rivolte a sud e quindi al sole, l’era al portegh di vec (il portico dei vecchi). Il più vivo da un punto di vista commerciale l’era al portegh di soven (il portico dei giovani). Il portico che sta tra Via Santa Maria e Piazza Garibaldi, vicino all’orologio, era la zona frequentata dai contadini: si davano appuntamento e si incontravano, soprattutto il mercoledì (giorno di mercato) e la domenica mattina, per discutere dei loro affari ed informarsi sui vari accadimenti. Per questo veniva chiamato al portegh di cuntadein
(il portico dei contadini).

I portici erano anche un teatro all’aria aperta, uno scenario della vita collettiva dove si praticava la gradevole consuetudine della vasca, ovvero il passeggio a gruppi, avanti e indietro, durante il quale si consumava il piacevole rito delle chiacchiere, del vedere e dell’essere visti. I portici interessati erano quelli della piazza (corso Mazzini), dove si trovavano i negozi ed i bar più frequentati: lì era più facile incontrare gente. La piazza è il cuore della città, il luogo di identità e di incontro dei cittadini, dove si svolgono le iniziative commerciali, culturali e politiche della comunità: fiere, feste, mercati, manifestazioni, comizi…
Andêr in piâsa significa andare in città e in piâsa a s’incuntra di agînta ed tút al râsi (si incontrano persone di ogni genere).

Pare che il termine vasca sia diffuso non solo a Correggio: come nella vasca di una piscina, le persone nuotano in uno spazio limitato, avanti e indietro, tra le onde fluttuanti di uomini e donne.

Tutti i giorni, ma in modo particolare la domenica, nella tarda mattinata e nel tardo pomeriggio. Prima di pranzo e prima di cena gli amici si incontravano per chiacchierare, per raccontarsi le novità e per organizzare le serate. Le ragazze condividevano alcune segrete confidenze e cercavano di mettersi in mostra per catturare interesse. A volte l’esagerato esibizionismo diventava occasione di prese in giro. Si racconta:

Una ragazza che si riteneva molto bella passeggiava sotto ai portici con delle amiche, pavoneggiandosi.
I ragazzi che la vedevano le sussurravano: “fata”, “fata”…
Lei, inorgoglita da queste parole, ripassava ancora più impettita.
E loro: “fata”, “fata”…
Lei completava il giro dei portici e ripassava.
E loro: “fata, “fata”…

Questo fino a quando lei, convinta di averli conquistati, si girava mostrando un grande sorriso di soddisfazione e di disponibilità. A quel punto i ragazzi le hanno urlato: “fâta mèl!” (fatta male!).

Tutta la storia gioca sulla ambiguità. La ragazza, poco raffinata, si credeva bella e pensava di poter essere una fata. I ragazzi usavano la parola “fata” facendo finta di fare un complimento galante in lingua italiana e invece, in modo volgare, la deridevano dicendole in dialetto che era fatta male.

Altre storie raccontano di pericolosissimi personaggi che si aggiravano tra le arcate dei portici. Alcuni, i spacamaroun (i rompipalle), narravano improbabili vicende su argomenti di nessun interesse ed in modo assolutamente inopportuno; altri, i tacabutoun (gli attaccabottoni), cercavano disperatamente persone disposte ad ascoltarli, per poi travolgerle con interminabili racconti.

In questi anni sono intervenuti molti cambiamenti sociali negli stili di vita, nei rapporti di lavoro e nella fruizione degli spazi. Un tempo la vita era meno frenetica, la città era meno estesa e molti abitavano in centro storico:
i portici erano pieni di vetrine illuminate, di bar con ampie distese all’esterno; le persone passavano meno tempo davanti alla televisione e più tempo in compagnia.

Alla vasca, passeggiata dinamica e spettacolare, si preferisce ora l’aperitivo: una conversazione stanziale, un po’ consumistica, un po’ alcolica e alla moda. L’abitudine della vasca, così diffusa nel passato, si sta spegnendo. Sono rimasti in pochi a praticarla. Qualche sporadico gruppo improvvisato e discontinuo, crocchi di
neo-pensionati che vagano tra i portici e al gir ed la mura… il tutto senza la necessaria continuità e poesia. È rimasto un solo vero gruppo di raffinati cultori dell’antico rito. Persone che sanno apprezzare il sottile piacere dell’incontro, della condivisione informale delle informazioni apprese dalla viva voce dei protagonisti, accompagnate da arguti commenti. Vivono questo momento come una preziosa opportunità umana e culturale, un appuntamento da non perdere. Va rilevato che anche loro iniziano ad essere discontinui, soffrono qualche defezione temporanea, l’assenza in certi periodi di qualche partecipante… gli incontri tendono a diradarsi e non garantiscono più una presenza costante. Sono comunque gli ultimi esteti di questa vecchia usanza e a loro va riconosciuta la capacità di mantenere vivo lo spirito di questa tradizione. Meritano un riconoscimento ad honorem. In assoluto ordine alfabetico citiamo gli strenui affezionati della storia pratica: Mauro Baboni (Biba), Maurizio Bruschi, William Gualdi, Pino La Rosa, Gian Paolo Lusetti (il Rischio), Maurizio Maselli (Ciccio), Cesare Salsi (il Nero), Gustavo Spaggiari (al Moster), William Vittori (il Cecco o Callaghan).

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