Canto per la dignità degli “Infanti”

Fabrizio Tavernelli e il suo nuovo album

Infanti” (Musicraiser – Lo Scafandro 2018) è il quarto album solista di Fabrizio Tavernelli. I tredici brani che lo compongono portano tutti la sua firma, tranne “Tutto quello che ho da dire”, una cover di Claudio Rocchi. Il cd, come i tre precedenti, è stato prodotto grazie a Musicraiser, il sistema che consente agli artisti di raccogliere offerte da parte di fan e appassionati, in tempi in cui per la musica indipendente è sempre più difficile affermarsi. “Infanti” è un album denso, ricco e profondo, che si apprezza soprattutto dopo alcuni ascolti e che a ogni ascolto è in grado di rivelare risvolti inattesi e interessanti, oltre a distinguersi per la qualità degli arrangiamenti e dei suoni.

Ho deciso di analizzare insieme a Fabrizio le tracce del disco ad una ad una, proprio per cercare di fare emergere i numerosi riferimenti, sia musicali che di contenuto, nascosti fra i versi e le note delle canzoni.

Cominciamo dall’inizio: perché hai deciso di dedicare un intero album agli “infanti”, ossia, etimologicamente, a “coloro che non sanno ancora parlare”?
L’album è un concept incentrato sull’abuso dei bambini e dei loro corpi nelle odierne guerre mediatiche. Infante contiene il termine “fante”, come se i bambini fossero stati arruolati e sbattuti in prima linea a combattere le nostre guerre. Guerre di potere, economiche, d’opinione. Soltanto che dalle trincee dei conflitti mondiali scavate nella terra, ora si tratta di trincee digitali scavate nell’immaterialità dei social network. È come se gli uomini si stessero accanendo contro i propri figli, una sorta di cannibalismo verso la parte più indifesa e innocente, un mangiare se stessi. Piccoli che muoiono sotto i bombardamenti “chirurgici”, piccoli che vengono ripresi, fotografati con le loro ferite e sbattuti oscenamente sui nostri schermi. Questa è la vera pornografia. Bambini in gabbia, lasciati fuori da confini, a cui neghiamo l’approdo alla speranza, a un futuro,  separati dal filo spinato, mentre intorno spuntano di nuovo i muri. Bambini che lasciamo fuori dai nostri paradisi in cui luccicano gli oggetti di consumo, bambini che diventano il terreno minato che noi adulti lasciamo quando abbandoniamo le guerre tra noi. Bambini che ci vengono restituiti dal mare e che per qualcuno, nella costruzione scientifica delle fake news, diventano “bambolotti”. Il rischio è l’assuefazione. Sono violenze verso l’infanzia che si rivolteranno contro di noi.

“Rinascere”, il brano che apre il disco, ha le caratteristiche di un manifesto. È facile trovare riferimenti all’attualità e al dibattito sullo Ius Soli: “E i ponti li hai costruiti con nuove parole/che attraversano l’invalicabile/che aprono scenari possibili”. Questa, però, forse è solo una delle chiavi di lettura…
Quella dello Ius Soli è senza dubbio la prima chiave di lettura. Trovo aberrante togliere agli individui e in particolar modo ai bambini la possibilità di “rinascere” in un altrove. La possibilità di approdare a una nuova vita, diventare comunque cittadini, il potere calpestare un territorio senza che nessuno venga a pretenderne il possesso. Chi e cosa decide che quel pezzo di terra è sempre stato occupato e posseduto dalle stesse genti? L’Italia è da sempre un luogo di attraversamento, di conquiste, di contaminazioni etniche, culturali e questo è stato il suo arricchimento. Soltanto la conoscenza reciproca, l’integrazione, l’accoglimento potrà contrastare la diffidenza, la paura, il razzismo. Anche in questo soltanto i bambini, non ancora influenzati dagli adulti, potranno accorciare le distanze, mescolare colori, parole, visioni. Rinascere è una canzone sul diritto alla protezione da parte dei più deboli.

