La goldoni è appesa a un filo

La storica azienda rischia il fallimento, trascinando con sé centinaia di lavoratori

Dobbiamo parlare della Goldoni. Della storia di una delle aziende più importanti del nostro territorio, che oggi è appesa a un filo e affronta il rischio concreto di un fallimento. Dei 210 dipendenti che da anni lavorano nello stabilimento di Migliarina di Carpi, ai confini di Rio Saliceto, ed oggi cercano in ogni modo di far sentire la propria voce. Ma anche delle altre trenta aziende sparse sul territorio reggiano e modenese che sopravvivono grazie all’indotto generato dalla stessa Goldoni. Tutto questo, oggi, rischia di scomparire. Ecco perché dobbiamo parlarne.

Ma cosa è successo alla Goldoni? Per capirlo, ripercorriamo brevemente la storia degli ultimi anni, concentrandoci in particolare sugli avvenimenti più recenti. In quello che è stato quasi un secolo di attività della storica azienda, fondata da Celestino Goldoni nel 1926 e specializzata nella costruzione di macchine agricole, le prime difficoltà iniziano ad emergere nel 2009. In quell’anno fu interrotto il rapporto commerciale con John Deere, che rappresentava oltre la metà del fatturato; le conseguenze di questo si prolungarono fino al 2015, momento in cui l’azienda si ritrovò a dover chiedere un concordato in continuità e a stringere un accordo con Lovol Arbos. Questo è il primo momento chiave: l’azienda di Migliarina diventa una controllata del gruppo cinese Lovol, il quale si affretta a pagare i debiti per poi portare avanti un ambizioso piano di recupero, che porterà ad un investimento di oltre cento milioni di euro nei cinque anni successivi. Il problema è che nonostante le ingenti somme spese, il bilancio dell’azienda dimostra gravi perdite: solo nel 2019 si parla di venti milioni di euro, il 52% in più rispetto all’anno precedente, a fronte di un fatturato di oltre quaranta milioni di euro. Così, a febbraio del 2020 la società si ritrova a dover presentare richiesta di concordato, escludendo però la delocalizzazione, annunciando un futuro piano industriale per la ripresa, e infine accennando, nel corso dell’estate, alla presenza di possibili investitori. Poi, di punto in bianco, l’annuncio: il 4 settembre, a soli dieci giorni dalla scadenza per la presentazione del concordato, la Lovol annuncia di star valutando un concordato liquidatorio. Ma non finisce qui: a quanto pare, potrebbero non esserci le risorse nemmeno per quello. Da un giorno all’altro, i 210 lavoratori si trovano a dover affrontare la seria eventualità di un fallimento.

Inizia così un presidio incessante da parte dei dipendenti e una richiesta di chiarimenti da parte delle autorità. La vicenda vede l’interesse e l’impegno non solo del presidente della Regione Stefano Bonaccini, ma anche dello stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte: la vertenza diventa una questione politica e diplomatica di grande importanza per i rapporti tra Italia e Cina. Il quadro è quasi completo, mancano solo gli ultimi passaggi: il 14 settembre Goldoni presenta all’ultimo minuto un piano concordatario “base” al Tribunale di Modena, che ipotizza la cessione degli attivi aziendali anche separatamente e non in continuità aziendale. In poche parole: un futuro ci può ancora essere, ma mancano gli investitori. L’episodio successivo è il 18 settembre, in un tavolo convocato dallo stesso Mise, il Ministero dello Sviluppo Economico, dove il Gruppo Lovol ribadisce di non intendere più portare avanti investimenti, afferma di non avere al momento soluzioni e che non c’è nessun investitore. Le parole della Sottosegretaria Alessandra Todde, che rappresenta il Ministero, sono state dure: è stato ritenuto “inaccettabile” arrivare ad un tavolo istituzionale in assenza di soluzioni concretamente percorribili, ed è stato convocato un altro tavolo in tempi brevi, auspicando che l’azienda torni con delle proposte concrete.

