La fatica di vincere la diffidenza

La fatica di vincere la diffidenza

La fatica di vincere la diffidenza

Matteo Munari, frate francescano, vive a Gerusalemme da 13 anni

Quando si seguono da casa i fatti di cronaca di Gerusalemme, non è facile – per chi non ci è mai stato – immaginarsi quei luoghi. Israele è una terra unica nel suo genere, per la Storia che l’ha attraversata, per le dinamiche che racchiude, per le culture e le religioni che abitano gomito a gomito in questo stato grande quasi come il Piemonte. Eppure, nel cuore di Israele, nella città vecchia di Gerusalemme, vive da diverso tempo un nostro concittadino: Matteo Munari, frate minore francescano e sanbiagese doc. Dopo l’infanzia passata nel verde della campagna di San Biagio, da tredici anni vive, studia e insegna nella Città Santa.
Ma cosa fa esattamente a Gerusalemme? E come è passato dalla vendemmia allo studio biblico, dal Tresinaro al Giordano, dal dialetto reggiano alle mille lingue di Israele, dai capelletti al pane arabo?

Fra Matteo, da San Biagio a Gerusalemme è un bel salto! Com’è vivere in una città così particolare? Sappiamo che sei uno studioso, ma di cosa ti occupi nello specifico?
«Più che uno studioso sono un curioso, mi piace andare al fondo delle cose e cercare di avvicinarmi il più possibile, come posso, alla verità. Sono stato mandato a Gerusalemme per studiare Bibbia e archeologia tredici anni fa e qui sono rimasto per insegnare nella nostra facoltà il Vangelo secondo Matteo e l’aramaico, la lingua di Gesù.
Gerusalemme è una città estremamente affascinante, non solo per la storia ma anche per gli incontri che offre.
Qui ho molti amici ebrei e musulmani: sono stato invitato diverse volte all’Università Ebraica e nelle scuole per parlare di San Francesco e della fede
cristiana. È anche vero che è necessaria una buona dose di pazzia per rimanere a vivere in una città come Gerusalemme… e forse per questo mi trovo bene qui! Ogni giorno qui si affronta la fatica di vincere la diffidenza di chi ti sta di fronte, la difficoltà nel costruire vere amicizie disinteressate, di vivere la pace interiore in un ambiente profondamente conflittuale, dove a volte l’atmosfera di odio si taglia col coltello, come la nebbia in pianura padana.
Molte sono le fatiche che appesantiscono la vita a Gerusalemme, ma questa non è una novità: anche Gesù ha deciso di andarsene dopo tre giorni».

Che aria si respira in Israele dopo la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale?
«A Betlemme e nella Striscia di Gaza ci sono stati scontri, a Gerusalemme invece è stato tutto molto più tranquillo di quanto si aspettavano i media.
Abbiamo visto scene un po’ ridicole: giornalisti schierati con gli elmetti che speravano di filmare conflitti violenti e che se ne sono tornati a casa profondamente delusi nelle loro aspettative… Un mio amico mussulmano, che da giovane ha partecipato a tante rivolte ma che ora non crede più a nessuna forza politica mi ha detto: “per la maggior parte di noi Trump può mettersi l’ambasciata dove vuole, l’importante è che non venga toccata al
Aqsa!
“, ovvero la più grande moschea di Gerusalemme».

LA PAURA, SE NON VIENE DOMATA,
DIVENTA PRINCIPIO DI MORTE


Qui in Italia e in Europa più in generale si respira una forte tensione data da una grande paura del diverso. Vivendo in un contesto in cui etnie e religioni diverse vivono gomito a gomito cosa hai imparato in questo senso?