“Ipocrisia così sia”, il secondo brano, a mio parere ha la forza di un classico ed esprime, con toni quasi epici, il rifiuto di ogni compromesso, qualità che ti ha sempre contraddistinto. Fino a che punto, secondo te, si può essere del tutto autentici?
L’ipocrisia è una categoria che non sopporto proprio. È il voltarsi da una parte, il non reagire per proprio tornaconto, il silenzio con cui nella storia dell’umanità si sono coperte tragedie. In ogni ambito, famigliare, politico, sociale, religioso, si possono trovare reazioni che tendono a rimuovere quello che dà fastidio, quello che non si deve fare, quello che mette in discussione i nostri dogmi, le nostre certezze. Siamo disposti a costruire una nostra realtà rassicurante, a mentire a noi stessi. Certo non è facile essere sempre autentici, la coscienza ci sfida, credo però che nel percorso della vita di ognuno ci dovrebbe essere come una purificazione, uno svelamento del vero, fino ad arrivare ad una estrema trasparenza.

“Figlia di guerra” è probabilmente il brano più personale e intimo del disco, oltre a essere quello più rappresentativo, dato che lo hai scelto come singolo. Rivela una profonda amarezza, giustificata dai tempi in cui viviamo. Eppure ti chiedo, per bilanciarne la visione, se intravedi oggi anche qualche seppur timido segnale di speranza.
Il brano nasce da una constatazione e da una successiva domanda. La constatazione è che io, come altre generazioni, ho avuto la fortuna di non incontrare la guerra nella mia infanzia, nella mia adolescenza, nella mia vita. La guerra mi è stata raccontata dai nonni, da chi l’ha vissuta ma la domanda che si fa impellente ora è: “Posso assicurare che mia figlia, come le nuove generazioni, avrà la mia stessa fortuna?”.  Visto quello che sta succedendo nel mondo, non posso più assicurarlo. Le vicende geopolitiche globali e i mezzi di comunicazione interconnessi hanno portato le guerre nelle nostre case in tempo reale. Dopo la ex Jugoslavia, sentiamo che le guerre potrebbero improvvisamente bussare alle porte dell’Occidente. In fondo il terrorismo internazionale, entrato nelle grandi città europee, è una nuova forma di guerra. Anche soltanto una visita in un museo di una capitale provoca ansie e paure nei più piccoli. Questo cambia la percezione del mondo, questo crea di nuovo confini, frontiere, controllo sociale. Purtroppo il vento che coinvolge il nostro pianeta ha preso una direzione in cui prevale odio, protezionismo, nazionalismo: senza tanti giri di parole, molti dei leader mondiali si possono definire di estrema destra. Ho pochi argomenti per controbilanciare questa deriva; forse rimane la sfera intima, il proprio agire nel mondo, il fare rete con chi ha ancora utopie di pace, uguaglianza, libertà, salvezza del pianeta.

“Illuminami gli occhi” colpisce, invece, proprio per la leggerezza della tessitura musicale e ritmica, che ricorda una bossa nova, in contrasto con il tema: come possiamo difenderci dal trionfo ormai imperante dell’ideologia dei consumi? Come possono i nostri figli crescere indenni da questo modo di pensare, che pone al centro ciò che hai, tralasciando quasi del tutto ciò che sei? E soprattutto come possiamo difenderci dalla condanna del desiderio, che è per sua definizione inappagabile?
Hai centrato in piena il tema sotteso al brano. Anche qui è evidente una violenza assai precoce verso gli Infanti. È un po’ come nella metafora del Paradiso Perduto, dove prima c’era l’innocenza ma poi è intervenuta la merce e la mercificazione. Noi adulti portiamo i nostri figli in questi paradisi luccicanti, pieni di oggetti, di ricchezza ostentata: è un bombardamento sensoriale e desiderante, tutta sembra a portata di mano, tutto può diventare possesso, tutto è invitante ma poi dobbiamo anche fare sapere ai nostri figli che quel paradiso lussureggiante non lo si può avere, non lo si può toccare, lo si deve comprare. La nostra ragione di vita pare essere quella di consumatore compulsivo. In questo senso, scusami l’iperbole, il capitalismo globale ha vinto rubandoci ogni altra pulsione. Ogni luogo di condivisione, ogni spazio, ogni momento della nostra vita è una insaziabile offerta, una reazione pavloviana all’acquisto.

