Liscio come l’odio

Al grande giornalista Gianni Mura, nostro ospite a giugno nel cortile del Palazzo dei Principi, avevamo chiesto un articolo in esclusiva per i lettori di Primo Piano. Lui ha mantenuto la promessa.

 

Chi li chiama “haters”, chi “leoni della tastiera”. Haters (“odiatori”) sminuisce la gravità del gesto, come “killer” per un assassino. Leoni che, lontani dalla tastiera, usata come un’arma a lunga gittata, diventano pecorelle, chiedono scusa, si dicono fraintesi, invocano la mamma, e questi sono i peggiori. Con anni di ritardo ci s’interroga sul fenomeno ma forse è troppo tardi: il web avrà anche dei lati buoni, ma fondamentalmente è l’autostrada per teste matte, neonazisti, vetero e neofascisti, leghisti, pentastellati tenuti insieme da alcune caratteristiche: machisti, sessisti, antisemiti, omofobi, razzisti inconsci o dichiarati. Il vento è favorevole per loro in tutta Europa, ma anche negli Usa e in Brasile. Cosa rischiano? Poco o nulla. Cosa ottengono? Pubblicità gratuita. Una pacchia. I giornali amplificano: basta che l’assessore di un comune della Marsica scriva due righe violente contro Laura Boldrini e finisce in prima pagina. Cosa bisognerebbe fare, ignorarlo? No, mai. Non a questo punto. Si è sottovalutato un fenomeno grave e sarebbe ora di ridurlo, se eliminare non si può.

Ha cominciato il calcio coi suoi lugubri cori a base di “Devi morire”, “Forza Vesuvio”, il calcio dello scherno ai morti di Superga, ai morti dell’Heysel, ai tifosi che inneggiavano ai forni di Auschwitz e lo fanno ancora. È dei giorni scorsi la notizia che il presidente del Chelsea organizzerà per loro viaggi nei lager, perché si rendano conto di cosa sono stati i campi della morte e cambino idee e atteggiamento. È ottimista. L’odio liscio deve avere un impatto forte, non diluito, come si farebbe con un assenzio, un centerbe abruzzese, un elisir dei frati (80 gradi). Deve fare paura, schifo. Quando i politici hanno cominciato a esprimersi come tifosi della curva qualcuno ha detto: bravi, hanno scelto un linguaggio più facile, più popolare. A me non pare che l’abuso del vaffanculo abbia prodotto anche lievi miglioramenti, ha solo sdoganato espressioni non usate prima in certe sedi, ha allargato l’area dell’insulto, ha reso più facile la circolazione dell’odio. Senza filtri, senza paletti, senza limiti, senza vergogna e, cosa importante, senza ragione.

I grandi temi (tav, vaccini, migranti) sollecitano interventi; ma riceve insulti e minacce anche una giornalista che racconta la sua esperienza di malata di cancro (guarita, si spera); anche il cronista sportivo che giudica fasullo un rigore concesso alla Juve (o al Napoli, all’Inter: è uguale) è condannato alla pubblica gogna e riceverà valanghe di insulti, auguri perché muoia malamente il prima possibile, insomma il solito copione. Basta esprimere un’opinione (sui vegani, sui treni di provincia, su CR7) e molti di quelli che hanno un’opinione opposta ti risponderanno senza ragionare, solo insultando. Cosa che aumenta l’audience nei programmi tv, tra l’altro. È per questo che non c’è difesa. Vuoi replicare ragionando? Sei un bugiardo, fai parte di una casta di parassiti intellettuali che odiano il popolo, non mi freghi. Replichi insultando? Fai felice la controparte. Non c’è difesa perché molti haters sono anonimi e anche per la Polizia Postale rintracciarli è una fatica. Pochissimi uomini contro tantissimi uomini. Chiedo ufficialmente molte assunzioni alla Polizia Postale, assunzioni indispensabili per avviare la seconda parte del piano. Non dirò in cosa consiste, ricevo già abbastanza insulti adesso, grazie.

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