L’ultima Porta immolata alla modernità

Intorno all’anno 1200, quando il primo nucleo urbano di Correggio, detto di Castelvecchio, era composto solamente dalla chiesa dei SS. Quirino e Michele, dal palazzo comitale e dalla zona difensiva castrense, esisteva un’unica Porta per uscire dal castello: quella nei pressi dell’odierno campanile di san Quirino. Nel Quattrocento, dopo che la città si era espansa formando gli altri due nuclei urbani di Borgovecchio e Borgonuovo, occorse renderla unitaria pur mantenendo ancora fossati di separazione. Si inclusero i tre borghi all’interno di un’alta cinta muraria e si aprirono porte comuni di entrata e uscita: a nord la Porta santa Maria (spostando o ampliando quella aperta nel 1372), a sud la Porta della Montagna (poi degli Spagnoli), a est la Porta di Modena, a ovest la Porta di Reggio.

Porta Reggio

1914, 27 gennaio: il Consiglio Comunale di Correggio, sotto la direzione del Sindaco Luca Bartoli e del segretario comunale, il prefetto Battista Rossi Foglia, delibera di abbattere l’ultima porta della città, rimasta in piedi, con casa attigua verso sud. Si indica un preventivo di spesa di Lire 2866,90. Su un giornale dell’epoca (la Giustizia) è scritto che la decisione sulla demolizione avvenne col minimo dei consiglieri e nel giro di un’ora. ‘Non si misero neanche a sedere, se ne stettero attorno al banco del sindaco e fra una barzelletta e l’altra tutto passò’. Era, comunque, stato redatto un progetto di ricostruzione, da considerarsi ‘un indubbio atto d’amore’ nei confronti dei correggesi (Bollettino parrocchiale 1981), che mai fu attuato. In verità, la decisione di appianare la costruzione era già stata presa nel 1912, adducendo come motivazione il bisogno di occupare un cospicuo numero di operai in un periodo in cui la manodopera languiva per mancanza di lavoro, e, anche, rendere meno pericolosa e più spedita la viabilità. Ma, sotto sotto, dietro l’operazione distruttiva delle Porte cittadine (quella di Modena era già stata demolita da oltre un trentennio) e conseguentemente delle mura che cerchiavano Correggio, si celavano obiettivi di controllo della forza lavoro e di formazione di nuove aree fabbricabili.

A partire dal 20 ottobre iniziava la fase operativa di abbattimento che proseguì, seppur con lunghe pause, fino al 1922. Il Comune si era riservato la proprietà dello stemma sabaudo, posto sopra l’ingresso esterno della porta, e del cordone intagliato in laterizio ricorrente sul fabbricato.

Una riflessione è d’obbligo: nell’osservare l’antica foto che ci ha tramandato il nostro fotografo Gildaldo Bassi, si raccoglie, sì, l’impellente bisogno di restauro di Porta Reggio, ma dalla sua imponenza architettonica, vista sia dall’esterno che dall’interno della città, scaturisce un profondo senso di moderna nostalgia per uno storico edificio che i nostri predecessori hanno preferito smantellare.

Un po’ di storia

La Porta di Reggio, aperta nel primo Quattrocento, fu nel tempo denominata con altri toponimi: Porta di sotto (per distinguerla da quella di sopra, cioè Porta Modena) e Porta di sant’Antonio (quando nel sobborgo adiacente sorse il quattrocentesco ospedale di sant’Antonio di Vienna per la cura dei malati del ‘fuoco di sant’Antonio’). Era protetta da un altissimo terrapieno a forma di mezzaluna che difendeva anche la stradella che, in modo curvo e tortuoso, percorreva rasente il bastione e circondava la fossa fino a che sboccava sulla strada conducente a Reggio. Al di là stava una casupola, denominata la ‘gabellina’, che al tempo del Principato serviva da esazione del dazio sui commestibili e i latticini introdotti in città. Presentava una sorta di avancorpo a rivellino, su un’isoletta, fortificata e dotata di due ponti levatoi, collocata nel centro del fossato di cinta e protetta anche da un piccolo bastione quadrangolare rompitratta. Per meglio capire, si propone un particolare del plastico rappresentante la città di Correggio nell’anno 1685, di Tienno Tagliavini, che efficacemente rappresenta l’architettura dell’antica Porta.

Nel tempo la Porta subì delle ristrutturazioni, ma la più importante avvenne nell’anno 1816 quando, ancora per essere un periodo di estrema penuria, dove oltre alla fame serpeggiava il tifo, il Comune si trovò in dovere di fornire lavoro a più di cinquanta operai indigenti. Fu deliberato di appianare l’alto terrapieno, di coprire la profonda fossa che lo circondava, di delineare la strada di fronte, di mettere a uso di praticelli laterali il terreno su cui esisteva il bastione, e di riedificare la Porta. Nota positiva è che il Consiglio comunale deliberò anche l’obbligo, per l’impresa appaltatrice, di assicurare gli operai contro l’infortunio.

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