Le piccole imprese correggesi pronte a ripartire

L’opinione di Stefano Manzini, commercialista

Come usciremo dalla recessione internazionale causata dal coronavirus? Molti sostengono che nulla sarà più come prima, altri che sarà peggio di prima, altri ancora che sarà tutto uguale a prima. Limitando il nostro orizzonte all’economia correggese, abbiamo voluto sentire l’opinione di un “osservatore privilegiato”, che per la sua professione si occupa di aziende.  Stefano Manzini, classe 1959, di origini correggesi (il padre Corrado fu uno dei fondatori della storica azienda “Manzini pompe”), commercialista. Laureato nel 1983 all’Università di Parma, non segue le orme del padre ma, dopo alcune esperienze in studi professionali a Parma e Reggio Emilia, decide di aprirne a Correggio. Con il tempo lo studio si consolida ed ora conta tre soci e sei dipendenti, con sede nel centralissimo Corso Mazzini.

 

Caro Stefano, cos’è accaduto all’economia correggese con la pandemia?
«Premetto che il nostro studio si occupa prevalentemente di piccole imprese industriali e artigianali, con volumi di fatturato che vanno dai 500.000 euro a 5/6 milioni. Molte sono imprese meccaniche che operano nell’indotto del settore della plastica e costituiscono parte di quel Distretto Correggese che è uno dei più rilevanti in Italia.  Abbiamo pochi clienti invece nel settore del tessile/abbigliamento e del commercio.

La pandemia si è sviluppata così velocemente che a colpire è stata la rapidità delle sue conseguenze: le aziende che non appartenevano ai settoriindispensabilinon hanno potuto prendere contromisure e hanno dovuto sostanzialmente chiudere da un giorno all’altro, con il conseguente crollo del fatturato e con crisi di liquidità mentre costi fissi e spese generali continuavano a correre. Per mantenere in vita l’azienda si è sviluppato quasi all’istante lo “smart working”, che ha permesso di dare continuità, se non alla produzione, almeno alle attività amministrative. Ora dal 4 maggio è iniziata la “fase due”: le aziende, adottate le misure di distanziamento e sanificazione imposte dallo Stato, hanno ripreso lentamente l’attività ma devono riorganizzare la produzione, riconnettersi con la filiera dei clienti, affrontare il tema finanziario. Il peggio non è alle spalle: con la crisi dell’automotive, si dovrà capire che tipo di mercato i produttori si troveranno di fronte nel post coronavirus. La crisi è globale e quindi l’export è fortemente penalizzato. Anche il settore alimentare ovviamente ne risente per il blocco degli scambi; ora paradossalmente la Grande Distribuzione cerca prodotti a km zero. I settori più colpiti sono tuttavia il tessile/abbigliamento, che sostanzialmente ha perso una stagione e si ritrova con forti giacenze di magazzino, il settore della ristorazione e dei bar, anche se si sono inventati con creatività le consegne a domicilio aprendo profili social per raccogliere le prenotazioni, ed il settore dei servizi alla persona (centri estetici, palestre e così via)».

 

Le misure adottate dal Governo a sostegno all’economia potranno avere un effetto positivo sui settori produttivi?
«Il decreto “Cura Italia” e il decreto “Liquidità” hanno messo in campo alcune misure che stanno già avendo effetto sulle aziende: mi riferisco alla possibilità di sospendere il pagamento delle rate dei mutui e i rimborsi dei prestiti accordati a fronte di anticipi su crediti fino al 30 settembre 2020, il credito d’imposta per affitti di negozi e botteghe, il finanziamento di 25.000 euro con la garanzia al 100% del Fondo di Garanzia di durata 72 mesi a condizioni di tasso di favore, il bonus di 600 euro per i lavoratori autonomi. Il rischio è che i meccanismi di erogazione di queste somme si inceppino o siano talmente rallentati dalla burocrazia da vanificarne gli effetti; per esempio, il finanziamento di 25.000 euro passa attraverso le banche. Ora i comportamenti degli istituti di credito non sono affatto omogenei: alcuni richiedono istruttorie come se fosse una normale erogazione di un fido, che necessitano di un’enorme documentazione e causano un allungamento notevole dei tempi, altri hanno interpretato la norma in modo molto più snello. La velocità di attuazione di queste misure è fondamentale; fornire in tempo liquidità alle imprese evita il rischio di insolvenze a catena, penso soprattutto al commercio al dettaglio, ristorazione e servizi alla persona che sono i settori più vulnerabili nella situazione attuale, con conseguenze gravi per tutto il sistema economico».