«La paura è una brutta bestia da domare, è un istinto che ci è stato dato per difendere la vita ma che, se non viene domato, diventa principio di morte. Da dodici anni vivo nel cuore della Gerusalemme islamica; mi piace molto incontrare chi la pensa diversamente da me e in questa città ci sono molti ebrei e musulmani che volentieri mi parlano e mi ascoltano. Nonostante alcuni episodi sporadici nei quali sono stato insultato per ciò che professo, come frate mi sento generalmente rispettato nel mio quartiere, molto più di quanto lo sia in Italia dove capita spesso che qualcuno bestemmi appena passa un frate, per il puro gusto di farci soffrire. Vi sembrerà strano, ma a Gerusalemme c’è molto più rispetto che in Italia. Ci sono però paesi in Medio Oriente dove i cristiani che vivono in minoranza soffrono un’asfissiante intolleranza che mette quotidianamente a rischio la loro vita. Non dobbiamo dimenticarli».

Com’è passare dai vicoli di Gerusalemme alla campagna di San Biagio quando torni a casa? In cosa ti senti ancora legato a Correggio?
«Prima di tutto la mia famiglia abita a Correggio e ho ancora tanti amici che ogni anno incontro con grande piacere: i rapporti veri e profondi non si affievoliscono con la distanza. Quando ritorno, mi piace molto passeggiare nel campo da calcio di San Biagio, ricordare quei lunghi pomeriggi passati a
giocare fino a quando non si riusciva più a vedere il pallone. Mi piace anche fermarmi davanti al portico della chiesa di Fatima, dove con alcuni amici
facevamo interminabili chiacchierate fino a congelarci d’inverno, ci salutavamo almeno dieci volte, ma era così bello stare insieme che nessuno prendeva l’iniziativa di partire».

Com’è nato in te il desiderio di essere frate?
«Ho cominciato a pensare di diventare frate dopo un viaggio ad Assisi che feci con alcuni amici quando avevo diciassette anni; tra questi c’era anche il mio confratello fra Stefano Tondelli, autentico VIP correggese.
Rimasi molto colpito dalla figura di Francesco d’Assisi e desiderai vivere come lui. Le resistenze interiori non mancarono ma la preghiera quotidiana,
il contatto con i poveri (soprattutto alla Casa della Carità) e un saggio direttore spirituale mi aiutarono a concretizzare il desiderio che era in me. Fu così che a ventidue anni lasciai Correggio per Assisi».

Sei stato in altri parti del mondo prima di arrivare a Gerusalemme: come hai vissuto questi periodi di missione e gli spostamenti che non hai deciso tu?
«Prima di venire in Israele sono stato un anno in missione in Congo, dove ho imparato molto dai miei fratelli africani. Da giovane frate volevo convincere
Dio e i miei superiori a farmi fare quello che volevo, dove volevo.
Ora invece vivo una profonda pace nel luogo che Dio ha pensato per me, facendo quello per cui sono nato. È una condizione interiore che auguro a tutti di vivere!»

Questa pace e questa capacità di dialogo le posso testimoniare personalmente, avendo avuto la fortuna di vedere fra Matteo “in azione” a Gerusalemme la scorsa estate come guida del gruppo di giovani di Azione Cattolica di Reggio Emilia. Nei vicoli di Gerusalemme ogni tre passi qualcuno lo chiamava per salutarlo o per chiedergli di mettere una buona parola coi pellegrini che guidava e portarli nella sua bottega… sembrava proprio di essere accompagnati da un VIP!
Tornati dal pellegrinaggio, la nostra percezione della sua cittadinanza si è invertita: ora fra Matteo non è più “un po’ di Correggio” che vive a Gerusalemme, ma è “un po’ di Terra Santa” che ogni tanto viene a trovarci direttamente a casa! Una bella fortuna!

Fra Matteo cosa vuoi dire a chi ti leggerà a Correggio?
«Carissimi correggesi, vi mando un grande abbraccio dalla Città Santa, da qui dove nostro Signore ci ha insegnato ad amare tutti, amici e nemici, morendo in croce per noi e risorgendo dal sepolcro per donarci la vita eterna.
Venite, vedete e non dimenticate! A gi ca gni e gnan gni gnan, gni-mo!»

Mariachiara Oleari

Leggi questo e altri articoli su Primo Piano di marzo 2018

Condividi: