Lavoro: perché non inseguirlo!

La vita giramondo di Giulia Di Loreto

Incontrarla di persona è complicato. Per farlo, dal momento d’ideazione dell’intervista alla realizzazione, avrei dovuto cambiare valigia almeno un paio di volte.

Maria Giulia Di Loreto, conosciuta dal resto del mondo (è proprio il caso di dirlo) come “Gigi Parigi”, è argento vivo, signori.

Tampere, Glasgow, New York, Palm Beach Gardens, Miami, Doha, Riyad, Istanbul, Bogotà, Città del Messico. Non è il programma della nuova puntata di “Alle Falde del Kilimangiaro”, ma sono i luoghi delle sue tante vite fino ad oggi, le case che ha vissuto, i Paesi che hanno contribuito a costruire la sua storia personale.

Da Doha in poi è stato il suo lavoro a portarla in giro. The Business Year è un Global Media Group che fa ricerche economiche nei paesi emergenti. Ha team di lavoro in oltre 35 Paesi e pubblica annualmente una rivista economico-finanziaria che rappresenta un faro nella scelta di internazionalizzazione per gli investitori, un manuale per approcciare nuove realtà economiche. Il magazine contiene interviste a Ministri dell’Economia, CEOs di multinazionali e decision makers internazionali.

Giulia, dopo quasi 5 anni di lavoro a The Business Year (TBY), è oggi responsabile commerciale del Messico.

Non ci ho mai creduto alla storia dei “paesi troppo piccoli per persone troppo grandi” ma credo nei doni. Gigi Parigi ha il dono della “curiosità estrema”. Se la conosceste vi verrebbero in mente tutti insieme personaggi come Peter Pan, Heidi, Mulan, la Julia di Orwell e sicuramente Ulisse.

Chiedo a Giulia di narrarmi la sua vita come se fosse una serie tv:

Stagione 1
JOBSINPARIS.COM

«Di rientro dagli Stati Uniti, dove avevo lavorato quasi 2 anni, decisi che avrei voluto lavorare a Parigi.

Mi misi quindi a cercare sul sito jobsinparis.com. Mentre viaggiavo in rete lessi un annuncio che non mi sembrava vero: l’azienda cercava un profilo avventuroso, interessato alle vendite e disponibile a viaggiare 11 mesi su 12.

“Too good to be true” mi sono detta mentre mi candidavo.

Due giorni dopo mi hanno chiamato. Una serie di colloqui con donne di nazionalità diverse mi suggeriva che la questione si stava facendo interessante. Ricevetti un’offerta e mi chiesero di comprare un biglietto destinazione Istanbul, per andare a conoscere l’azienda da vicino. Tra i dubbi dei miei genitori acquistai il biglietto per la capitale Turca.

La sede dell’ufficio aveva l’aspetto di una casa. Si trovava a penzoloni sul Bosforo ed ospitava circa 50 persone, di 45 nazionalità diverse, che lavoravano fianco a fianco.

Il mio training iniziò subito. I miei capi mi dissero di preparare le valigie, di tenerle pronte perché nel giro dei 3 giorni successivi mi sarei trasferita a Doha e poi in Arabia Saudita.

Per convincermi mi parlarono di un team accattivante: Duygu, una ragazza turca affabile e in gamba e Han, il Greenman, lavoravano già da 1 anno in Arabia Saudita con ottimi risultati.

Nel secondo tentativo di convincimento mi mostrarono foto di Han mentre indossava una tutina elastica integrale verde nei luoghi più improbabili della Terra: in Egitto durante la Primavera Araba, in Tanzania sotto lo sguardo interrogativo di due leoni.

Mi convinsero. Poco dopo iniziai a lavorare a Riyad».

 

Stagione 2
ABAYA IS THE NEW BLACK

«Quando arrivai, l’Arabia Saudita era governata da Abdullah bin Abdulaziz Al Saud. Morì dopo 2 giorni dal mio arrivo. Gli succedette il fratello, “King Salman”.

Mi dissero che il Re era anche il Custode delle 2 Sacre Moschee: Al-Haram in Mecca e la Moschea dei Profeti in Medina. Dopo 29 anni di cattolicesimo, l’approccio non fu dei più semplici.

Fortunatamente c’era Duygu. Al mio arrivo mi disse che per prima cosa dovevamo fare shopping di Abaya, le lunghe vesti nere che usano le donne nei Paesi del Golfo Persico. Le avrei indossate al lavoro e ovunque al di fuori del compound dove abitavamo.

Vivere in Arabia Saudita mi ha concesso quello sguardo nuovo, quello che ti astiene da ogni giudizio, che fa bene alle relazioni, al lavoro, all’economia.

In Arabia Saudita, nonostante l’Arabia Saudita, ho conosciuto Han, il Greenman che poi sarebbe diventato mio marito».

 

Stagione 3
LA CITTÀ PIÙ BELLA DEL MONDO

«Istanbul lascia senza fiato. È dove l’Occidente entra nell’Oriente in punta di piedi, in modo affascinante. Non avevo mai assistito a tanta bellezza in una sola città.

