Le stagioni dell’amore

Nella cultura popolare, la parola amore ha un significato molto vasto: innamoramento, fidanzamento, matrimonio ma anche rapporti sessuali e fisicità dei bisogni corporali.

Distinguere un aspetto dall’altro non è facile. 

Nella tradizione orale, una rappresentazione dell’amore platonico, ideale non esiste: tutto viene ricondotto ad una dimensione quotidiana terrena.
I sentimenti e le emozioni sono immersi nella vita di tutti i giorni, intrecciati alle fatiche, al lavoro, ai bisogni quotidiani e alla fisicità del mondo nel quale vengono vissuti.

Amor e caghèt /Amore e caghetto
chi n’al prova n’al crèd /chi non li prova non ci crede.

Nella cultura popolare, l’espressione fer l’amor può assumere due significati diversi: intrattenere un rapporto sentimentale o avere un rapporto sessuale. 

Nell’amore raccontato dalla cultura popolare vi è la saggezza di una comunità filtrata attraverso generazioni, nell’esperienza di migliaia di uomini e di donne che si sono emozionati, amati, cercati e a volte respinti.
Vi è la consapevolezza delle regole di questo grande gioco attraverso il quale due persone fra tante uniscono i loro destini e vivono insieme la loro vita.

Spesso è la rima che descrive i casi della vita con una lucida ironia e che, con le sue risposte ai quesiti amorosi, aiuta ad affrontare i momenti più difficili.

Mort un pepa, a s’in fa n’eter / Morto un papa se ne fa un altro
pers un caioun, a s’in cata n’eter. / perso un coglione se ne trova un altro.

Quando si è giovani si cerca ardentemente l’anima gemella. Le ragazze pregavano la Madonna per trovare marito.
O impazienti interpellavano il fato per sapere quando si sarebbero maritate.

Cuch, cuch da la bèla vos / Cuculo cuculo dalla bella voce
a m’set dir quand a me spos?/ mi sai dire quando mi sposo?

I ragazzi le corteggiavano con un entusiasmo e con una determinazione straordinaria, perchè le ragazze avevano un grande potere attrattivo.

A tira de più un pél ed figa / Tira di più un pelo di figa
che un per ed bo./ che un paio di buoi

Sui ragazzi o sulle ragazze si ascoltavano le voci di radio bugadera, ovvero di quello che diceva chi ne sapeva una sempre in più degli altri e lasciava trapelare informazioni intime e riservate.

Per i ragazzi:
Lilò al gh’a la voia d’esen./ Quello lì ha la voglia d’asino
Lilò al gh’a la voia ed lumega. / Quello lì ha la voglia di lumaca
Lilò al tin trop al man in saca. / Quello lì tiene troppo le mani nei pantaloni

Per le ragazze:

La cred d’avergla sol lé. / Pensa di avercela solo lei
Dona smorta / figa forta. / Donna smorta, figa forte
La sa in du metrel. / Sa dove metterlo
L’an sa gnan d’avergla. / Non sa nemmeno di avercela

Nell’imprevedibile gioco dell’amore, inseguendo infatuazioni, sogni o sconosciute scie chimiche si formavano le coppie.

An gh’è mangas / Non c’è manico
ch’an cata al so badilas./ che non trovi il suo badile
Dio ai fa / Dio li fa
po’ ai cumpagna. / e poi li  accompagna

A volte gli accoppiamenti parevano premiare uomini senza stile e qualità.

Sa gh’è un bèl pòm / Se c’è una bella mela,
al va a finir in bòca a un nimel / va a finire in bocca a un maiale. 

Altre volte le persone si univano per interesse.

La roba / La roba (la ricchezza)
la va adré a la roba. / va dietro alla roba.
Cun dla roba / Con della roba
a se sposa anca na goba. / si sposa anche una gobba.

I vecchi incoraggiavano ad accettare qualche mancanza ma a scegliere un brev ragas ch’al faga a mod e ch’al gabia voia ed lavurer (un bravo ragazzo che faccia a modo e abbia voglia di lavorare) e a non ricercare persone perfette, che non esistono.

