Lorenzo minelli, musicista dal futuro radioso

I successi e i sogni del giovane flautista

Il nostro primo incontro fu un anno fa sul palco dell’Asioli, dove si esibì durante il Pavarotti d’Oro insieme ad un altro giovane musicista, Carlo Alberto Bacchi. Serio, composto e all’apparenza riservato, Lorenzo Minelli è il prototipo del giovane musicista classico. Dal portamento elegante al tono della voce spesso controllato, incarna la raffinatezza tipica della musica che suona. Il suo amore per la musica classica nasce alle scuole medie, grazie al fortuito incontro con un altro importante musicista correggese, Paolo Testi, che inaugurò in quell’anno l’indirizzo musicale alle scuole secondarie di primo grado. Sarà proprio il flautista Testi ad insegnargli non solo come si suona, ma anche tutta la bellezza e la passione per il flauto traverso che da sempre è stato lo strumento amato da Lorenzo, sulle orme del suo maestro. Nessuna propensione certa alla musica nella famiglia Minelli… Lorenzo è il primo.

 

Ci vuoi raccontare il tuo percorso di studi?
«Mi sono iscritto al Conservatorio Vecchi Tonelli di Modena: all’inizio non è stato semplice a causa di una insegnante che mi aveva fatto disinnamorare della musica, ma poi questo sentimento è tornato prepotente quando ho conosciuto Michele Marasco, che insegna alto perfezionamento, ed infine Mario Montore, con cui quest’estate abbiamo girato l’Italia per concerti».

Cosa ti ha insegnato questa tournée?
«Montore mi ha insegnato l’amore per la musica da camera e per i concerti. Lui è uno che vuole per prima cosa relazionarsi in maniera aperta e diretta col pubblico, vuole spiegare la musica classica a tutti come faceva Leonard Bernstein, che è il suo idolo. All’inizio dei miei studi ero stato convinto che la musica classica fosse elitaria, un po’ è anche la mentalità che passa nei conservatori: noi studiamo la musica alta, di compositori che hanno scritto opere assolute, mentre tutti gli altri macinano musica di consumo che non ha lo stesso valore. Tuttavia Montore mi ha fatto capire che forse è vero il contrario: è sbagliato sentirci elitari e se si ha la fortuna di apprezzare queste composizioni abbiamo il dovere di farle conoscere anche agli altri, perché sono capolavori non del tutto immediati per i neofiti. Dobbiamo sempre ricordarci di spiegare la musica quando ci troviamo di fronte al pubblico e di tralasciare il tecnicismo per arrivare dritti al sentimento affinché ne sia colta l’essenza».

 

Che strumento è il flauto?
«É uno strumento interessante perché non ha un repertorio particolarmente nutrito ma è uno strumento molto evocativo, è stato sempre molto sfruttato grazie a questa sua qualità di non avere un suono o un timbro ben definito e potente ma di essere quasi evanescente, diciamo».

 

Qualche modello a cui ti ispiri o qualche flautista che ammiri particolarmente?
«Tra gli italiani sicuramente Gianpaolo Pretto e Nicola Campitelli, suo allievo. Tra gli stranieri Emmanuel Pahud e Patrick Gallois, a cui tutti ci ispiriamo».

 

Hai frequentato anche delle Masterclass?
«Sì certo. Il bello delle Masterclass è conoscere tante persone e confrontarsi con il livello generale. Si ricevono anche suggerimenti opposti o addirittura contrastanti con quello che ti dice il tuo docente, per cui ad un certo punto devi fare delle scelte. Esistono due scuole di pensiero: la vecchia scuola tende ad avere un suono molto determinato, molto scuro e a spingere, l’altra invece a non spingere mai e a rilassare».

 

C’è una tua esibizione che ti è rimasta nel cuore?
«Quest’estate a Chieti abbiamo fatto un intero concerto solo nostro, del nostro quintetto di fiati. Reggere un intero programma per un’ora e mezza senza annoiare il pubblico è stata una bella sfida ed una soddisfazione finale immensa».

 

Come? Fai parte di un quintetto e non me lo dici?
«Siamo 5 ragazzi ventenni: oltre a me, due di Modena, uno di Parma ed uno di Reggio. Ci chiamiamo Ghelvéint (trad. “C’è il vento”). Ci ha creati Montore, unendoci per affinità sonore e musicali. Io sono stato l’ultimo ingresso, prima di me c’era un altro flautista più grande che poi se n’è andato. Cerchiamo di trovarci stabilmente per provare almeno una volta a settimana. Ci abbiamo messo un po’ a trovare un suono unitario, non è semplice!».

 

Progetti per il futuro?
«Nel corso dei miei studi ho fatto già circa otto concorsi, ora mi sto perfezionando perché tenterò quello per entrare nell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma».

 

E se invece dovessimo parlare di sogni?
«Beh, la direzione d’orchestra non mi dispiacerebbe… Come Giampaolo Pretto o Patrick Gallois, che ha abbandonato il flautoper concentrarsi solamente sulla direzione».

Lorenzo è un ragazzo che mi piace definire solido. Coi piedi ben piantati per terra, consapevole di quanto studio e quanta strada ci sia ancora da fare ma con idee molto chiare ed un florido futuro, che non solo noi gli auguriamo ma che è stato profetizzato da un grande Maestro come Leo Nucci.

Mentre scrivo, me lo rivedo sul palco dell’Asioli elegante, generoso e appassionato. Coraggio Lorenzo, saremo tutti lì al concorso a fare il tifo per te!

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