La mé murosa… e al mé muros.

Un tempo in campagna non vi erano mezzi meccanici che producevano rumore. Regnava il silenzio, scandito solamente dal monotono ripetersi di azioni manuali. Quando la stagione lo permetteva, il silenzio veniva riempito da canti scherzosi a più voci, che allietavano le lunghe giornate. La vendemmia era uno di questi classici momenti. Tipici canti erano quelli degli stornelli, brevi strofe in rima cantate sempre con lo stesso tono, con le quali ci si sfidava in abilità e spesso si scherzava sull’amore, argomento piccante e divertente. Gli scherzi utilizzavano gli altri argomenti tipici della tradizione contadina: bisogni fisiologici, tradimenti, amori clandestini…

Iniziava una persona a cantare, invitando gli altri a fare la loro parte.
-Io canto gli stornelli e ne so tanti
chi ne sa più di me si faccia avanti.

 Poi gli altri accettavano la sfida e il gioco.
– Io canto gli stornelli e ne so mille
chi canta dopo di me è un imbecille.

 A quel punto ognuno interveniva con il suo canto. L’amore era uno dei temi più trattati, con la consueta ironia.
– Lunga ch’la streda che a gh’è un camin ch’al fuma
al sembra al me amor ch’a s’cunsuma
a s’cunsuma a poch a poch
cme la legna verda insema al fogh.
Lungo questa strada c’è un cammin che fuma / sembra il mio amor che si consuma / si consuma a poco a poco / come la legna verde sopra il fuoco.

-Lunga ch’la streda che a gh’è
un cattivo andare
a gh’è dei giovinotti da salutare
se son da salutare li saluteremo
sa gh’è da fer l’amor noi lo faremo.
Lungo questa strada c’è un cattivo andare / ci sono dei giovanotti da salutare / se son da salutare li saluteremo / se c’è da far l’amore noi lo faremo.

Particolarmente trattato era il tema della morosa; ne troviamo traccia anche nel libro Canti Popolari Piemontesi ed Emiliani di Giuseppe Ferraro (Rizzoli, 1977) raccolti alla fine dell’Ottocento.
-La me murosa gh’a la ca in campagna
lunga la streda spessa la fumana
un’ vre’ n’àtra murosa zittadèina
Andàrgh a far l’amor la sre’ più svèina.
La mia morosa ha una casa in campagna / lungo la strada fitta è la nebbia / mi ci vorrebbe un’altra morosa cittadina / Andarci a far l’amore sarebbe più vicina.

Queste raccolte, pur mantenendo la musicalità e lo spirito degli stornelli e degli strambotti della cultura popolare, tendevano a sostituire le parole ritenute volgari e inopportune. La parola merda, per esempio, diventa amer (amaro). Nelle raccolte del nostro territorio si è mantenuto il linguaggio originale.
– La me murosa antiga
la gh’a na punga viva
la gh’la sota al grumbiel
tuta not la fa dal mel.
La mia morosa del passato / ha una topa viva / ce l’ha sotto al grembiule / tutta notte si agita.

-La me murosa l’è una buserouna
l
a scuresa e po’ la dis ch’a trouna.
E la si volta verso la montagna
la dis ch’l’è al canoun dal re di Spagna.
La mia morosa è una scoreggiona / scoreggia e poi dice che tuona. E si volta verso la montagna / dice che è il cannone del re di Spagna.

Di alcuni stornelli particolarmente spiritosi si conoscono anche varianti che sono frutto della creatività personale. Il linguaggio è basso e l’amore si mescola con i bisogni fisiologici.
-La me murosa l’è dura di corpo
quand la gh’a da cagher la punta forto
la punta forto e s’cianca l’erba
e la va cul al cul in mesa a la merda.
La mia morosa è dura di corpo / quando deve cagare spinge forte / spinge forte e strappa l’erba / e va a finire col culo in mezzo alla merda.

-La me murosa l’è dura di corpo
quando ch’a la merda va nell’orto
la cucia fort e la s’cianca l’erba
e la s’sed insema a la merda.
La me morosa l’è dura di corpo / quando deve cagare va nell’orto / spinge forte e strappa l’erba / e si siede sulla merda.

Su questi temi scherzavano indifferentemente uomini e donne, con assoluta leggerezza. La vita, il lavoro e l’amore vengono affrontati con l’ironia e la saggezza filtrata attraverso l’esperienza di generazioni. Piero Camporesi ne La maschera di Bertoldo (Piccola Biblioteca Einaudi) ci fornisce una poetica interpretazione di quest’aspetto: la cultura “inferiore”, legata alla terra e al fisiologico, al corporale e al genitale, ridicolizza la cultura del palazzo e della città, del potere regale ed ecclesiale che guarda in alto, verso i vuoti sterili e infecondi campi celesti.

Alle canzoni rivolte alle morose se ne contrapponevano altre rivolte ai morosi.
-Guerda la ch’al pasa adesa
al me muros ed na volta
seimper al pecia a la me porta
per venirmi a lusingar.
 Guarda là che passa adesso / il mio moroso di una volta / sempre bussa alla mia porta / per venirmi a lusingar.

-Al me muros a s’ciama Jusef
a gh’ò al so ritrat dedcò dal let
tutte le sere che vado a dormire
ghe dis: caro Jusfin se vuoi venire…
Il mio moroso si chiama Giuseppe / ho il suo ritratto ai piedi del letto / tutte le sere che vado a dormire / gli dico: caro Giuseppino se vuoi venire…

-Al me muros al m’a mande a dir
che in dla padela am faga rustir.
E me a j’o mande a dir al me muros
che in dla padela a s’fresa i balos.
Il mio moroso mi ha mandato a dire / che nella padella mi faccia arrostire. / E io ho mandato a dire al mio moroso / che nella padella si frigga i testicoli.

Vi sono infine quelle che lasciano intuire la presenza di amori tormentati.
-Te l’ò detto tante volte
ch’a i’o cate n’etra murosa
ch’an gh’è dubi ch’a te sposa
l’è più bela le che te.
Te l’ho detto tante volte / che ho trovato un’altra morosa / che certamente non ti sposo / è più bella lei di te.

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