“L’incompiuta di Brendola” sembra invece distaccarsi dal Leitmotiv dell’album, per assumere una visione più autobiografica. Come mai la scelta di questa metafora? Come si lega questo brano al discorso sull’infanzia?
Questo brano potrebbe apparentemente apparire distaccato dal tema generale dell’album ma in fondo ci trovo delle assonanze. Si tratta sempre di perdita di innocenza, del tornare bambini di fronte a una realtà spesso cruda, che si rivela spietata, nonostante le tue fantasie, i tuoi progetti, la tua arte. Il musicista alternativo (?) di nicchia (?) di ricerca (?) incompreso (?) non ha mai avuto vita facile e il suo percorso è assai accidentato. Negli anni, con le tante esperienze, con le fasi altalenanti, con periodi bui o luminosi, mi sono fatto una buona corazza. Se non riesci a trovare ragioni nel fare la tua musica, è meglio lasciare perdere, perché occorre sempre trovare, scavare a fondo per rialzarsi ogni volta e procedere nonostante tutto. Scherzando dico che si tratta di una missione. L’Incompiuta di Brendola è una imponente chiesa mai terminata che si incontra nell’omonimo paese sui Colli Berici nel Vicentino, ci sono passato nel tragitto per un concerto che non era andato benissimo. Ecco, quella cattedrale non finita, con il tetto squarciato, prossima al crollo l’ho vista come una rappresentazione del mio essere musicista, nella sua incompletezza, nella sua indeterminatezza, nel fatto che sia una opera non finita sospesa tra decadenza e fierezza.

“4 Atti” è un brano parlato che offre molti spunti di riflessione… I figli sono il nostro status symbol? Sono il “campo minato” che ci lasciamo dietro quando smettiamo di combattere? Di fronte a una mamma Rom che fugge con una carrozzina e cade, dopo aver rubato in un ipermercato, ci chiediamo se il bimbo si è fatto male o quanto aveva rubato? Temo che molti si farebbero la seconda domanda…
Sì, ahimè, molti si farebbero la seconda domanda. Dunque la merce è più importante del corpo di un neonato. La colpa prevale sulla pietà. Il brano, uno spoken word, si muove tra ambito famigliare e ambito sociale. La famiglia e i suoi meccanismi imposti, le sue difficoltà, le dinamiche in cui i figli diventano merce di scambio nelle vicende dei genitori. Dinamiche in cui lo scontro tra adulti lascia dietro di sé un vero e proprio campo minato, i figli. L’ambito sociale in cui quegli stessi figli diventano uno status symbol da offrire in pegno alla società, come vittime sacrificali. Infine, come nel testo che hai citato, l’orrore di mettere in secondo piano i bambini rispetto ad un bene materiale, rispetto al nostro orgoglio di adulti.

“Finché son piccoli” a mio parere è il brano più forte del disco, sia musicalmente che per il cantato, con lo stile rap e i giochi di parole che ti contraddistinguevano nel periodo degli Afa. “Bisogna ucciderli finché son piccoli/ma i piccoli sono già morti”: il messaggio appare estremo e provocatorio. Come va letto?
Sì, qualche reminiscenza degli AFA c’è. Il messaggio non è così estremo, l’ho sentito dire con noncuranza: frasi del tipo “bisognava ucciderli da piccoli” sono modi di dire terrorizzanti. Questo accade quando una genia, una discendenza, una cosiddetta “razza” viene ritenuta inferiore. Questo succede nelle guerre dove eliminare i più piccoli è l’estremo atto che nega l’esistenza di una etnia, di un popolo, di una comunità. Questo succede quando i figli di una zona ricca, benestante, hanno la possibilità di comprare più futuro rispetto ai paesi più poveri. Mi sconvolge la freddezza, la spietatezza con cui si tengono fuori i bambini dalle mense scolastiche, mi sconvolge che per certi bambini non ci sia la dignità, mi sconvolge che i loro corpi possano essere presentati indifesi, sanguinanti, piangenti in prima serata sui nostri schermi. Mi sconvolge la nostra morbosità nel guardare quei piccoli corpi sofferenti.

