La nanoparticella che fa star meglio

Eleonora Truzzi premiata per la ricerca farmacologica

Walter White è vivo. Nella realtà abita a Correggio, è una ragazza e frequenta il terzo anno della Scuola di Dottorato in “Clinical and Experimental Medicine (CEM) “dell’Università di Modena e Reggio. Sto parlando di Eleonora Truzzi. 

Lei (fortunatamente) non cucina metanfetamine, ma studia soluzioni innovative per il trattamento delle patologie neurodegenerative. Lo scorso 12 settembre ha vinto il premio per la migliore presentazione orale di tesi di Dottorato al “19° Advanced Course in Pharmaceutical Technology: characterization on colloidal nanocarriers”, scuola di Dottorato organizzata annualmente da ADRITELF (Associazione Docenti e Ricercatori Italiani di Tecnologie e Legislazione Farmaceutiche).

Ah, dimenticavo: questo Walter White al femminile è anche una delle mie più care amiche. Mi è stato concesso l’onore di intervistarla per Primo Piano… et voilà.

Ciao Eleo! Ti aspettavi di vincere questo premio?
«Mi ha colto di sorpresa, letteralmente. Non solo non mi aspettavo di vincere, ma durante la premiazione stavo parlando con altri dottorandi. Quando ho sentito il mio nome mi sono alzata in piedi senza capire cosa stesse succedendo. Mi ci è voluto qualche secondo (e una collega che sussurrava “Hai vinto tu, hai vinto tu!”) per rendermene conto».

Sei felice? Perché credi abbiano scelto te, tra tanti dottorandi?
«Sono davvero felicissima. Dopo la premiazione non riuscivo a smettere di piangere, non tanto per il premio in sé (la partecipazione a un congresso internazionale di farmacologia a Vienna), ma perché vedere degli sconosciuti riconoscere il valore del tuo duro lavoro è motivo d’orgoglio. Continuavo a pensare “forse, dopotutto, qualcosa di bello l’ho fatto davvero!”.
La scelta del vincitore si è basata su tre parametri: chiarezza dell’esposizione, padronanza dell’argomento e originalità del progetto. Credo che a far la differenza, nel mio caso, sia stata l’originalità, perché il mio progetto si focalizza sull’utilizzo di materiali che spesso vengono trascurati dalla ricerca».

Parlaci del tuo progetto di Dottorato. In cosa consiste?
«Il mio progetto si intitola Drug delivery strategies for Geraniol nose-to-brain administration e si focalizza sulla ricerca e lo sviluppo di sistemi nanoparticellari per la somministrazione intranasale dei farmaci».

Prova a tradurlo in parole povere per noi.
«Ci provo! Si è scoperto che il geraniolo – sostanza naturale usata come profumazione in quasi tutti i deodoranti – può aiutare a ridurre la neuroinfiammazione, un meccanismo patogenico presente nelle patologie neurodegenerative come il morbo di Parkinson. Se assunto per via orale il geraniolo si rivela poco efficace e si è quindi cercata una via di somministrazione alternativa, quella intranasale, per favorirne l’assimilazione da parte del cervello.
Se inalato da solo, però, il geraniolo è tossico e può danneggiare i tessuti nasali. Il mio progetto consiste quindi nel trovare un nanocarrier (nanoparticella) in grado di veicolare il geraniolo al cervello senza causare danni».

Hai trovato il tuo nanocarrier?
«Ho lavorato 2 anni in laboratorio per trovare un carrier in grado di veicolare il geraniolo, perché è una sostanza volatile che non si combina facilmente con i carrier tradizionali».

Silvia Pecchi

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