L’ultima cena

Ciao Olimpia, amata riserva del mio buonumore

C’era musica nei caffè la sera, la rivoluzione si respirava nell’aria. Fu allora che capitai a Curèz per la prima volta in vita mia e attraversai una porta spazio temporale. Mi ritrovai ragazzo, circondato da ragazzi più grandi di me. Nessuno ebbe da ridire, quando accesi il mio calumet. Le riunioni erano avvolte nel fumo, che le rendeva irresistibili. Tutto andava pensato e ripensato. Il mondo doveva cambiare, i ragazzi erano pronti a farlo e si erano ritagliati i loro spazi. In Via del Correggio, un collettivo era nato.
Fra i quali”, si chiamava. Gli anni settanta andavano evaporando verso una nuova decade. Come tutte le imprese umane, anche quella terminò e gli adepti della prima ora trovarono altri spazi dove ingannare le sere con le loro infinite discussioni e le tante, tante risate. Col passare del tempo, l’Olimpia di Ermes finì per diventare l’ultimo ricettacolo dei “persi alla meta i viaggiatori”. “Conscia l’ingenuità”, non tacevano i canti. «Siracusa!» prese a dire qualcuno, una sera. E su questo si improvvisò una danza senza fine che Ermes innaffiava con ultimi goccetti di grappa secca, la preferita di Giorgio, l’ineffabile maieuta di versi immortali quali «Io comunista! Posso gridare e non muoio perché so cosa ne è della vita».

La sinistra spavalda di quegli anni ruggenti si fece via via più tenue ed amministrativa. Ermes prese l’iniziativa installando grandi schermi in quello che diventò l’Olimpia Stadium, tempio catodico delle recenti imprese di Ancelotti, figlio della bassa, alla guida del Real Madrid. «Càn, l’a caté na bésa, stasira!» rise la faccia di uno che doveva essere nato contadino, all’ennesima sfida risolta dai blancos ai supplementari. Dovetti chiedere ragguagli per capire. Venni così a sapere l’origine di quel detto. Le bisce, a primavera, cambiano pelle. E quando la primavera si annuncia, in campagna, è segno di rinascita.

«Sono andato a vedere una bella mostra a Torino» mi disse un giorno, Ermes. Pensavo stesse parlando del Museo Egizio, ma lui rispose di no. «Era il Museo della Refurtiva!» ribadì, prendendosi una pausa studiata, da vero orchestratore di chiacchiere tra commensali. Non capivo, poi arrivò la stoccata. «Il Museo della Juventus!» esclamò, proprio lui, pavido tifoso interista, che da sempre teme la casacca bianconera come l’Idra dalle Cento Teste!

Qualche sera fa, prima di capodanno, ci siamo ritrovati, con Giorgio, la Grazia, Ciupi e Geki, per l’ultimo omaggio ad una vera istituzione del Borgo. Volevamo festeggiare e lo abbiamo fatto, il cuore stretto nel pensare che in quella sorta di bettola dall’arredamento stile Bulgaria 1978, la fontana piovuta come un meteorite sceso dalla storia, non ci saremmo visti più.

La mente gonfia di ricordi, sono salito in groppa a Rutilante per prendere la via dei Ronchi. Anche lui dispiaciuto. Quel posto gli piaceva, con il verde e lo spiazzo tutt’attorno. Ma più ancora era rattristato dalla mancanza di Gabriela, la puledra andalusa che da qualche giorno non si fa vedere più. Hoka hey!

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