L’arte contemporanea? Un groviglio, ma non impenetrabile

Flavio Caroli nell’incontro promosso da Primo Piano

Sì, io c’ero, alla serata organizzata da Primo Piano al Teatro Asioli sull’arte contemporanea. Il medesimo motto potrebbe valere per l’oratore della serata, il professor Flavio Caroli, perché questo ha detto più volte riferendosi al suo esserci là dove l’arte si compiva, a costo di apparire ai più autoreferenziale.

Il tema della conferenza riguardava le vicende storiche, culturali e sociali che stanno alla base dell’arte contemporanea e chi sono gli artisti che possono essere definiti i pilastri sui quali poggiano i nostri contemporanei.

Solo più tardi, al termine, riflettendo su quanto esposto e raccogliendo informazioni su Caroli, ho capito il grande valore del suo “esserci stato” in quei momenti storici ed avere così incontrato e conosciuto artisti dotati di singolare talento.

Caroli, abile didatta (ha insegnato per oltre vent’anni Storia dell’Arte al Politecnico di Milano) e grande affabulatore, ci ha presentato il suo ultimo libro “I sette pilastri dell’arte di oggi” edito Mondadori, e lo ha fatto nel modo meno astruso e criptico possibile.

L’arte contemporanea ci dà quell’impressione di facilità, di “sono capace anch’io di farlo”, oppure ci inquieta perché non riusciamo a capirla. Quello che noi spesso, da semplici appassionati d’arte, ci troviamo davanti è un mondo complesso, una sorta di “muro di rovi”, per citare “La bella addormentata” di memoria disneyana, direbbe Caroli: “pop art in nuce”. Tra gli spiragli di luce di questo groviglio di spine, riusciamo ad intravedere coloratissimi lucidi cagnolini fatti con palloncini, Papa Woytila curvo in ginocchio abbattuto da un meteorite, tele sparse qua e là, ricolme di goccioline colorate che ci sembrano gettate lì a caso, come negli antichi riti dei nativi americani Navajo, donne nude, ben piantate, che camminano instancabilmente fino allo stremo delle forze.

Il racconto di Flavio Caroli, anche e proprio grazie alla narrazione di aneddoti personali, rende più facilmente fruibile l’arte, ci fa sembrare più familiare un linguaggio che in realtà è molto più complesso di quanto non appaia ad uno sguardo profano.

Se da un lato può apparire eccessivo il racconto dei suoi numerosi e fortunati incontri, dall’altro questo suo escamotage narrativo ci avvicina all’arte meno intimoriti, ci rende curiosi, desiderosi di conoscerla e comprenderla. Essenziali al suo sguardo sul mondo dell’arte i numerosi riferimenti al cinema, al teatro, alla letteratura, a tutto ciò che contribuisce all’evoluzione, allo sviluppo dell’arte nelle sue varie forme.

La serata ha visto la presenza di un pubblico numerosissimo che, sono sicura, si augura non si tratti di un’unica ed ultima rappresentazione: Jeff Koons, Maurizio Cattelan, Jackson Pollock e Marina Abramović non sono poi così lontani ed incomprensibili. Forse il muro di rovi diventa, dopo una serata come questa, meno fitto e impenetrabile di quanto pensassimo.

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