La scrittura è di casa a Correggio

Le nuove uscite di Melissa Magnani e Matteo De Benedittis

Due scrittori alla ricerca di una voce a cui dare voce e la sacralità dei legami affettivi al centro delle loro opere. Melissa Magnani e Matteo De Benedittis sono gli autori che Primo Piano ha voluto conoscere più da vicino in questo numero. Entrambi correggesi, insegnanti e freschi di pubblicazione, hanno alle spalle esperienze diverse ma in comune l’amore innato per le parole che diventano racconti, trame, storie di vita.

Melissa Magnani, classe 1992, un diploma al liceo classico R. Corso di Correggio e una laurea in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha realizzato il suo grande sogno: quello di scrivere e vedere pubblicato il suo primo romanzo, “Teodoro”. Edito da Bompiani ed uscito in libreria il febbraio scorso, è una storia sospesa nel tempo che viaggia tra presente, passato e futuro, narrata da Teodoro, un bambino vissuto solo undici giorni che, dopo la morte, si avvicina ai suoi famigliari, in particolare ai nove fratelli nati successivamente alla sua dipartita. Questi, inconsapevoli della limitata esistenza del primogenito, hanno tutti dei caratteri ben definiti, con dettagli che spiccano e che li rendono diversi tra loro e da Teodoro, ma accomunati dallo stesso sangue. «Il romanzo – spiega l’autrice – vive in un tempo sospeso e rarefatto. La geografia è sconosciuta, il paese non appare sulle mappe e non ha nomi. Il paesaggio è quello della pianura, delimitata dall’orizzonte che separa il cielo dalla terra e da un campanile che unisce le due dimensioni». Nel racconto, la pianura ha gli elementi della nostra terra mentre le tradizioni descritte sono sia quelle rurali che quelle zingare. Magnani sottolinea il linguaggio volutamente essenziale e pieno di gestualità di “Teodoro” per dare risalto alla sacralità dei legami famigliari che, se forti, resistono a tutto, anche alla lontananza ed alla morte: ogni vita lascia sempre un’eredità inconsapevole a chi sussegue.

Di eredità spirituali profonde si parla anche nell’ultimo libro di Matteo De Benedittis, “Chicco, quando il seme non muore” edito da Porziuncola. Questa volta l’eclettico scrittore correggese, già noto come saggista, giornalista, autore teatrale e per bambini, approda al genere biografico raccontando la vita di Cristian Maffei, giovane reggiano prematuramente scomparso nel 2015 all’età di ventiquattro anni, che, nel suo breve cammino, ha saputo cogliere e trasformare i tanti dolori sperimentati in un percorso di fede e di pienezza, anziché di rabbia e chiusura. «La vita di Cristian, detto Chicco e non a caso – chiarisce l’autore – se vista da fuori è una serie di lutti e sofferenze, di distacchi tanto prematuri quanto inspiegabili. Se invece ci si entra dentro, come ho avuto occasione di fare io leggendo i suoi diari spirituali e parlando con le persone che lo hanno conosciuto, si scopre un’esistenza in cui la malattia è vista come un’opportunità di dialogo con Dio e con gli altri, un percorso aperto e di confronto, vissuto anche con molta ironia». Questo non significa che il giovane non abbia provato sconforto davanti alle difficoltà ma ha cercato di andare oltre e di non fare della lamentela la cifra della sua vita. «Cristian – conclude De Benedittis – sosteneva che tutti abbiamo un nostro dolore, una nostra malattia. Chi più visibile e chi meno. E tutti abbiamo il limite della morte. Il percorso che ci porterà lì può essere vissuto nel buio o nella luce. Chicco ha scelto di essere seme anziché briciola».

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