“Tutto quello che ho da dire” è la cover di un bel brano di Claudio Rocchi del 1971. Come mai la scelta di questo importante autore, purtroppo poco noto ai più? La canzone è una dichiarazione dolcissima d’amore: forse è solo lì la risposta ultima?
Rocchi è una figura particolare della musica italiana, una sorta di cantautore psichedelico che ha sperimentato tanto. I suoi testi sono un riferimento alle filosofie e religioni orientali. Non lo conoscevo profondamente ma questa sua canzone l’ho ripresa perché all’interno del disco mi sembrava una ninna nanna, un momento di dolcezza e di speranza. Certo è una dichiarazione d’amore agli umani, alla terra, ai suoi elementi. Come dici sarà la risposta ultima, non avremo altra possibilità.

“Messa in minore” per me è una grande trovata e rispolvera la vena ironica, tipica della tua fase precedente. Come ti è venuta l’idea di questa messa cantata, che potrebbe apparire “blasfema”?
Sì, c’è dell’ironia, acida, che riporta a un registro che frequentavo qualche tempo fa (tra En Manque D’Autre e AFA). Un po’ di provocazione e iconoclastia dentro forme d’arte (canzone, teatro, cinema, letteratura) è vitale. Il brano è in forma di messa cantata e in un certo modo si ricollega a episodi considerati “sacrileghi” di certo cantautorato. Ho accentuato alcuni aspetti sonori e cercato un contrasto tra l’atmosfera religiosa e il testo blasfemo. A dire il vero la blasfemia non starebbe tanto nella mia denuncia ma piuttosto nell’episodio di cui tratto. Qualcuno ha pensato fosse una canzone sulla pedofilia e sullo scandalo che ha coinvolto il clero (come seconda lettura ci sta pure questa); in verità faccio riferimento ai fondi destinati all’ospedale Bambin Gesù che invece sono serviti per ristrutturare l’attico del Cardinal Bertone. Ecco a me pare più blasfemo e anti-cristiano questo episodio. La violenza sul Bambin Gesù nell’attico è dunque questa, togliere soldi per i piccoli ammalati in cambio del lusso clericale. Lo dico da Dulciniano!

“Alchimia” si lega al brano precedente e, musicalmente, allo stile latineggiante di “Illuminami gli occhi”. È possibile, quindi, affrontare il mondo anche con una certa leggerezza, insita nel rapporto di sguardi e di corpi? Da lì, del resto, scaturisce la vita…
Alla fine tra umani, uomini e donne, è l’alchimia che conta. È la combinazione di sensi e sentimenti, è il sentire a pelle. È un opera di decantazione, distillazione del meglio, fermentazione, fino a quando la sostanza e la miscela si fa unica essenza. Come ogni alchimia è un processo difficile, prezioso, quasi esoterico ma a volte ne vale la pena, perché è solo da questa fusione che nasce una formula, una energia duratura.

“Cadaveri squisiti” sembra un omaggio alla stagione del Consorzio dei Produttori Indipendenti: nella parte cantata e negli arrangiamenti mi sembra di risentire l’eco dei CSI…
Non era assolutamente voluto ma alla fine, sì, mi sono accorto che questo brano richiamava certe cose dei CSI. Zamboni e Ferretti sono stati per anni i miei produttori e compagni di viaggio, li rispetto perché hanno saputo costruire qualcosa che musicalmente o meglio esteticamente non esisteva prima. Quella de I Dischi del Mulo, Consorzio Produttori Indipendenti è stata una stagione irripetibile, carica di grandi sfide, esperienze, creatività.

