Lisa Leoni, la nostra googler

Lisa Leoni, la nostra googler

Qui Dublino, dal cuore del motore di ricerca.

Lisa Leoni, la nostra googler

Lisa Leoni, la nostra googler

È tempo di googolare cos’è Google.
È una delle aziende informatiche più importanti al mondo e, in generale, una delle realtà aziendali più grandi a livello globale: offre prodotti o servizi come l’omonimo motore di ricerca, i sistemi operativi Android e Chrome OS, oltre che vari servizi web come YouTube, Gmail, Google Maps e molti altri; ad oggi vanta oltre 100 uffici in 54 paesi e conta 80.000 dipendenti.

Una di questi “Googler” è Lisa Leoni.
Classe ’86 e una chioma adatta al suo cognome, Lisa è di Correggio, come del resto la sua famiglia: la incontro durante le feste natalizie davanti ad un ottimo cappuccino e in un’ora di chiacchiere mi convince che lei, nella sede di Google di Dublino, è la donna giusta nel posto giusto.
Lisa diventa una noogler (new Googler) 7 anni fa, dopo un colloquio impegnativo: due interviste telefoniche e due incontri: durante l’ultimo si sente chiedere “quante persone connesse alla rete ci sono in questo momento nel mondo?”.
Mi spiega per tranquillizzare il mio sguardo stranito e anche un po’ polemico: «non volevano sapere il numero esatto, ma ascoltare il ragionamento che avrei fatto per arrivare ad una risposta sensata».
L’idea infatti è che non importa tantissimo quello che sai nel momento in cui inizi a lavorare in Google (a parte un po’ di cultura generale che non guasta), ma quello che sei disposto ad imparare, e come.
Mi è chiaro. Quello che non mi è chiaro è come sia possibile che tante persone riescano a comprendere – a tal punto da riuscire da vendere – servizi così sofisticati come quelli proposti da Google pur non avendo, per la maggior parte, conoscenze informatiche specifiche.
Anche Lisa infatti, terminato il Liceo Scientifico si è trasferita a Forlì dove si laurea in Scienze Internazionali Diplomatiche. Dopo la Laurea, l’incertezza sul domani la spinge a condividere i propri dubbi con i suoi amici davanti ad un caffè, googolare (appunto). Ed è proprio una colazione con il suo coetaneo Giorgio Riccò (oggi imprenditore
di successo con la sua “La Belle Assiette” di Parigi, società che porta 800 chef nelle case di mezza Europa) che la orienta a scegliere il master post laurea della business school ESCP Europe, che prevede una rotazione di tre anni della classe di riferimento: Lisa ha fatto 1 anno a Torino, 1 a Londra e 1 a Parigi.
«Quando entri in Google il primo mese non lavori ma ricevi una formazione completa.
Entri a far parte di un meccanismo virtuoso per il quale l’azienda, che pretende da te dei risultati, sa di doverti mettere nelle migliori condizioni per erogarli.
Ed è per questo che il primo mese in azienda è speso facendo corsi di formazione che permettono al noogler di orientarsi nell’azienda e di imparare le basi per svolgere il proprio lavoro.
Ma non solo, lo sviluppo e l’apprendimento sono incoraggiati e facilitati durante tutta la tua carriera da Googler, tanto che, oltre ai vari corsi di aggiornamento inerenti al proprio lavoro, sono spesso organizzati anche corsi al di fuori dell’ambito lavorativo, che ti aiutano a sviluppare competenze utili per la tua vita privata. Come ad esempio il “financial fitness week”, una settimana di corsi mirati ad insegnarti come muoverti in diversi ambiti finanziari (dalle tasse, agli investimenti, all’acquisto di una casa) o il “life design” per aiutarti a scoprire le tue passioni e punti di forza e come sfruttarle per sviluppare la tua carriera e la tua vita in generale».
Che ci crediate o meno, c’è da ammettere che in Google questa questione della formazione la prendono davvero sul serio. Oltre alla formazione Lisa mi spiega che a Dublino, dove l’ufficio conta 6.000 dipendenti, ci sono una decina di ristoranti dove è possibile fare colazione, pranzi e cene gratuite, la palestra, la piscina ed un wellness center per poter fare una visita specialistica tra un meeting e l’altro.
Le chiedo se questa serie di benefit e di continui supporti non generino una certa inquietudine nel googler, come fosse un tentativo di cancellare o almeno annebbiare i confini tra vita
privata e lavorativa.

Offrendo la possibilità di vivere intorno a Google si toglie il desiderio di allontanarsene?
«In realtà non ho mai percepito questi benefit come una trappola ma solo una reale comodità in più. E’ sbagliato pensare a Google come al Paese dei Balocchi, dove si lavora per finta e si passa da un ufficio all’altro in infradito. In realtà qui la performance è cruciale e l’azienda sapendo quanto il lavoro ad obiettivi possa essere stressante, propone un ambiente positivo per facilitare e agevolare i risultati».
Lisa, che è entrata per fare customer service prima per il mercato Italiano e successivamente Sud Africano, oggi si occupa di “Program Management” e gestisce un team di lavoro che ha il compito di ottimizzare la produzione di risorse interne rendendole sempre aggiornate con i servizi e prodotti.
In poche parole: se una azienda produce bulloni, le comunicazioni tra le varie aree aziendali riguardo la tipologia di prodotto, come utilizzarlo, venderlo, erogarlo e utilizzarlo saranno abbastanza semplici. In una azienda come Google dove i tools cambiano ogni giorno e i metodi per utilizzarli da parte degli utenti sono sempre più sfidanti, allineare le comunicazioni internamente all’azienda e soprattutto creare processi affinché queste rimangano aggiornate diventa per l’azienda vitale. Questo è quello che fa Lisa.
La guardo mentre ancora continua a parlare e a gesticolare come se dall’Italia non se ne fosse mai andata e le chiedo, conoscendo già la risposta però, come ha fatto a convincere i suoi genitori, correggesi doc e raramente viaggiatori, a lasciarla andare.
«I miei genitori sono stati il mio supporto più forte pur non avendo idea di cosa sarei andata a fare. Mio papà mi ripeteva sempre di fare scelte serie e di portarle avanti.
In caso avessi sbagliato strada, nessun problema, mi avrebbe aspettato sul trattore per lavorare in campagna con lui. Penso che niente dia più fiducia in sé stessi della fiducia che i tuoi genitori decidono di consegnarti».

Mariachiara Mantovani

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