Luciano Lusetti: il collezionista di memoria

Viaggio in un piccolo, grande archivio di storia correggese

“Alla base di tutto c’è un ideale di completezza e perfezione. Non manca, soprattutto in alcuni, una certa eccentricità legata alla stravaganza. É pignoleria e desiderio di catalogazione. Stiamo parlando dei collezionisti, persone comuni (forse anche noi stessi), con l’hobby della raccolta di oggetti[…] in vetrinette stipate all’inverosimile, intere stanze occupate, scaffali gremiti di articoli rari quanto comuni, preziosi quanto dozzinali, ma quasi sempre impossibili da spolverare”.

dal mensile FOCUS

 

Incontro il Signor Lusetti Luciano nel suo laboratorio di falegnameria al Villaggio Artigiano, dove ha lavorato per tutta la vita. Chiunque si accorgerebbe di essere di fronte a un anziano singolare: energico e vitale, la sua mente macina e il suo corpo non sa stare fermo. Ha frequentato solo la scuola elementare – dice con una punta di rammarico – ma allora era così, bisognava cominciare presto a lavorare. Infatti, diventa garzone del padre a dieci anni, nel 1941, quando la falegnameria si trovava in Via Carlo V, n° 25.

É contento di potermi mostrare le sue raccolte di oggetti. In una vetrina sono esposti tutti gli attrezzi che, fin dall’800, sono stati usati nella bottega, prevalentemente pialle, costruiti per utilizzi specifici. Mi invita ad ammirarne l’ingegnosità e la bellezza. Ogni tanto scappa ad aprire uno sportello, una porta, per farmi vedere altri utensili o documenti o fotografie o quadretti… non riesco a stargli dietro.

Preferisco dare uno sguardo generale; ferma sul portone d’ingresso, alzo gli occhi e mi vedo circondata da pannelli con un numero incalcolabile di oggetti riuniti per tipo: chiodi, chiavi, serrature, antichi e moderni, e ancora chiavi inglesi di varie fogge e misure, dinamo di biciclette, stemmi di bici; rimango impressionata dalla sfilza di trapani dal più piccino (come un cucchiaino da caffè) al più grande, alto come un bambino, e poi barattoli di latta, medagliette, il tutto sistemato con un’insistenza maniacale che lui stesso definisce “pazzia”.

Comunque sia, l’intento dichiarato è quello di conservare la memoria dell’arte della falegnameria, ma anche della storia di Correggio. Infatti, mi mostra dei quaderni che colpiscono soprattutto perché rivelano la sete di particolari e la vivace curiosità; la grafia è chiara e decisa. In un quadernetto c’è un elenco di parole dialettali che si stanno perdendo, di detti e soprannomi; in un altro ci sono solo le parole in dialetto che cominciano con la “s”. Gli chiedo: «Ma perché mai solo la esse?» e mi risponde immediatamente che gli è venuto di cominciare da lì, e poi la esse comprende anche la zeta.

Sorprendente la lista di tutti i negozi, presi in esame uno per uno, con i nomi dei gestori e proprietari che si sono susseguiti nel tempo.

Ha tenuto un diario quasi completo di tutte le incursioni aeree su Correggio (49), i danni, il numero delle vittime. C’è un elenco dettagliatissimo di tutti i locali, le ville, gli appartamenti dove risiedevano le truppe tedesche.

Ci fermiamo un attimo e, insieme alla sua signora, ci chiediamo che fine faranno tutte queste informazioni e questi strabilianti oggetti. Il timore è che vada tutto perduto e sparpagliato, se nessuno avrà la necessità di utilizzare le informazioni (un universitario per la tesi di laurea, per fare un esempio) o la volontà di tenere uniti gli utensili relativi alla falegnameria (un museo dell’artigianato, per fare un altro esempio).

Ha incorniciato qualche documento antico, delle fotografie; ha libri, opuscoli e periodici, tutti relativi alla storia di Correggio, ma, sostanzialmente, la fonte da cui ha tratto tutte le informazioni è la sua testa, ricchissima di particolari, amplissima e sicuramente prodigiosa.

Alla fine, il Signor Lusetti colleziona la sua stessa memoria.

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