L’Europa c’è, ma le sue fondamenta vanno ripensate

Irene Tinagli è un’economista che vanta diverse esperienze internazionali e che ha rivestito importanti incarichi politici e istituzionali in Italia. Eletta al Parlamento europeo nel 2019, nella Circoscrizione elettorale del Nord Ovest, presiede la Commissione per i problemi economici e monetari dell’Unione Europea, composta da sessanta europarlamentari appartenenti ai ventisette paesi europei. Conversare con lei è stato un piacere. A nome di Primo Piano la ringrazio per la cortesia e le auguro buon lavoro.

«Un’occasione sprecata, non sufficiente ad affrontare le sfide future dell’Europa»: questo il giudizio di Irene Tinagli, dopo l’accordo raggiunto nella notte tra il 9 e il 10 febbraio sul Patto di Stabilità tra Consiglio dei Ministri (Consiglio UE) e Parlamento Europeo (PE). A Bruxelles l’onorevole Tinagli ha guidato la delegazione del PE al tavolo negoziale. In ballo c’era l’applicazione di quelle arcinote regole di finanza pubblica (3% deficit/PIL, 60% debito/PIL) scolpite fin dal 1992 nel Trattato di Maastricht. Quello che Romano Prodi bollò come “patto stupido”, perché condannava la fisiologia altalenante del ciclo economico ad un vestito troppo stretto. La riprova, quella del senno di poi, avviene nel marzo 2020: patto sospeso (!) per consentire ai Paesi europei di fronteggiare l’emergenza Covid. Ma veniamo all’oggi. «La Commissione Europea – mi spiega Irene – aveva presentato un testo molto più adeguato ai tempi di crisi che stiamo vivendo, consentendo agli Stati di varare piani di rientri del debito graduali, tarati sulle situazioni ed esigenze specifiche di ciascun Paese, sia in termini di riforme che di investimenti, eliminando quindi quelle rigidità che imponevano vincoli uguali per tutti. Come PE avevamo sposato quella linea, ma il Consiglio UE in dicembre, sotto la spinta della Germania e dei Paesi del Nord Europa, ha varato un testo molto peggiorativo che ripropone alcuni vincoli quantitativi uguali per tutti, peraltro appesantendo l’impianto complessivo della riforma». Teme che le regole finiranno per penalizzare gli investimenti e la visione di lungo periodo necessaria per sostenere percorsi di crescita. «Abbiamo mitigato nel testo finale alcuni punti, rendendo più facile allungare la scadenza temporale dei piani nazionali di rientro, poi di scomputare dall’indicatore di “spesa primaria netta” i cofinanziamenti nazionali dei progetti finanziati con i fondi UE e di tener conto dei rischi sociali quando si vanno a definire i piani di rientro. Il rischio vero però è che i Paesi con il debito più alto, Italia in primis, siano poi costretti, in tempi di crisi, a varare misure pro-cicliche anziché anticicliche, che finiranno per uccidere la crescita». Insomma la stupidità ha mantenuto evidenti tracce nell’ordito del Patto, a maggior ragione dopo la prova del Covid, colpevolmente dimenticata. Si aggiunga che il quadro macroeconomico non promette meraviglie, specie con il prossimo esaurimento del “Next Generation EU” e con il bisogno di nuovi investimenti che ne deriverà.

Irene non nasconde il disappunto e la sorpresa provocati a Bruxelles dal recente no al Meccanismo Europeo di Stabilità (il MES), votato del Parlamento Italiano sull’onda di una battaglia che vede come puramente identitaria per la maggioranza di centro destra che ci governa. «Il testo del MES era stato votato dai ministri europei due anni fa, Italia compresa, ed ha la natura di un accordo intergovernativo tra Stati. Oggi manca solo la ratifica italiana. Ora io dico, Giulio: anche se cambia il governo, un Paese è tenuto a rispettarlo, pena un vulnus profondo alla sua credibilità internazionale. O no?». Quando poi rappresenti la patria di uomini come Altiero Spinelli, l’imbarazzo cresce, aggiungo io.