“Esperimento di regressione” mi intriga molto e me la devi spiegare bene: come è nata? Quali sono le fonti musicali? Sun Ra, Space Music, John Cage, ricerca etnomusicale…
I riferimenti musicali o esplorativi che citi ci stanno tutti, poi c’è il richiamo a tutti gli esperimenti di espansione della coscienza portati avanti negli anni attraverso la psichedelia, il suono cosmico, le improvvisazione del freejazz, della musica aleatoria-concreta. Penso alle vasche di deprivazione sensoriale in cui un completo isolamento sensoriale portava ad un viaggio interiore, a stati alterati, a regressioni fetali. A tale proposito il brano vuole essere una discesa di ognuno dei musicisti coinvolti ad uno stato amniotico. Ognuno di noi è stato chiuso completamente al buio con il suo strumento, senza alcun orientamento tonale o ritmico; quello che ne è uscito è stato successivamente mescolato e mixato. Come nel precedente album, “Fantacoscienza”, ogni viaggio cosmico, verso mondi altri, verso la deriva spaziale, è sempre un viaggio ancestrale nella propria interiorità. Spazio e Io profondo coincidono.

Infine si arriva a “Infanti”, la cosiddetta title track, che chiude l’album in modo dolente ma non rassegnato. Vi colgo, musicalmente, un collegamento con l’ultimo Bowie. È così? Il testo, diretto e disarmante, è incentrato su ciò che ha ispirato l’intero disco, ossia l’utilizzo degli “infanti” come “fanti” nelle guerre combattute dagli adulti nella realtà e in quelle, ancora più cruente, combattute sui social e nei media. Ci salveremo?
Ho ampliato i riferimenti artistici, ho abbattuto ogni barriera tra generi, sono davvero un onnivoro affamato di curiosità ma Bowie rimane un punto fermo. Il suo ultimo “Blackstar” è un testamento assoluto. Non cerco mai di evidenziare i miei ascolti o copiare, se qualcosa esce non me ne accorgo, cerco di trasporre le mie influenze in chiave personale. Essendo io un abitante della provincia, ho sempre evitato il provincialismo dell’emulazione. “Infanti” è il manifesto finale che come in un loop si collega al brano iniziale “Rinascere”. La coda di Infanti è quasi mantrica con atmosfere medio-orientali, come se il disco fosse alla fine piombato negli odierni scenari di guerra apocalittici delle città rase al suolo, tra i resti delle antiche civiltà abbattuti dalle bombe; ma poi da lì riprende il cammino, fugge, cerca salvezza, cerca per l’appunto di rinascere ed essere accolto altrove.

L’ultima domanda riguarda il gruppo, che ti accompagna dall’inizio della tua carriera da solista: Marco Santarello alle chitarre, Alessandro De Nito alle tastiere, Marco Tirelli al basso, Lorenzo Lusvardi a batteria e percussioni, ai quali si aggiungono partecipazioni speciali nel disco… In che modo collaborate alla stesura delle canzoni e degli arrangiamenti? Nel disco fai ricorso anche a strumenti particolari e di ricerca: ce ne puoi parlare?
I brani li scrivo io, preparo una stesura compresa di accordi, linea melodica e testo. Dopodiché in sala prove, insieme agli altri, procediamo con l’arrangiamento, con l’elaborazione delle rispettive parti e si va a definire un primo vestito della composizione. Nel momento della registrazione si vanno a inserire altre strategie, altri strumenti, design, invenzioni. Si è affinato un metodo di lavoro creativo. Ho usato strumenti inusuali, invitando ospiti: viola, sezioni d’archi, canto armonico, aerofoni etnici, tromba, sax baritono, timpani, tastiere e syntetizzatori vintage, harmonium, tanpura, samples, drones, vibrafono e xilofono, glockenspiel, strumenti giocattolo, persian santur, e-bow, tubular bells, stylophone, kalimba, gong… Oltre a questo ci sono strategie sonore in un certo modo aleatorie e segrete che non sono pianificate ma che nascono sul momento e che in un certo modo si impongono al di là del mio volere.

Luigi Levrini

Il cd è disponibile su Amazon, iTunes, Deezer, Spotify ed in vendita alla Libreria Moby Dick e al Muzik Station di Correggio.

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