Le grand Vittoriò

Più ricco il Centro documentazione sul regista

Forse non tanti, a Correggio, sanno che un grande regista cinematografico e televisivo del Novecento ha avuto i natali nella nostra fertile terra di artisti. La critica francese lo chiamava Le grand Vittoriò, riconoscendone gli straordinari meriti; quella italiana fu molto più cauta nell’accreditarne appieno il valore. Quel regista si chiamava Vittorio Cottafavi ed era nato a Modena nel 1914, dopo che la famiglia vi si era trasferita da Correggio. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 gennaio 1998, l’Amministrazione Comunale ha promosso la creazione di un Centro di Documentazione, all’interno della Biblioteca, per favorire la conoscenza della vita e dell’opera del regista. Gran parte del materiale presente nel Centro è stato donato dallo stesso Vittorio Cottafavi in vita e, successivamente, dal figlio Francesco. Oggi, il Centro si arricchisce ulteriormente grazie ad una donazione del ricercatore correggese Giulio Bursi, che ha collaborato alla stesura dell’interessante pubblicazione: “Ai poeti non si spara. Il cinema e la televisione di Vittorio Cottafavi”. Giulio chiarisce che la donazione è una miscellanea di documenti che integrano in modo significativo il patrimonio già presente, dotandolo di nuovi ed eterogenei materiali tra cui tesi di laurea, articoli di giornale e documenti audiovisivi, molto utili per lo studio e la ricerca sia sull’opera che sulla biografia del regista. Completano questa donazione, che avverrà in tre fasi, copie anastatiche di documenti legati alla lavorazione dei suoi film, utili per ricostruire la vicenda artistica e la produzione dell’artista.

Pur risiedendo a Roma fin da bambino, il regista ha sempre mantenuto un forte legame con la città d’origine della famiglia, dove aveva ereditato alcune proprietà e periodicamente continuò a soggiornare, tanto che, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, fu collaboratore di iniziative culturali della Biblioteca comunale. Estremamente colto, schivo e restio ad ogni forma di celebrità, Cottafavi divise sin dagli esordi la critica cinematografica. Così, se gli italiani dimostrarono sempre poca riverenza per le sue opere e le sue idee, furono invece i francesi a manifestarsi attenti conoscitori e ferventi sostenitori del suo cinema.

Giovanissimo, Vittorio Cottafavi è già fotografo ufficiale al seguito dello scalatore Emilio Comici. Così racconta il suo esordio: “La prima volta che ho pensato di fare dei film è stato per passione sportiva. Verso i diciotto anni ero una giovane promessa dell’alpinismo. Mi arrampicavo con una guida famosa, Emilio Comici. Allora facevo molte foto, ed ero molto abile nel farle con un’illuminazione che suggeriva una certa ossessione della verticale, adatta all’espressione dei corpi sulle rocce. Cominciai ad interessarmi al documentario 16 mm. Studiai il montaggio, cominciai a scoprire certe leggi, per esempio quella della ripetizione, per la quale, se si ripeteva lo stesso movimento per tre volte, esso diventava ossessionante”.

Maturato l’amore per il cinema, si iscrive al Centro Sperimentale nel 1935 mentre frequenta Giurisprudenza. Dopo un lungo assistentato (Epstein Bonnard, Mastrocinque, Alessandrini, Campogalliani, De Robertis, Coletti, Franciolini, Vergano), esordisce brillantemente con un testo amaro di Ugo Betti (I nostri Sogni, 1943). Finita la guerra, non trova spazio per continuare l’attività di cineasta: diventa così editore, distributore, esportatore di film, e tenta invano di produrre Ladri di biciclette dell’amico De Sica. Il ritorno al cinema segna la sua volontaria esclusione dal circuito neorealista. Dopo un coraggioso omaggio a Salvo D’Acquisto (Fiamma che non si spegne), in concorso al Festival di Venezia 1949, la critica italiana lo condanna senza appello. Costretto a spostarsi verso le produzioni “minori”, migra a Torino, dove riesce a realizzare alcuni dei suoi capolavori melò (Una donna ha ucciso, 1952, e Traviata 53, 1953) e d’avventura (Il Boia di Lilla, 1952). La pentalogia femminile che ne esce segna indelebilmente la storia del cinema italiano degli anni ’50. Alcuni critici francesi lo notano in alcune sale minori parigine e lo elevano a “grande tra i grandi”, mentre gli italiani continuano a non capirlo. Ritornato al circuito romano con un film in costume (La rivolta dei gladiatori, 1958), si getta a riscrivere la mitologia classica con stile, ironia e grazia inarrivabili. Nel 1957, l’entrata in RAI segna l’inizio della sua seconda vita. Influenzato da Brecht, affronta la fantascienza e la fantapolitica, il realismo tragico, la tragedia greca, il teatro da camera, interpretando testi tra i più complessi della letteratura mondiale (da Sofocle a Dürenmatt, da Green a Pavese), chiudendo poi brillantemente la sua esperienza cinematografica (I cento cavalieri, 1964). Lavorerà per la televisione a più di quaranta film (fino al 1984), realizzando molti dei progetti sognati e mai realizzati per il cinema: il più significativo rimane Maria Zef, stroncato dalla censura fascista nel 1936 e girato quarantasei anni dopo in dialetto friulano. Per la televisione Cottafavi è stato un pioniere, uno straordinario innovatore di linguaggio e di forme.

 

Quell’uomo cortese coi baffetti: ricordo d’infanzia

Ero poco più di una bambina. In un caldo mezzogiorno di fine giugno, mi trovavo a tavola coi miei familiari quando il ghiaietto del cortile scricchiolò sotto le ruote di una bicicletta. Mia madre uscì fuori e riapparve poco dopo seguita da un uomo col cappello in mano. Alto e magro, coi baffetti e i capelli scuri e lucidi all’indietro, gli occhi cortesi e una giacchetta stropicciata. L’uomo s’inchinò, quasi, chiese scusa per l’orario e buttò l’occhio a noi, riuniti intorno alla tavola, e ai piatti fumanti di minestrone e maltagliati. La sua bocca s’era stirata in una forma d’incanto.“Che bella tavolata!”, disse, e gli traspariva una leggera emozione. “Si sieda, signor Cottafavi, mettiamo un piatto anche per lei, si sieda!”. Lui sembrava indeciso, tra l’attratto e l’imbarazzato. “Starei volentieri, ma mia moglie m’aspetta”. Era venuto per accordarsi riguardo la trebbiatura del frumento del suo podere, con la mia famiglia che faceva il lavoro conto terzi nelle campagne: ogni anno veniva da Roma e presiedeva personalmente ai lavori. Di quell’uomo mi colpì il garbo nel portamento e nei modi, la voce sottile e sfumata che non avevo più potuto dimenticare. Quando potei rendermi conto di chi fosse l’uomo che quel giorno lontano mirava, rapito, la scena di un pranzo contadino, immaginai che per lui rappresentassimo un quadro cinematografico perfetto.

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