Ch’in gh’a un difet, gh’a un mancameint / Chi non ha nemmeno un difetto, ha un mancamento

ch’in gh’na un gh’na seint. / chi non ne ha uno, ne ha cento

Per i giovani era difficile potersi incontrare perché i genitori e i fratelli sorvegliavano con molta attenzione ogni spostamento delle sorelle. E quindi si aspettava con trepidazione il giorno delle nozze per poter vivere con l’anima gemella. Le nozze erano una grande festa alla quale erano invitati parenti e amici.

Gli sposi potevano farsi un vestito, al visti spusador (l’abito di nozze), che sarebbe stato il loro abito per tutte le occasioni importanti o i giorni di festa. Spesso si trattava dello stesso vestito che li avrebbe accompagnati anche nella bara. A tavola si facevano numerosi brindisi con dedica.

Una torta acsé bouna a l’iva mai magneda / Una torta così buona non l’avevo mai mangiata

Viva la sposa e chi l’a creeda. / Viva la sposa e chi l’ha creata.

Cucer, furseina e curtèl / Cucchiaio, forchetta e coltello

Viva al spos e al so usèl. / viva lo sposo e il suo uccello.

Poi arrivava la tanto attesa prima notte, alla quale non tutti giungevano adeguatamente preparati. Qualcuno rimaneva stupito da inattese scoperte.

Lisèta, Lisèta a n’arés mai cherdu / Lisetta Lisetta non avrei mai creduto

che atach a la cicèta a gh’fus al bus dal cul. / che attaccato alla ciccetta ci fosse il buco del culo.

La vita di coppia, all’interno di famiglie numerose e povere, era difficoltosa ed esigeva amore, equilibrio, pazienza.
Con il tempo si prendeva coscienza di come il vivere insieme fosse anche faticoso.

A laveres i pé / A lavarsi i piedi
a se sta bein un dé. / si sta bene un giorno.
A spuseres / A sposarsi
a se sta bein na stmana. / si sta bene una settimana.
A maser al nimel / Ad ammazzare il maiale
a se sta bein un an. / si sta bene un anno.

Si è sempre ritenuto che l’abilità in cucina e nei rapporti sessuali fossero i migliori rimedi per superare le tensioni famigliari.

La padela e al let / La padella e il letto
i giusten tut. / aggiustano tutto.

A volte le famiglie non trovavano armonia ed equilibrio e vivevano costantemente tra discussioni e conflittualità in un clima pesante, opprimente.

Cola lè / Quella lì
l’è na cà ch’la tin al fum. / è una casa in cui c’è del fumo.

La progressiva perdita, con l’avanzare dell’età, dell’ardore e del desiderio accompagnava un costante aumento dell’insoddisfazione.

Cherna ch’la crès / Carne che cresce
tut al dè l’è in smanès / tutto il giorno si dà da fare
cherna ch’la cala / carne che cala
tut al dè la bacaia. / tutto il giorno litiga.

E l’avanzare dell’età rendeva sempre più consapevoli gli sposi di aver vissuto diverse stagioni, ognuna con i suoi frutti e i suoi raccolti.

Dai des ai vint / Dai dieci ai venti
al tira mo al fa gnint / tira ma non fa niente
dai vint ai treinta / dai venti ai trenta
al tira ch’al spaveinta / tira che spaventa
dai treinta ai quaranta / dai trenta ai quaranta
al tira ch’al se s’cianca / tira fino a rompersi
dai quaranta ai sinquanta / dai quaranta ai cinquanta
al tira mo al s’incanta / tira ma si incanta
dai sinquanta in su / dai cinquanta in su
an tira propria più. / non tira proprio più.

Per gli uomini le ultime stagioni sono molto faticose da accettare. C’è chi lo fa con ironia e chi invece non si rassegna e viene simpaticamente deriso dalla sua donna.

L’om fin a s’santa / L’uomo fino a sessanta
la donna fin ch’la scampa. / la donna finché campa.

Tutto questo fino a quando non si trova la pace dei sensi.

Quand la cherna l’è frusta / Quando la carne è stanca
l’anma la s’giusta. / l’anima si acquieta.

Per chi vuole approfondire:
Cuore culo e dintorni. L’amore nella cultura popolare emiliana di Luciano Pantaleoni, Incontri Editrice

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