L’età dell’oro delle Feste dell’Unità

Quarantacinque anni di politica, cultura e cambiamenti

Un volantino scritto col normografo, un comizio improvvisato su una cassetta della frutta rovesciata, un tendone messo in piedi alla bell’e meglio, una manciata di cappelletti stretti rigorosamente a mano; il passaggio dal piccolo al più grande, dalle tenui lampadine che illuminano le prime tende alle mille luci delle grandi feste. Sono tante le immagini che hanno accompagnato la Fondazione Reggio Tricolore, con il supporto di Vittoria Maselli Editore, in questo viaggio nella storia delle feste dell’Unità nella provincia di Reggio Emilia, dal 1945 al 1990, intrapreso in concomitanza con il centenario della nascita del Partito Comunista Italiano.

Un volume elegante, frutto di un progetto che mette in risalto le esperienze di coloro che idearono e costruirono le feste nei comuni, nei quartieri e nelle frazioni. Emerge una realtà fatta di passione e competenza, di spirito critico e di polemiche aspre, in forte contrasto con una certa narrazione retorica sui volontari, che ne faceva dei militanti acriticamente fedeli alla linea del Partito. Particolarmente arduo si è rivelato il lavoro di ricerca dei testimoni ed il recupero dei racconti tramandati da coloro che furono i “pionieri”, purtroppo venuti a mancare. Fortunatamente, un buon numero di militanti ha custodito gelosamente volantini, programmi e fotografie, fonti preziose per il lavoro degli autori.

Si possono riscontrare alcuni tratti comuni delle feste, come la formula dei comizi e gli slogan degli anni Quaranta/Cinquanta, ma anche degli specifici tratti dell’impostazione politica e delle offerte di intrattenimento musicale che fanno emergere peculiarità politiche e perfino geografiche dei singoli territori. I tanti luoghi scelti per allestire le feste formano una mappa di estremo interesse, che induce il lettore a compiere un viaggio a ritroso nel tempo e a valutare le radicali trasformazioni del nostro territorio.

Le cooperative di consumo nelle frazioni, le piste da ballo, le aie delle cooperative dei braccianti appartengono ad un mondo scomparso; si può scoprire il recupero di aree incolte, limitrofe ai fiumi e ai torrenti, o l’acquisto e la bonifica di parchi, resi fruibili dagli onerosi impegni economici delle sezioni ed il lavoro dei militanti: le feste furono concepite anche come un modo per recuperare spazi degradati e metterli a disposizione della comunità.

I testimoni condividono la percezione che le “cittadelle delle feste” fossero delle formidabili opportunità di socializzazione tra i volontari, in origine quasi esclusivamente aderenti al Pci a cui si aggiunsero, dalla prima metà degli anni Settanta, altre persone non iscritte.

I sacrifici sono sullo sfondo, mentre dominano i ricordi delle risate e dell’allegria. Le discussioni che si svolgevano dopo i turni erano la “ricompensa” per il lavoro gratuito. La perdita di quel tessuto relazionale è ancora oggi oggetto di nostalgia, sentimento reso ancora più acuto dall’isolamento imposto dalla pandemia. I ritratti affettuosi dei “leader naturali”, delle “cape” delle cucine, degli abili organizzatori che sapevano fare “di tutto, ma non erano capaci di fare dei grandi discorsi politici” sono riaffiorati insieme alle gerarchie informali, non sempre coincidenti con quelle interne alle sezioni. Ciò che più contava era l’apporto dei volontari, il loro sentirsi valorizzati in un’impresa collettiva, la loro capacità di tessere complesse relazioni con il “territorio”, con gli “altri”.

L’organizzazione era efficiente, ma le discussioni vivaci sulla festa erano il pane quotidiano. È sufficiente leggere le descrizioni delle innovazioni introdotte negli anni Settanta: i giovani dirigenti delle sezioni erano quelli del post-68, della scolarizzazione di massa, del benessere economico, della stagione delle riforme e dei diritti. Per loro non fu facile cambiare il volto politico e culturale delle feste. Alla concezione di una società “aperta”, che si esprimeva anche attraverso la musica rock, le performance teatrali e i dibattiti su temi eterodossi, si contrapponeva la politica comunista legata alle consuetudini e ai rituali del passato, che non potevano essere sacrificati per diffondere la musica “americana”!

L’età dell’oro delle nuove feste durò circa dieci anni, una fase nella quale alcuni eventi musicali e politici assunsero una risonanza che superò i confini provinciali. Circa duecento persone hanno partecipato a questo progetto. Ciascuno di loro ha contribuito con entusiasmo alla sua realizzazione.

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