Lotta ai tumori, nuovi farmaci crescono

Maurizio Scaltriti in “primo piano”, da Fazio in TV

Qualche domenica fa un correggese è stato ospite di Che Tempo Che Fa”, la trasmissione televisiva di Fabio Fazio: per una volta, non si trattava di Luciano Ligabue. Era Maurizio Scaltriti e i lettori di Primo Piano lo conoscono molto bene, poiché diverse volte abbiamo parlato di lui e lo abbiamo intervistato. Non è forse famoso come il nostro amato rocker, ma di meriti ne ha tanti. Attualmente vive a Gaithersburg nel Maryland (USA), sede del quartier generale di AstraZeneca. Dopo una brillante carriera da ricercatore, ora è Vicepresidente della Medicina Translazione nel Dipartimento di Oncologia della multinazionale del farmaco.
Nel salotto di Fazio, accanto al virologo Roberto Burioni, ha sfoggiato un sorriso timido e si è espresso in un italiano già condito di accento inglese. Le domande di Fabio Fazio hanno spaziato dalla formazione di Scaltriti, nella sua Correggio e all’Università di Bologna, alle prospettive della lotta contro il cancro. Le sue risposte ci hanno reso orgogliosi di poter definire Maurizio nostro concittadino. Dopo la sua partecipazione alla trasmissione di Fazio, gli abbiamo chiesto di rispondere ancora una volta ad alcune domande di Primo Piano.

Seguiamo da tempo il tuo percorso di ricercatore. Ora lavori per Astrazeneca: quali sono esattamente i tuoi compiti?
«Dirigo un folto gruppo di ricercatori e tecnici, con uno scopo comune: utilizzare campioni di pazienti per fornire più informazioni possibili sulle caratteristiche molecolari dei vari tumori, per aiutare a disegnare gli studi clinici più efficaci ed innovativi con nuovi farmaci e combinazioni di farmaci».

A quali esiti concreti dovrebbero portare le vostre ricerche? Ci dobbiamo aspettare a breve nuovi metodi diagnostici e nuovi farmaci?
«Le nostre ricerche rispondono a domande come “chi risponderà più probabilmente ad un nuovo farmaco e perché?”, “quali sono le analisi che dovremmo usare o sviluppare per identificare questi pazienti?”, “quali sono i meccanismi di resistenza ai farmaci (cioè quando iniziano funzionando ma smettono col tempo)?” e “come facciamo per prevenirli o superarli?”. Infine i nostri dati aiutano a capire il razionale scientifico di come due farmaci possano funzionare insieme e, basandosi sui nostri dati, possono valutare il disegno di uno studio nuovo in questo senso».

Tu dirigi centocinquanta ricercatori che lavorano negli USA, in Europa e in Cina. Ci sono diversità nella loro formazione e nel loro metodo di lavoro?
«La domanda migliore sarebbe se ci sono degli elementi in comune nella loro formazione. Infatti vengono da ogni parte del mondo, con diversi background e percorsi, sia accademici che nel mondo industriale. Li unisce però il loro metodo di lavoro. Hanno compiti diversi: c’è chi coordina e chi lavora in laboratorio per esempio, ma tutti adottano un rigore metodologico e un approccio scientifico che, permettetemelo, risulta molto appagante da osservare per me. Ho la fortuna di avere un team di professionisti di altissimo livello».

La recente pandemia ha influito in qualche modo sui vostri metodi di ricerca?
«Beh, non direttamente sui metodi scientifici, ma la pandemia ha sicuramente cambiato il mondo. Ci ha allenati ad avere riunioni a distanza e tutto sommato ce la siamo cavata piuttosto bene. Ora si viaggia un po’ meno, abbiamo imparato che non tutto richiede la presenza fisica di certe persone. Tutte le case farmaceutiche hanno avuto a che fare con la difficolta nell’arruolare pazienti negli studi sperimentali. Gli ospedali sono stati economicamente sotto pressione. Senza contare le incredibili avversità a cui si sono dovuti abituare medici e personale sanitario».