Due mesi fa si è spento Jacques Delors, già a capo della Commissione europea in anni storici, meravigliosi. Ricordo il presidente francese Francois Mitterrand quando, gravemente ammalato, venne in aula a Strasburgo e ci mise in guardia con quel suo grido: “ricordatelo, il nazionalismo è la guerra!” L’Europa era in marcia, famelica di progresso, di civiltà: solidarietà, integrazione, moneta unica, libera circolazione, rifiuto dei protezionismi. Poi Brexit e le sirene del sovranismo nazionale: in breve tempo il populismo ammorba l’aria del continente e l’euro-ottimismo si fa nebbia.

Che ne resta oggi di quell’Europa magnifica e progressiva? «Resto ottimista, malgrado tutto. D’altronde l’esperienza di questi ultimissimi terribili anni qualcosa insegna, no? Dilaga il covid, impera il lockdown, calano le serrande su gran parte della vita economica e sociale dei Paesi membri. Un brivido correva per i corridoi di Strasburgo e Bruxelles: qui muore l’Europa, non ce la faremo a restare uniti in questo frangente. Invece no. L’Europa inventa una straordinaria iniezione di liquidità, vara prestiti a tasso zero, compra milioni di vaccini, sostiene la spesa per le strutture sanitarie, affianca con cifre da capogiro la Cassa Integrazione dei vari Paesi». L’Europa diventa così, mi fa notare, il primo continente a vaccinare tutta la sua popolazione e a sostenerne la coesione sociale. Buttandosi con grande efficacia e tempismo in materie dove, stando ai Trattati, non poteva mettere il naso, a cominciare dalla sanità e dal lavoro, di stretta competenza nazionale. Cose mai viste. «No, il filo dell’Europa progressiva, che si prende cura, senza inganno, del suo popolo, fin qui non si è spezzato». Niente più brividi allora?  «Il problema che vedo è quello delle fondamenta dell’Europa, perché lavoriamo sempre e solo sull’emergenza. Energia, sanità, sicurezza e difesa ci chiamano in appello. E in nome loro aggiungiamo sempre nuovi piani alla casa europea. Si va su, più su, ma le fondamenta restano fragili. Gli Stati vogliono sempre più dall’Europa, le chiedono presenza, soluzioni. Ma se all’Europa non si danno nuovi strumenti, come si fa?».

Le prime quattro pietre d’angolo per nuove fondamenta che ti vengono in mente? «Un vero bilancio europeo (oggi rappresenta solo l’un per cento del PIL totale dei suoi paesi membri), una politica fiscale europea, l’abbandono del principio dell’unanimità, ormai ingestibile, specie se entreranno nuovi Paesi come l’Ucraina. E un nuovo ambizioso trattato: lo tratteggiò David Sassoli con la Conferenza che volle, sul futuro dell’Europa nel 2021». D’altronde è assurdo fare gli europeisti e poi rifiutare di conferire poteri e mezzi all’Europa. Qui cade il velo di ipocrisia dei governi a trazione sovranista, ai quali non è estraneo quello italiano, in alcune sue componenti soprattutto. Non si può far finta di essere ciechi.

Timori, Irene, per il nuovo europarlamento che uscirà dalle elezioni del 7 giugno?

«Non sono così convinta, come paventano alcuni, che ci sarà un sovvertimento della “maggioranza Ursula” (popolari, socialisti e liberali) che governa il PE da sempre. Però sarà una maggioranza molto più fragile, con il rischio di maggioranze variabili, dunque di maggiore instabilità, che farà il paio con un Consiglio europeo dove l’aria sarà mutevole, a causa di governi con matrici molto diverse tra di loro ed un probabile orientamento complessivamente più conservatore, meno disponibile a rafforzare integrazione e solidarietà europea. Insomma sarà più difficile procedere spediti nella direzione che io reputo necessaria».

