L’Italia, laboratorio della biodiversità

Pochi giorni dopo la serata correggese voluta da Primo Piano con Telmo Pievani e Giovanna Zucconi si è conclusa a Glascow, in Scozia, la ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: la conferenza delle parti Cop 26. Il 13 novembre scorso, 197 paesi hanno sottoscritto un nuovo patto per il clima che tuttavia non ha pienamente soddisfatto le aspettative. In merito a questi temi l’opinione dell’autore di “Viaggio nell’Italia dell’antropocene” ci potrà aiutare ad interpretare meglio gli obiettivi prefissati; per questa ragione gli abbiamo chiesto prima di tutto se dobbiamo necessariamente essere pessimisti.

Pievani esordisce premettendo: «iniziamo innanzitutto ad analizzare gli aspetti che ci permettono di essere ottimisti». L’esperto sostiene che sia già di per sé positivo il fatto che siano definitivamente scomparsi i negazionisti, quelli che si ostinavano a ritenere che il problema climatico fosse un falso mito: oggi, finalmente, ci si trova tutti concordi sul fatto che il problema climatico sia reale e debba essere affrontato. È anche cambiato il linguaggio dei leader del mondo, divenuto oggi molto più positivo e propositivo rispetto al passato. Anche questo è un bene. È infine stato riconosciuto univocamente il valore della biodiversità, che significa vita, vitalità e qualità, e su questo fronte sono state fatte molte dichiarazioni d’intenti.

Ovviamente tutto questo, secondo Telmo Pievani, non è sufficiente per essere pienamente ottimisti, soprattutto perché Cina ed India, che da sole pesano per il 25% delle emissioni mondiali, hanno dichiarato che si faranno carico della transazione ecologica solo quando avranno completamente esaurito i loro combustibili fossili, quindi non prima del 2050/2070. Questo inevitabilmente comporterà l’innalzamento delle temperature medie di almeno 2 gradi centigradi rispetto al periodo pre-industriale (in genere ci si riferisce al confronto con le temperature medie del trentennio precedente il 1900). A quel punto ci troveremo in una condizione limite ma non per questo oggi possiamo permetterci di scoraggiarci, magari aiutati dal fatto di poter guardare un’altra faccia della stessa medaglia. Infatti l’Europa da sola vale un 14,5% delle emissioni di Anidride Carbonica del pianeta: abbiamo la legislazione ambientale più avanzata a livello mondiale, la più virtuosa e quella che ci permetterà di avere un peso politico rilevante; siamo un punto di riferimento, dobbiamo sentirci sulle spalle una forte responsabilità.

L’autore ovviamente non nega che l’innalzamento delle temperature di 2°C avrà un costo ambientale rilevante e che, da questo punto di vista, l’Italia pagherà un prezzo molto alto. L’aumento della temperatura significherà innanzitutto problemi all’agricoltura per l’incremento della salinità dei terreni, che si sta già registrando in tante aree al confine con l’Adriatico. Assisteremo quindi alla desertificazione del meridione e vedremo ulteriormente aumentare i problemi di dissesto idrogeologico, ai quali già siamo notoriamente soggetti. Questi fenomeni si intensificheranno e si aggraveranno proprio a causa del riscaldamento climatico. Non da ultimo, dovremo anche fare i conti con la crescente carenza di acqua potabile, quella che oggi sprechiamo per un 40/50% a causa dell’obsolescenza delle infrastrutture alle quali la politica, perennemente a caccia di consensi e non concentrata alla soluzione dei problemi, non vuole mettere mano. A ben pensarci la gestione di una rete idrica fatiscente ha comunque dei costi elevati e continua a generare sprechi: la realizzazione di nuove infrastrutture permetterebbe di risolvere i problemi, peraltro in tempi brevi, senza aggravare eccessivamente i costi. Costi che per esempio potrebbero addirittura essere azzerati se spalmati su di un momentaneo ricarico del prezzo dell’acqua in bolletta, per un periodo di tempo ben definito e solo per coloro che hanno un tenore di vita elevato.

L’acqua, sottolinea Pievani, va salvaguardata perché costa poco ma vale tanto. Spesso i legislatori evitano di affrontare queste scelte, perché se da un lato dovrebbero essere considerate virtuose dall’altro potrebbero essere utilizzate per fare campagna elettorale avversa. Invece è giunto il momento che la politica svolga il suo ruolo, a partire dalla tassazione delle emissioni volta a disincentivarle. Le attività che producono molte emissioni dovranno risarcire il danno ambientale che arrecano. D’altro canto in Italia, dal punto di vista delle tecnologie rispettose dell’ambiente, siamo all’avanguardia: basti per esempio pensare allo stato dell’arte nella produzione di bio-plastiche. Il fatto poi che oggi costino di più ed il loro utilizzo debba essere incentivato dipende principalmente dalle scelte dei governi. Si dovrà anche comprendere che il nostro paese, per la conformazione del suo territorio e la sua eterogeneità di caratteristiche, oltre che di complessità della biodiversità (la più ricca a livello europeo), diventerà sicuramente una sorta di laboratorio di sperimentazione capace di provare, testare, inventare. Per questo saremo sempre più osservati, presi a riferimento ed imitati: anche questa è una bella responsabilità.

Le attuali scelte di Cina ed India hanno segnato una strada senza ritorno, l’incremento di temperatura ci sarà ed a subirne le conseguenze peggiori sarà il settore primario, l’agricoltura, che dovrà adeguarsi e modificarsi. Questo anche ricorrendo alla ricerca generica, che potrebbe essere addirittura in grado di individuare piante con attività fotosintetica migliorata capaci di contribuire, per quanto possibile, al contenimento della presenza di Anidride Carbonica in atmosfera. Se poi l’innovazione tecnologica, che deve essere al servizio di tutti, fosse addirittura in grado di replicare in modo artificiale quello straordinario miracolo di biochimica che è la fotosintesi clorofilliana avremmo raggiunto traguardi veramente importanti. È evidente che dal punto di vista ambientale possiamo considerarci un paese con ottime potenzialità di diventare virtuoso, ma è altrettanto chiaro che del lavoro da svolgere ne abbiamo ancora molto, indipendentemente dalle posizioni di India e Cina che sono inevitabili ed avranno ripercussioni su tutti. Dalla situazione climatica attuale non si torna più indietro. Ci dovremo adattare: dobbiamo modificare rapidamente il nostro stile di vita ed iniziare ad operare, ognuno nel ruolo che gli compete, per avviare una transazione ecologica tanto urgente quanto indispensabile.

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