Ci sono stati alcuni eventi che hai vissuto con particolare soddisfazione in questa ultima fase del tuo percorso di ricerca? Altri che ti hanno scoraggiato?
«L’oncologia di precisione sta vivendo un momento direi quasi storico, con nuovi farmaci e nuovi studi letteralmente ogni mese. Faccio questo mestiere da abbastanza tempo per ricordarmi che queste cose accadevano si e no due volte l’anno fino ad un decennio fa. Non entro nei particolari dei lavori scientifici che mi hanno dato più soddisfazione, ma vale la pena forse menzionare il fatto che, soprattutto negli ultimi tre o quattro anni, io e il mio gruppo abbiamo sicuramente contribuito allo sviluppo di farmaci che sono già nella pratica clinica o lo saranno presto. Non c’è, obbiettivamente, soddisfazione più grande del sapere che il tuo lavoro può aiutare migliaia di pazienti oncologici. Ci sono state anche delusioni e giornate non proprio felicissime, soprattutto quando queste erano la conseguenza di pazienti che stavo aiutando personalmente fuori dal mio ruolo esecutivo aziendale e che avevano problemi seri. Sono comunque una persona che vede il bicchiere mezzo pieno: alla fine il bilancio è sicuramente positivo».

Il tuo successo professionale è un esempio per i giovani. Quali sono i fattori determinanti che permettono l’affermazione nel campo della ricerca scientifica?
«Non ci sono ricette segrete. Impegno, studio, determinazione, una certa dose di incoscienza e una certa dose di fortuna. Chi mi conosce bene è consapevole dell’impegno profuso e dei sacrifici fatti, ma anche altri non meno capaci o intelligenti di me hanno fatto le stesse cose e magari non hanno avuto la fortuna di trovarsi al posto giusto al momento giusto. Credo mi abbia aiutato anche una certa sfrontatezza nell’affrontare soprattutto i primi passi. Queste cose credo possano essere in comune a tanti percorsi professionali. Nel mio campo specifico, credo di essere stato aiutato dal fatto che, ogni tanto, ho avuto intuizioni e idee che credevo potessero funzionare: per fortuna c’era gente intorno a me che era d’accordo e mi ha supportato. Da soli non si va da nessuna parte».

Chi è Maurizio Scaltriti

Classe 1973, Maurizio Scaltriti è nato a Mandrio di Correggio. Si diploma all’Istituto Angelo Motti. Si laurea in Medicina Veterinaria a Bologna nel febbraio 1998 con 110.
Dopo una breve esperienza lavorativa, si iscrive alla Scuola di Specializzazione in Biochimica Clinica, presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
Nel 2001, conseguita la specializzazione, inizia un Dottorato di Ricerca in Biologia Molecolare che lo porta prima in Inghilterra per un anno e tre mesi, poi a Barcellona per sei mesi.
Concluso il dottorato nel gennaio 2004, vince un concorso da ricercatore presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Parma, posizione che abbandonerà all’inizio del 2005 per entrare a Barcellona nel prestigioso istituto di Josè Baselga, catalano, uno degli oncologi più conosciuti al mondo, dove resterà per sei anni.
Nel 2010 si trasferisce al Mass General Hospital di Boston (Harvard Medical School), dove rimane fino al febbraio 2013, quando inizia l’esperienza a New York presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center. Oggi è Vicepresidente dell’area di medicina translazionale di AstraZeneca.
Ha pubblicato centocinquanta articoli sulle più importanti riviste internazionali. È revisore di dozzine di riviste scientifiche specializzate ed è co-fondatore di una compagnia di turismo medicale.
È considerato internazionalmente un esperto nel campo oncologico. Ha ottenuto la residenza americana per
meriti scientifici eccezionali”.

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