A Istanbul sono diventata “Events Manager” e ho mantenuto questo ruolo per 1 anno. Ho rappresentato “The Business Year” negli eventi internazionali in cui non era presente un team di lavoro: Malesia, Vienna, Edinburgo, Dubai, Londra, Iran. Un anno appassionante. A rendere positiva la mia permanenza a Istanbul anche il fatto che rispetto a città come Miami o Riyad io fossi “vicina” a casa, nell’anno giusto: mio fratello si è laureato, mia sorella ha aperto l’attività in centro a Correggio. Sono riuscita ad esserci».

 

Stagione 4
SRIRACHA E PARMIGIANO REGGIANO

«Dopo 1 anno a Istanbul TBY mi chiede di tornare sulle vendite. Accetto e mi trasferisco a Bogotá, Colombia insieme al mio, ormai inseparabile, Greenman.

Di quel periodo ho tanti ricordi ma in testa, appiccicata alla fronte come una fotografia, ho l’immagine del nostro frigo di casa che offriva sempre la stessa proposta: Sriracha (salsa a base di chili) e Parmigiano Reggiano.

Bogotà si rivelò un mercato meno complesso e sofisticato dell’Arabia Saudita. In quel periodo io e Han fummo testimoni dell’accordo di pace tra il Governo, all’epoca nelle mani di Juan Manuel Santos, e il leader delle FARC, Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia. Alla firma dell’accordo erano presenti il Re di Spagna e il Capo dello Stato cubano Raul Castro che ha appoggiato i negoziati. Un pezzo di storia si consumava davanti ai miei occhi».

 

Stagione 5
MEZCAL

«Mezcal è il sapore del Mexico, il sapore dei miei ultimi due anni di vita. Il Messico detiene un potenziale smisurato: il Governo ne è consapevole e ha deciso di giocarsi un grosso capitale per attrarre investimenti esteri.

Qui brulica un network in continua espansione di creativi e CEOs delle aziende più influenti del mondo come Nissan, Mercedes Benz, Coca-Cola, Bayer, Pfizer. Conoscerli è d’ispirazione e rappresenta una delle ricchezze del mio lavoro».

 

Vivere all’estero fa vedere l’Italia da un altro punto di vista.

Han ogni tanto ci prova: “Perché non andiamo a vivere in Italia?”. La situazione lavorativa, lo dico solo dopo averne provate diverse nel mondo, è seriamente svilente. Non parlo solo di stipendio. Parlo di prospettiva, parlo di sgobbare per 4 o 5 anni e ritrovarsi in una posizione diversa, trovarsi professionalmente in un ruolo nuovo: più responsabilità, più remunerazione, più voglia di continuare a crescere. All’estero accade davvero.

Ci si abitua a leggere gli eventi con altre chiavi di lettura. I cervelli di chi vive all’estero attivano spontaneamente un filtro che vaglia notizie diffuse al tg: quando il 28 giugno del 2016 ci fu l’attentato all’aeroporto di Atatürk, le notizie parlavano di una Turchia impraticabile, sotto assedio. Fu ovviamente una tragedia ma dal giorno successivo la quotidianità riprese il suo corso senza conseguenze logistiche. Quando poi nel settembre del 2017 il Messico fu colpito da un terremoto del 7.1 grado della scala Richter le voci che arrivavano in Italia ai miei genitori erano quelle di una tragedia senza limiti. In realtà in una città di 25 milioni di abitanti le cose avrebbero potuto andare molto peggio. Il nostro quartiere non ha avuto danni e tutto il paese ha reagito in modo coraggioso ed efficiente.

Giulia e Han sono diventati marito e moglie nel 2018 con una doppia cerimonia. Ad un emozionante rito del the vietnamita è succeduta una messa metà in inglese e metà in Italiano. E a chi si chiede come sia possibile lavorare, vivere e godersi la vita insieme nonostante le coordinate geografiche di origine, dico che la risposta è nelle famiglie. Quel giorno tutti i presenti hanno notato che la famiglia di Han e quella di Giulia si assomigliavano in modo sorprendente. Entrambe non la finivano di abbracciarsi e di parlare sempre della stessa cosa, di accoglienza.

 

Giulia è ormai una “Lonely Planet” vivente.
Per orientarci nella scelta delle prossime vacanze e perché no, di “cambio vita”, le chiedo di decretare un vincitore per ogni tema.

Divertimento:  Bogotà. Io che ballo la Salsa.
Bellezza città:  Istanbul; il profilo delle Moschee al tramonto mentre i riflessi dei battelli sul bosforo accendono la città.
Cibo: Vince il Messico. Non è l’Italia, non è l’Emilia ma la grande varietà è accompagnata anche da qualità.
Gente: Vince di nuovo il Messico. Un po’ Gringo e un po’ latini sono la quintessenza della positività.
Senso estetico: Vincono le donne colombiane attente al proprio aspetto fisico e spesso disposte al bisturi per migliorarlo. A pari merito le donne Saudite che sotto le Abaya indossano abiti e intimo di grande gusto.

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