E adesso? Al momento in cui viene scritto questo articolo, le cose stanno così. «Ora siamo in attesa di due cose» spiega Angelo Dalle Ave, funzionario Fiom che si sta occupando della vicenda. «Una è la seconda convocazione al Mise, mentre l’altra è il pronunciamento del Tribunale di Modena in merito al piano concordatario che è stato presentato. Lo scenario peggiore potrebbe essere un fallimento secco, senza nessuna forma di continuità aziendale». Ma com’è possibile che si sia arrivati a questo punto? Se lo chiedono tutti, e la sensazione generale è quella che emerge dalle parole di Dalle Ave: «Siamo di fronte a quella che sembra un’operazione di sciacallaggio e rapina. Per quello che abbiamo visto nell’ultimo mese, siamo ormai certi che la proprietà cinese sia venuta qua e abbia speso dei soldi da considerarsi come un investimento per cancellare un concorrente e portarsi a casa la tecnologia e il sapere della Goldoni». È proprio questo il pensiero condiviso da molti di quelli che si stanno occupando della vicenda. Lo stesso Sindaco di Rio Saliceto, Lucio Malavasi, ha affermato: «Una multinazionale cinese non può venire in Italia, derubarci del nostro sapere e poi salutarci come se nulla fosse. Se così fosse, si creerebbe un precedente pericoloso per l’Italia e giustamente sarà necessario l’intervento non solo del Ministero dello Sviluppo Economico, ma anche di quello degli Esteri per esigere una soluzione appropriata per la Goldoni, dato che il Governo cinese è presente nella compagine societaria della Lovol». E prosegue, riferendosi al gruppo Lovol: «Affermano che hanno ricevuto offerte ma non le hanno ritenute idonee. Si sono “dimenticati” sempre di informarci sulle proposte formali che sono arrivate e non abbiamo mai saputo chi sono questi soggetti imprenditoriali interessati. Riteniamo perciò che queste affermazioni siano prive di fondamento e il disegno sia invece quello di abbandonare lo stabilimento e i lavoratori dopo aver ottenuto (a caro prezzo) le conoscenze della tecnologia del mondo Goldoni».

Ma non finisce qui. Addentrandosi nella vicenda, emergono dati e dettagli sempre più sconfortanti. È già dalla fine del 2019 che la produzione è stata interrotta e i fornitori hanno smesso di essere pagati; per questo motivo ci sono macchine già vendute che non vengono prodotte perché mancano alcuni particolari che i fornitori, non pagati, hanno smesso di inviare. La beffa, spiega Dalle Ave, è che per 15mila euro non pagati non si producono circa 3 milioni di fatturato. Il cortile della Goldoni è pieno di macchine agricole, alcune complete, altre prive di qualche piccolo componente ma comunque ormai ultimate. A colpo d’occhio la distesa è impressionante: trecento trattori, ciascuno del valore di circa 20mila euro. Tutti lì, fermi, da mesi.

E poi ancora: come sono stati spesi i soldi investiti? Questo certamente dovrà essere chiarito, e da più voci sono arrivate critiche nei confronti di come siano stati usati, spesso destinati a interventi di estetica, macchine aziendali e altro. In poche parole, raccontano dal presidio dell’azienda, la sensazione è che siano stati “sperperati”.

 Fortunatamente, c’è anche un’altra faccia della medaglia. Ci sono le decine di dipendenti che ogni giorno manifestano al presidio, che dormono lì con tanto di tende per non abbandonare l’azienda. Ci sono i gesti di solidarietà arrivati da associazioni e gruppi di persone di tutto il territorio: da Correggio in prima linea c’è Casa Spartaco, che ha subito istituito un fondo di 400 euro per sostenere i lavoratori. E poi ancora, ci sono i ristoranti e bar della zona che ogni giorno portano da mangiare a chi manifesta. Ci sono le comunità di Rio Saliceto e Carpi che stanno facendo il possibile per l’azienda che si trova a metà strada; le istituzioni, da Bologna a Roma, che si stanno dando da fare. C’è la forza di un territorio che non molla mai e combatte per la dignità dei propri lavoratori e delle loro famiglie. Purtroppo, la situazione è tutt’altro che risolta ed il finale è ancora incerto, ma fortunatamente c’è anche tutto questo. Ed è anche per questo che dobbiamo parlare della Goldoni.

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