La magica espressività del pianoforte

Il giovane Carlo Alberto Bacchi, protagonista al Pavarotti d’Oro

É un ragazzo timido Carlo Alberto Bacchi, molto composto ed educato. Mi saluta al Pavarotti d’Oro e mi chiede come si svolgerà la serata. Arriva il suo momento, lo presento e con calma procede al suo pianoforte facendo un inchino alla platea che lo applaude con calore, essendo un giovane musicista correggese. Non un sorriso, lui è già oltre, sta già pensando al momento in cui appoggerà su quella tastiera le mani e ci condurrà in un viaggio, un lungo viaggio di cui il solo navigatore è lui. Il suo corpo si muove a ritmo delle note più o meno accentuate che vengono eseguite, la sua chioma fluente ci ricorda tanto i capelli ricci di quel “folle” di Allevi. Silenzio, ha terminato. C’è una frazione di secondo di totale immobilità che consente a tutti di ritornare al momento presente. Poi il boato. Gente estasiata che applaude questo fenomeno di soli 17 anni, che suonava per la prima volta in teatro ed ha ammaliato e sedotto una platea di quasi 500 persone. Ora sì, sorride. La missione è compiuta!

 

Carlo, quando è nato l’amore per il pianoforte?
«É una storia lunga, non ricordo se ero alla materna o alle elementari, noi avevamo in casa un pianoforte perché mamma aveva studiato questo strumento in gioventù e mi incuriosiva parecchio, ci salivo per provare a suonarlo. Poi a novembre della quarta elementare ho chiesto di iniziare a studiare piano, così la mia maestra di musica della scuola, Sara Bertani, mi ha preso e mi ha iniziato al pianoforte. Dopo tre anni sono entrato al conservatorio Tonelli di Carpi. Il primo anno però continuavo a seguire le lezioni di Sara perché è stata la mia prima insegnante e supporter. Al Tonelli sono rimasto tre anni, studiando anche composizione ma poi, per differenti sensibilità con gli insegnanti, ho dovuto abbandonare. Oggi studio con il Maestro Roberto Prosseda (uno tra i più importanti pianisti italiani) presso l’Accademia Musica Felix di Prato».

 

Qual è stato finora l’ostacolo più difficile da superare nello studio del pianoforte?
«La cosa più difficile nel piano non è la tecnica che si impara studiando bensì il suono, l’espressività. Sul suono, che per un orecchio non allenato può sembrare sempre uguale, si può fare una cura molto particolare che è poi quello che fa la differenza tra un bravissimo esecutore ed un vero artista. Non è solo interpretazione, è proprio una resa tecnica di un’espressività che intendi dare e che deriva dal tipo di contatto con i tasti. Questa parte la si avverte dal vivo (la musica andrebbe sempre ascoltata dal vivo!): facciamo l’esempio di un pianista che suona un brano di Liszt o Rachmaninov, notoriamente complessi dal punto di vista tecnico e più scenografici di chi invece suona una brano di Chopin, tecnicamente inferiore ma molto più complesso in termini di emozione e tipo di suono. Il grande pubblico spesso plaude con fragore al primo e meno al secondo».

 

Quale sarebbe il tuo pianoforte ideale?
«Ogni piano è diverso, un mondo a parte. E’ una questione di imprinting, forse è ancora presto per me dirti quale sia il mio pianoforte ideale, però mi è piaciuto moltissimo il Bosendorfer che ho suonato in una Master quest’estate sul Lago Maggiore. Io a casa suono un Yamaha, un pianoforte su cui mi trovo benissimo».

 

Cosa succede dentro di te quando inizi a suonare?
«Generalmente è come se riuscissi ad esprimere ciò che normalmente non riesco a veicolare con le parole».

 

C’è una forte componente fisica quando si suona, quanto ti aiuta il corpo nell’eseguire un brano?
«Il movimento del corpo aiuta me a dare la giusta intensità e aiuta il pubblico a percepirla, è come un attore che non recita solo parlando ma ci mette la mimica di tutto il corpo. Non si può suonare solo di teatralità ovviamente, ma non si può suonare senza, questa è una mia personalissima opinione. Io cerco di non esagerare ma tento di far sì che i miei gesti seguano il suono. Altro aspetto importante è l’espressione facciale che aiuta tantissimo, come anche lo sguardo in base a dove lo indirizzi: può essere capace di portarti lontano».

 

Hai dei compositori che preferisci maggiormente suonare?
«Mi piace moltissimo Beethoven, in questo momento, ma anche Chopin. Però a dire il vero dipende dal periodo e da come mi sento in quel momento. In genere si ascolta l’artista che dipinge meglio il tuo stato d’animo».

 

Quanto è importante conoscere la storia della musica, le biografie di questi grandi artisti?
«Importantissimo. É ovvio che nel fare musica una parte è lasciata alla tua lettura personale ma devi conoscere l’autore per sapere fin dove puoi arrivare con la libera interpretazione. Ad esempio, se suoni Schubert con impeto, sbagli, lui aveva quel male di vivere un po’ leopardiano che non ti consente di suonarlo con quell’impeto che invece serve su Beethoven».

 

Quando invece componi tu, da cosa sei ispirato?
«In genere l’ispirazione arriva quando meno te l’aspetti, in modo comunque non casuale, c’è molto studio a monte. A volte ci sono testi ed immagini che mi aiutano moltissimo in termini di ispirazione e che poi traduco in note».

 

Come hai incontrato il Maestro Prosseda?
«Ho conosciuto il Maestro perché gli feci da volta pagina in un concerto di Elio al teatro di Carpi, poi lo rincontrai a Cremona ad un festival e gli chiesi se potevo entrare a studiare con lui nella sua Accademia, ma mi rispose che era riservata ai diplomati perché era un’Accademia di perfezionamento ed io ero ancora troppo piccolo. Mi ha chiesto però di suonare per lui e … deve aver sentito qualcosa. Mi ha preso come suo allievo, ero il più giovane (16 anni), è stata una scommessa anche per lui che voleva provare il suo metodo educativo diverso da quello dei conservatori tradizionali su un giovane non ancora formato come me».

Carlo Alberto suona almeno un paio di ore al giorno e va in Accademia due o tre volte al mese a Prato col M° Prosseda. L’impegno è quasi totalizzante e spesso è necessario stringere i denti perché il sacrificio è grande, ma tutte le volte che dalla musica ha pensato di allontanarsi non è riuscito a farlo, perché quella è la sua vita. La Musica non è un contorno ma è il nutrimento quotidiano per questo giovane talento che suona, compone, arrangia e… dirige. Sì, perché ormai da un anno è il direttore del coro della sua scuola, il Liceo delle scienze umane S. Tomaso D’Aquino, con cui si è esibito anche in c.so Mazzini durante la fiera patronale dell’anno scorso e, non pago di questo, tiene addirittura lezioni di storia della musica in altre classi ed in altre scuole. Insomma, se Panocia su di lui ha puntato dicendo che “questo giovane va aiutato” chi siamo noi per non sostenerlo in ogni suo traguardo? Forza Carlo, portaci nel tuo mondo, noi saremo lì a con te per viaggiare al tuo fianco!

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