L’ultima gabina

L’ultima Cabina Telefonica Pubblica intristisce al margine di quello che fu il “piazzale delle corriere”, dove è appena stata rimossa e rottamata la storica edicola travolta dalla crisi dei quotidiani. Un luogo che più di altri sta perdendo i suoi significati, invecchiando senza diventare antico.

«L’Edicola se n’è andata di mattina presto, caricata su un camion e portata chissà dove. Adesso farà da ricovero per galline o forse, se va bene, da banco per la vendita di angurie. Lei che ha vissuto sempre in mezzo alla cultura e all’informazione…»

La Cabina Telefonica non sembra passarsela così male. Si è rifatta il look dagli scarabocchi della cosiddetta “street art” ed ha subito interventi salva-vita: per esempio le hanno asportato la gettoniera e il telefono è stato convertito all’euro.

 

«Non è per la manutenzione che mi lamento. Siamo rimaste in due sopravvissute. Ma eravamo in tante gabine a lavorare a Correggio, nella nostra divisa rossa. È brutto quando ti accorgi che il tuo mestiere non serve più. Finisci per diventare invisibile, ecco. Non sono come la Fototessera qui di fianco, che è abituata a stare da sola, lei è sempre stata una gabina aristocratica perché lavorava per lo Stato, carte d’identità e patenti, intendo.»

 

La Fototessera, tutta chiusa in sé stessa salvo una tenda di viscosa che comunque protegge la sua privacy, ha sentito e mormora sdegnata «Cabina, io sono una Cabina non una “gabina”». Esibisce come referenze le strip di sconosciuti che sono passati sotto il suo flash e che stanno lì con un sorriso perenne e insipido.

 

«Sentila quella lì! Non mi vergogno ad ammettere che ho una qualche laguna culturale. Del resto le mie frequentazioni sono quasi sempre state popolari, per non dire dialettali. Però secondo me è corretto “gabina” visto che si dice “gabinetto”, no? (La Fototessera sogghigna e pensa «Gabinetto sarai te che non hai neanche la porta») Mia madre era una robusta gabina di noce con gli interni di feltro che a fine giornata erano pregni di sudore. È andata in pensione alla SIP qui di fronte, sotto la cappella del Centralino. Io sono nata con la nuova tecnologia, più democratica, al servizio della gente. Fin dalla giovinezza ho ascoltato i segreti di chi non si poteva permettere il telefono di casa e che parlava coi parenti lontani, coi figli, con gli amici. Anche se mi ricordo di altre frequentazioni nei tempi in cui i cellulari non erano ancora arrivati a rovinarci la piazza. C’era un possidente, ad esempio, che veniva ogni giorno a telefonare all’amante per non essere sorpreso in casa dalla moglie o da uno dei sei figli, e che mi lasciava la cornetta bollente. Oppure il bancario che giocava in borsa di nascosto dal direttore e mi lasciava la cornetta sudaticcia. Ma tutte le comunicazioni private erano assai interessanti, te ne potrei raccontare di cose!»

 

La Fototessera mi fa l’occhiolino. «Figuriamoci! Ormai questa pettegola ascolta solo idiomi sconosciuti. Mica ha imparato le lingue, per capire cosa dicono!»

 

«Guarda che tu hai poco da fare la galletta. Adesso ci sono i selfie e i documenti digitali, e te chi ti fila più? Stai diventando invisibile come me, non te ne rendi conto? Adesso solo qualche bambino per gioco o qualche giovane coppietta si nasconde dietro la tua tendina. Ti vedo, sai, che fai la gabina a ore!»

 

Insomma, maldicenze tra due comari, che invece dovrebbero farsi compagnia e compatirsi. Perché il futuro è quantomai incerto.

 

«Eh sì, adesso è il tempo delle colonnine, ad esempio quelle dei ticket: senza pareti, anoressiche. Qualcuno mi ha detto che presto anche per noi due verrà un camion e ci caricherà per portarci via. Dicono che c’è un deposito protetto per le gabine in disarmo. Mah. Non so, non ci credo. Per l’uomo la malattia è il tempo che passa, per le cose è la tecnologia che avanza. Il tempo, come la tecnologia, non ha un cuore.»

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