La ‘ndrangheta e noi

presentato il libro di Paolo Bonacini a Festacorreggio

“Non avevamo capito niente”: è questo il pensiero che accompagna il lettore nello scorrere le pagine del libro di Paolo Bonacini, “Le cento storie di Aemilia”, che analizza il fenomeno della presenza in terra reggiana della criminalità organizzata di origine calabrese. Il libro è stato presentato l’11 luglio scorso alla Festa del PD di Correggio, in collaborazione con l’associazione Libera e la CGIL, ed ha visto una numerosa partecipazione dei cittadini.

Mirto Bassoli, della segreteria regionale CGIL, ha illustrato le attività del sindacato nel contrasto alla criminalità sui luoghi di lavoro e l’impegno nel richiedere che il processo si svolgesse a Reggio Emilia. Manuel Masini, referente provinciale di Libera, ha portato la testimonianza delle iniziative che l’associazione sta realizzando con le scuole superiori per sensibilizzare studenti e insegnanti. La serata è entrata nel vivo con l’intervento di Paolo Bonacini, già direttore di Telereggio, che ha seguito come “inviato” della CGIL il processo Aemilia, il più grande processo alla ‘ndrangheta celebrato in Italia: i suoi reportage quotidiani dall’aula del tribunale  sono stati raccolti in questo libro che rappresenta una fotografia amara della nostra storia recente.

L’impressione che si ricava dal racconto di Bonacini è sicuramente quella di un territorio che per più di vent’anni non ha saputo dotarsi degli strumenti per affrontare questo fenomeno nuovo per la nostra cultura locale. Noi emiliani ci siamo sempre ritenuti immuni da certe logiche criminali grazie al percorso politico che ha portato alla costruzione delle nostre comunità; per questo motivo non abbiamo saputo leggere un linguaggio e un codice di comportamento che si stavano infiltrando nel nostro tessuto sociale. C’è un passaggio di Bonacini che ha colpito molto i presenti: “Sono stati i nostri imprenditori che si sono rivolti alla ‘ndrangheta, non il contrario”. La criminalità è stata vista come una possibile “agenzia di servizi”, di sostegno alle attività imprenditoriali in difficoltà, senza rendersi conto di venire presto fagocitati, rivelando una sfiducia da parte del mondo economico nei confronti di banche, forze dell’ordine e istituzioni.

Da questo racconto se ne esce con una grande disillusione: si consegna alla storia una classe dirigente che non è riuscita ad essere all’altezza morale delle generazioni che l’hanno preceduta. In nome del “cambiamento” si sono ammorbidite quelle rigidità etiche che, se da una parte hanno reso questa provincia luogo di forti divisioni ideologiche, dall’altra erano riuscite a proteggerla dalle infiltrazioni malavitose. Seppure in ritardo lo Stato (esemplare è stata la figura dell’ex prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro) e la comunità locale hanno però saputo reagire con determinazione, arrivando a svelare, denunciare e colpire l’anti-Stato che si sta infiltrando nelle nostre campagne. In questa risposta della società civile si è rivelato fondamentale il lavoro di Bonacini e dei suoi colleghi, che ci forniscono quotidianamente nuovi strumenti di lettura per questi fenomeni.

 

L’OPERAZONE AEMILIA

Il 28 gennaio 2015 in Emilia vengono eseguiti oltre cento arresti di persone accusate di reati mafiosi, prevalentemente in provincia di Reggio Emilia. I nomi più noti sono quelli di Nicolino Sarcone e Grande Aracri. Gli arresti proseguiranno nei mesi e anni successivi. Il processo reggiano di primo grado, concluso il 31 ottobre 2018, vede un totale di 218 imputati rinviati a giudizio. Tra i 165 condannati ad oltre 1.500 anni di carcere figurano diversi imprenditori, molti dei quali di Cutro, ma anche insospettabili “colletti bianchi”, esponenti della politica, del giornalismo e addirittura ex appartenenti alle forze dell’ordine: l’allora questura di Reggio appare un colabrodo. I reati riconosciuti sono quelli di estorsione, usura, incendio, attentati, riciclaggio, corruzione e bancarotta fraudolenta.

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