 

Si parla di figure tecniche di grande competenza per la Commissione europea, come quella di Mario Draghi, per esempio. «Massima considerazione. E mi auguro che Draghi possa continuare a dare il proprio contributo di competenza e visione all’Europa. Ma, caro Giulio, non possiamo eludere una necessità urgente: l’Europa ha bisogno di leadership politiche. E quello di formarle e impegnarle in prima linea è compito dei Partiti politici, non si scappa. Vogliamo un’Europa che dica la sua in un mondo così tormentato? La politica si dia una mossa!».

Ricordo però un tuo libro, Irene: “La grande ignoranza”. In quelle pagine non risparmiavi il personale politico che dirige il nostro Paese. Ma, allora, scusami, non pretendi troppo da una classe politica non proprio all’altezza? Irene rileva differenze nel profilo dei decisori politici, essendo stata prima deputata a Montecitorio e poi europarlamentare a Bruxelles. «Nei Paesi europei di maggior tradizione europeista si investe convintamente sulle figure dei deputati che li rappresentano in Europa, inserendo persone autorevoli, capaci, competenti. Nella commissione che presiedo ho come colleghi degli ex ministri delle finanze, due ex premier, degli accademici e degli esperti di bilanci, di fisco e di spesa pubblica assolutamente titolati. Quindi, no: non tutto è perduto. Si può, si deve sperare nella politica. Questo però è dovuto anche al meccanismo elettorale differente per le europee: in Italia si vota con le preferenze in collegi amplissimi, negli altri Paesi si va al voto con liste bloccate. Mentre in Italia facciamo l’inverso per le politiche nazionali, dove l’elettore non può scegliere con la preferenza il suo rappresentante nel territorio. Trovo che sia un po’ bizzarro che i parlamentari nazionali, che potrebbero e dovrebbero avere un rapporto più stretto col territorio, siano eletti con liste bloccate, mentre i parlamentari europei, che, se vogliono lavorare bene, sono costretti a passare tutte le settimane a Bruxelles e Strasburgo, siano eletti con un sistema di preferenze su collegi che coprono 4-5 regioni e milioni di cittadini. Dovremmo metterci mano. Non dico che dobbiamo necessariamente passare alle liste come in altri paesi europei, ma almeno rendere i collegi più piccoli e più gestibili. Si rafforzerebbe anche il rapporto con gli elettori».

Infine una domanda all’economista Tinagli, che vanta esperienze internazionali e competenze sicure in materia. Non è ora che l’economia diventi più umana, più consapevole e che non sia sempre e solo ossessionata dai numeri del PIL, dai parametri della crescita, lasciando in secondo piano il benessere equo e solidale? Di fronte alle mega minacce del cambiamento climatico e delle grandi disuguaglianze sociali, non è ora che anche l’economia, come la politica, si dia una mossa?

«Il tema c’è, ne avverto la necessità e la portata. Però non siamo all’anno zero, davanti ad un percorso tutto da esplorare. In Europa la consapevolezza che per l’economia capitalistica servono nuove metriche, certamente complesse, per rendere il sistema sostenibile ha fatto breccia da tempo. Per l’ecologia le esternalità negative le facciamo pagare, attraverso il sistema delle quote di emissione. Gli apparati normativi che regolano la produzione della ricchezza sono in perenne evoluzione. Le politiche ESG (Environmental, Social, Governance) ormai fanno testo nel guidare gli investimenti e la finanza in modo etico. L’Europa è il continente più avanzato e consapevole per lo sforzo di guidare l’innovazione e di condizionare responsabilmente lo sviluppo del sistema produttivo. Ripeto è difficile. Ci attiriamo spesso l’accusa di imbrigliare, di soffocare la libera iniziativa. Ma se ci affidiamo solo ai cosiddetti spiriti animali del capitalismo, andiamo a sbattere, tagliamo il ramo su cui siamo seduti. Il mondo sarà sempre più ammalato, senza speranza nel futuro. E devo dire che anche grandi potenze, come gli USA e la Cina, dove pure si corre a briglia più sciolta, guardano alle faticose scelte dell’Europa per evitare questa triste prospettiva».

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