L’economia sotto il coronavirus

Federico maselli dirige una fabbrica in cina

(intervista del 10 febbraio 2020)

Federico Maselli è correggese, ha 41 anni e trascorre normalmente 6 mesi all’anno a Suzhou, il moderno distretto industriale distante un’ora e mezzo di auto da Shanghai. É il responsabile dello stabilimento cinese e dell’area commerciale asiatica del Gruppo industriale “Giuliano”. «Non sono tornato da molto a Correggio da Suzhou. Quando il 22 gennaio è uscita la legge con cui lo Stato imponeva la chiusura di tutte le attività fino al 9 febbraio del virus nessuno sapeva niente, l’abbiamo appreso dai giornali come tutti. Lo stabilimento si apprestava alla chiusura di dieci giorni per le ferie del Capodanno Cinese».

Federico rappresenta la seconda generazione della proprietà del gruppo industriale “Giuliano”, fondato dal padre nel 1976, che produce smontagomme, elevatori e altre attrezzature per gommisti con un fatturato di 22 milioni di euro. Da dieci anni un quarto della sua produzione avviene in uno stabilimento della ”Giuliano Equipement Automotive”, società di diritto cinese totalmente controllata dal Gruppo correggese. Qui 60 dipendenti producono per il mercato asiatico, che vale circa un terzo delle vendite del Gruppo.

Federico spiega che Suzhou è abbastanza distante, circa 800 km verso la costa, dalla città di Wuhan, l’epicentro della crisi che è stata completamente isolata. Nella classifica dell’epidemia è al nono posto della criticità. Sembra che ad oggi, di fronte ad una mortalità del 3,1% della popolazione contagiata nell’area soggetta a quarantena totale, nel resto del paese la media è dello 0,16%. «Non so cosa sia successo prima, tra fine dicembre e gennaio, ma da quando lo Stato ha deciso di intervenire l’ha fatto con una decisione e una capacità operativa tutta cinese. La situazione è molto diversa tra zona e zona, addirittura tra quartiere e quartiere della stessa città: obbligo a stare in casa oppure permesso a circolare con una serie di precauzioni molto rigide. Tutti i varchi urbani sono bloccati e controllati. Dei miei collaboratori si sono recati a Shanghai e hanno impiegato più di cinque ore per i continui controlli sanitari sulle autostrade. Il panorama resta desolante con strade e centri commerciali deserti, anche se qui comunque non c’è l’emergenza logistica e il tracollo dei servizi sanitari che pare esserci nella “zona rossa” dell’Hubei.»

Ormai i media occidentali osservano esplicitamente che “la Cina sacrifica una provincia per salvare il mondo dal coronavirus” (Bloomberg), attraverso la sigillatura di una zona grande come metà Italia e con 60 milioni di cinesi prigionieri… dove per molto tempo non si saprà cosa stia succedendo ma da cui trapelano testimonianze da film dell’orrore” (F. Giuliani).

La Cina ha fretta di riavviare l’economia nel resto del paese. «Qualche grande impresa dal 10 febbraio ha provato a riaprire, compatibilmente con le difficoltà sui componenti e i materiali. Anche noi stiamo predisponendo tutte le certificazioni e l’organizzazione per ricominciare a produrre. Abbiamo creato una chat con i nostri dipendenti, ci sentiamo quotidianamente, sono preoccupati ma stanno tutti bene. Alcuni da casa lavorano per predisporre le documentazioni che le autorità ci richiedono: presidi sanitari, capacità di controllo, spazi compatibili con distanze di sicurezza tra gli operatori. Ci dicono che al più tardi verso il 20 febbraio arriverà il permesso».

Federico è in partenza per il Giappone: «Dobbiamo contattare in Asia i nostri clienti più importanti per spiegare la situazione e pianificare il futuro». Già, perché se tutto il mondo sta, bene o male, combattendo il virus e prendendo misure che per chi non ha conosciuto la guerra risultano scioccanti, le conseguenze economiche su di noi della frenata della più interconnessa economia del globo non sono ancora nemmeno immaginabili.

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