L’alienazione dell’uomo moderno

Qualcuno di voi si ricorda di Esopo, il leggendario schiavo greco, storpio e brutto, autore di favole? Se ritornate con la memoria agli anni della scuola, vi verrà in mente che ognuno degli animali protagonisti dei suoi brevissimi racconti simboleggiavano una specifica qualità negativa o positiva degli uomini e che le sue storie, tramite una morale implicita od esplicita, si ponevano il fine di suggerire agli uomini un atteggiamento corretto.  Ma non è tutto qui: le favole esopiche spesso offrivano norme di comportamento e condannavano i vizi umani, ma non sempre proponevano conclusioni in cui la giustizia prevaleva sull’ingiustizia, la bontà sulla cattiveria; infatti, talvolta, Esopo con i suoi racconti si limitava ad esprimere la propria protesta rassegnata, ma non silenziosa, contro le ingiustizie che era costretto a subire senza poter sperare in un mondo diverso e migliore.

 Ecco, Ludovico Massa detto Lulù, protagonista dello spettacolo teatrale liberamente tratto dall’omonimo film La classe operaia va in paradiso, portato in scena nelle giornate di martedì 6 e mercoledì 7 febbraio all’Asioli, per la regia di Claudio Longhi e con Lino Guanciale nei panni di Lulù, mi ha fatto pensare alla condizione di Esopo.

Chi di voi ha assistito allo spettacolo teatrale o, magari ha visto film, sicuramente si starà domandano cosa possano avere in comune l’operaio milanese e il favolista greco. La risposta è che entrambi hanno preso coscienza della propria condizione e, insoddisfatti, hanno deciso di protestare, ciascuno nel modo più consono ai suoi tempi: con una scrittura metaforica, Esopo, con dirette proteste sindacali, Lulù.

Prima di assistere allo spettacolo, ho guardato un’intervista fatta a Lino Guanciale nella quale l’attore racconta che, durante la visione del film, è rimasto colpito più che dall’aspetto della rivendicazione dei lavoratori, dal senso di alienazione che pervadeva la vita dell’operaio tra le sue mura domestiche, quando sedeva ipnotizzato davanti alla tv. L’alienazione, in quel caso, non dipendeva tanto dal fatto di svolgere un lavoro ripetitivo, ma dal fare parte dell’ingranaggio della filiera produzione-consumo. Infatti, Ludovico Massa, prima dell’incidente che lo renderà insofferente alla propria situazione, è orgoglioso di essere il migliore dei lavoratori a cottimo e quantifica ogni oggetto che possiede o che desidera in ore di lavoro.

Alla fine dello spettacolo, mi sono così posta questo interrogativo: noi, oggi, siamo più vicini alla consapevolezza di un Esopo e di un Lulù Massa rivendicatori di una società più equa, o siamo invece ingranaggi alienati, che vivono la propria vita come ostaggi inconsapevoli dei propri oggetti/desideri? Noi siamo sufficientemente maturi da prenderci il tempo per riflettere su chi siamo, cosa vogliamo essere e, in caso, per lottare per ciò che vogliamo diventare, o siamo invece sprovveduti che avanzano quotidianamente a testa china?

Mi rendo conto di non essere in grado di rispondere io per prima alle mie stesse domande, ma sono certa di una cosa: vorrei che le generazioni che verranno dopo di noi ci possano ricordare come i protagonisti positivi di una parte di storia portatrice di una morale e non come i silenziosi ingranaggi di un macchinario ormai inutilizzabile.

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