 

Quanto pesa la burocrazia e la sua inefficienza sul rallentamento dello sviluppo economico?
«Un’enorme quantità di leggi, decreti, atti e regolamenti, che si sovrappongono ai precedenti e non vengono mai cancellati, scritti malissimo ed emanati da decine di centri decisionali non coordinati tra loro, hanno creato di fatto una degenerazione dell’attività della pubblica amministrazione. La burocrazia serve in uno Stato, e ha una funzione di controllo, ma nel nostro Paese è diventata un ostacolo allo sviluppo. La fatturazione elettronica, superate le prime diffidenze e difficoltà, si è rivelata uno strumento efficiente per snellire una parte del lavoro amministrativo. Dopo un anno dalla sua introduzione, tuttavia, l’Autorità Garante della privacy ha espresso parere negativo in relazione all’archiviazione di tutti i dati contenuti nella fattura elettronica: ciò ha costretto l’Agenzia delle Entrate a rivedere i modelli di accordi di adesione al servizio, creando una nuova mole di lavoro di scarsa utilità. Altro esempio è la cassa integrazione in deroga, soggetta ad accordo sindacale, che deve essere richiesta alla Regione, ma ogni Regione ha la sua procedura! Poi la richiesta deve essere inoltrata all’INPS, che apre un’istruttoria e decide se autorizzarla. Una catena infinita».

 

Il lavoro da casa, per certe mansioni, è velocemente diventato un modo per continuare il lavoro che prima era svolto fisicamente in ufficio e permettere la continuità all’attività aziendale. Pensi che avrà un futuro?
«A causa della pandemia si sta utilizzando questa modalità in modo direi estremo. Questo si sposa anche con l’attuale necessità delle aziende di sanificare gli ambienti e di rivedere gli spazi per evitare assembramenti. Certo, servono investimenti in computer, in piattaforme efficienti e connessioni di rete veloci che possano sostenere riunioni anche di lunga durata. Vedo più vantaggi che rischi, anche se cambia totalmente il modo classico di lavorare: a fianco dei colleghi, senza il cartellino da timbrare e col capo ufficio che controlla. Potrebbe anche averne un beneficio il territorio: minor traffico, minori emissioni. Forse, quando si parla di un mondo diverso dopo il Covid, ci si riferisce a questi possibili cambiamenti. Anche la professione del commercialista sta cambiando: il modello 730 e la dichiarazione IVA precompilati ed altro in arrivo stanno riducendo fortemente una parte di consulenza fiscale, che viene sostituita da un processo informatico sempre più ampio. D’altra parte, quando entrerà in vigore il Codice delle crisi di impresa e dell’insolvenza (la cosiddetta Riforma Fallimentare), saranno richieste forme di consulenza nuove che potranno creare nuove opportunità».

 

Stefano, hai tre figli ma mi pare che sul piano professionale nessuno segua le orme del padre!
«È vero, ognuno ha scelto la sua strada in completa autonomia: la figlia più grande ormai ha scelto una strada sua e non c’entra con i commercialisti, il figlio di 27 anni è laureato in antropologia culturale e il più giovane, che ha 18 anni, sta frequentando a Correggio all’Istituto Einaudi con indirizzo in meccatronica. La professione di commercialista non ha esercitato un gran fascino su di loro!».

 

Un’ultima domanda: in questo periodo che libro stai leggendo, escludendo quelli ad uso professionale?
«Per essere in tema con il periodo che stiamo vivendo, sto leggendo “Il Decamerone” di Giovanni Boccaccio, un classico le cui cento novelle mirabilmente narrate e piene di intelligenza, di astuzia e di umorismo mi danno a volte nuove chiavi di lettura anche per gli avvenimenti attuali». 

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