La strada di un prete in salita

Don Alberto Debbi è il parroco di Correggio

Nuovo parroco di Correggio: è toccato a don Alberto Debbi. Già vicario di don Sergio Pellati da tre anni, è lui il nuovo parroco di San Quirino, San Prospero, Madonna di Fatima, San Biagio e Fazzano-san Pietro, le parrocchie che, insieme, costituiscono l’unità pastorale della Beata Vergine delle Grazie. Don Alberto è a Correggio dal 2016 ed è una presenza molto stimata per la sua autenticità spirituale. È noto, specie ai più giovani, per le sue passioni di sportivo, escursionista di alta quota e ciclista. La sua vocazione sacerdotale è stata pienamente vissuta da uomo adulto e medico affermato. Nel 2020, nel momento più critico della pandemia, è tornato a vestire il camice medico e si è dedicato all’assistenza ospedaliera ai malati di covid nell’Ospedale di Sassuolo: una scelta coraggiosa che ha dato buona testimonianza e che lo ha portato anche alla notorietà in campo nazionale.

Non è consueto che il curato diventi parroco, ti aspettavi questa nomina?
«Immaginavo di diventare parroco presto. Ce n’è sempre più bisogno e io sono già bello “stagionato”. Non pensavo a Correggio, ma ci speravo anche un po’».

Si dice che il parroco debba creare relazioni di comunione. Cosa s’intende con questa espressione? In particolare nei confronti di chi non va in chiesa, di chi vive in modo laico?
«Credo sia il punto centrale dell’operato di un parroco, rispetto ad altri ministeri sacerdotali. Significa facilitare il cammino e la crescita delle comunità con relazioni il più possibile belle, significa stemperare gli attriti, i litigi e le diversità. Significa creare un ambiente dove ognuno si senta accolto, a casa e in cammino con gli altri. È come la Chiesa dovrebbe essere, riflesso della Comunione Trinitaria; in ultima analisi, di Dio. Credo non ci siano confini nell’operare in questa maniera. Certamente c’è un gruppo di persone più impegnato e presente nella vita della comunità ma è difficile (e nemmeno compito nostro) valutare i cammini di fede particolari di ogni persona. Per tutti c’è una strada che va verso Dio. Cercherò di creare occasioni di incontro o comunque di mantenere la porta aperta a tutti. Già da questi primi mesi mi sono accorto di quanto sia aumentata la mia relazionalità e come sia necessario saper camminare con tante realtà diverse».

Dalla cura dei malati alla cura delle anime; l’essere medico ti spinge nella direzione giusta? Chi sono i “malati” che hanno bisogno del prete?
«Spero proprio che mi spinga nella direzione giusta. Sicuramente ha influito su di me. Mi ha aiutato a lavorare sulle mie infermità e le mie rigidità mentali. Gli anni di medicina mi hanno insegnato tanto sulla capacità di adattarsi e sull’accettare di tutto. Un po’ tutti siamo “malati” che hanno bisogno del prete. Essere sacerdoti significa aiutare le persone a creare ponti verso Dio, a mettersi in comunicazione con Dio. Chi può dire di non averne bisogno?».

Tu sei esperto del camminare in cordata per i sentieri di montagna. Forse è lì la formula per mettere d’accordo cinque parrocchie, con le variegate opere, associazioni e sensibilità?
«Sì, la cordata deve essere unita. Bisogna camminare tutti allo stesso passo e accorgersi di chi è più in difficoltà, fermarsi e ripartire tutti insieme verso una meta comune, altrimenti è un disastro».
Una domanda, dopo cinque anni vissuti a Correggio: una cosa che ti piace molto ed una cosa che ti piace meno dei correggesi.
«Mi piace la voglia di puntare in alto e di essere esigenti in tutto. Dall’altra parte mi piace meno che, a volte, ognuno sia convinto che la strada per farlo sia solo la sua».

Un parroco in salita: la più bella cima conquistata e quella che vorresti conquistare?
«Se parliamo di montagne, sicuramente la vetta del Monte Bianco è la cima che più mi ha segnato, ma anche il Monviso perché partii da solo e lungo la strada trovai compagni da aiutare ma che, a loro volta, mi aiutarono. Quella che manca è sicuramente il Cervino. Se parliamo di vita la più bella cima è stata riuscire ad abbandonarmi nelle braccia del Signore attraverso la scelta di diventare sacerdote. Quello che vorrei è riuscire a farlo in tutte le occasioni della mia vita. A volte continuo a procedere un po’ di testa mia».

Un’escursione in montagna o una lunga pedalata in bicicletta: quali emozioni provi? Cosa consigli ai lettori di Primo Piano?
«In ogni caso qualcosa di duraturo e faticoso. È palestra di vita. L’escursione in montagna è sicuramente più contemplativa, meditativa e spirituale. La pedalata può essere più adrenalinica, veloce e sportiva».

Simpatico, sapiente, sportivo: quale S ti piacerebbe?
«Ne aggiungerei una quarta un po’ più ardita e che fa paura solo a dirla: santo. È la santità a cui dobbiamo puntare, no?».

Don Alberto, chi è?

Nato a Scandiano nel 1976 e cresciuto a Salvaterra, in una bella e numerosa famiglia: papà, mamma e sei figli. A diciotto anni, rimasto orfano di papà, morto per una malattia, matura la decisione di studiare Medicina: si laurea a Modena nel 2001 e nel 2005 consegue la specializzazione in Malattie Polmonari. Esercita come medico negli ospedali di Scandiano, Castelnovo Monti e, dal 2007, nell’ospedale di Sassuolo, reparto di Pneumologia. Nel 2013 lascia l’ospedale per studiare Teologia in Seminario a Reggio e seguire la vocazione sacerdotale, rinunciando, con piena consapevolezza, alla carriera medica ed alla possibile formazione di una sua famiglia. Nel 2017 è ordinato diacono ed assegnato a Correggio, in appoggio a don Sergio. Il 15 dicembre 2018 è ordinato sacerdote, rimanendo sempre a Correggio come vicario. Nel marzo 2020, d’accordo col vescovo e col parroco, rientra come medico nello stesso reparto di Sassuolo dove aveva lavorato in precedenza, per dare un aiuto concreto nell’emergenza della pandemia. A settembre 2021 diventa parroco a Correggio dell’unità pastorale Beata Vergine delle Grazie.

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