Inattivi e disoccupati, il dramma è dei giovani

Carlo Veneroni: dare valore al lavoro e al lavoratore

Lo scorso mese abbiamo incominciato ad osservare il mondo del lavoro. Nel farlo, abbiamo deciso di metterci soprattutto nei panni dei giovani, che si trovano a dover attraversare questo momento storico così complicato. E “complicato” è un eufemismo: fare qualunque tipo di progetto a breve, medio o lungo termine è quasi impossibile. Le nuove generazioni sono quelle a cui l’Europa sta destinando la maggior parte dei fondi, quelle su cui anche il nostro paese sa di dover investire per uscire dallo stato di crisi cui ormai abbiamo fatto l’abitudine. Ma queste generazioni sono anche quelle che stanno faticando di più, come dimostrano i recenti dati Istat sull’occupazione.

Proprio a metà dello scorso mese, infatti, sono usciti i risultati delle rilevazioni dell’Istituto Nazionale di Statistica sullo stato di salute del mondo del lavoro nel quarto trimestre del 2020. Questi ci permettono di dare uno sguardo anche all’intero 2020, per capire le tendenze in atto che ci porteremo dietro anche nei prossimi mesi. In generale, notiamo che l’occupazione continua a calare (-1,8% rispetto al quarto trimestre 2019) e ad essere sempre meno sono soprattutto i dipendenti a termine e i lavoratori part-time. Il calo occupazionale dello scorso anno è stato descritto dall’Istat come “senza precedenti” (-456mila posti di lavoro in tutto il 2020); in parallelo, in costante aumento è il numero dei cosiddetti “inattivi”, ossia coloro che non lavorano e non cercano da lavorare. Il numero degli inattivi è un dato di grande importanza: ad una prima impressione infatti, i dati dimostrano un abbassamento della disoccupazione. Il problema è che sempre più persone smettono di essere “disoccupate” non perché trovano lavoro, ma perché smettono proprio di cercarlo, il lavoro. E perché questo succede? Molti trovano la risposta nel cosiddetto “effetto scoraggiamento”, che riguarda tutti coloro che rinunciano o rimandano la ricerca del lavoro, frustrati dalle continue delusioni.

La provincia di Reggio Emilia, per tanti aspetti, si dimostra un esempio virtuoso, con un tasso di disoccupazione del 3% per gli uomini e del 6% per le donne (da notare, però, che la disoccupazione femminile è maggiore di quella maschile, cosa che purtroppo accade nei dati di tutte le regioni italiane tranne la Val D’Aosta). Veniamo agli inattivi sulla nostra provincia: secondo le stime dell’Istat, sul nostro territorio ce ne sono ben 97mila tra i 15 e i 64 anni; tutte persone prive di lavoro che non ne sono in cerca. Si tratta del 23% degli uomini e il 34% delle donne. Per quanto riguarda invece le fasce d’età, l’Istat conferma che in tutta Italia il maggiore colpo è stato subito dai giovani, quelli tra i 15 e i 34 anni.

Questa, in estrema sintesi, la panoramica che ci portiamo dietro in questo periodo così travagliato. Com’è possibile che già a vent’anni un giovane si ritrovi, per frustrazione o mancanza di possibilità, ad unirsi all’ormai folta schiera degli inattivi, rinunciando anche allo studio? In atto ci sono dinamiche che vanno a toccare molti punti: abbiamo avuto modo di parlarne con Carlo Veneroni, coordinatore della Camera del Lavoro per la zona di Correggio. «Già prima della pandemia, i giovani sono stati una categoria debole, così come le donne», ci ha confermato. «Sono categorie che già partivano da una base più esposta, e di fronte ad un evento mondiale devastante come la pandemia, hanno subito le conseguenze maggiori. Se una volta un giovane entrava nel mondo del lavoro a quindici o sedici anni, finendo la sua carriera lavorativa nella stessa azienda, oggi non è più così. Questo è risaputo, ma a livello legislativo non ci sono stati cambiamenti per adeguarsi a questa nuova realtà. Se viene a mancare il posto fisso, allora servono percorsi che permettano il passaggio da un posto di lavoro all’altro, ma non ci sono. Sono sempre di più i settori in cui ormai è la norma lavorare qualche mese, poi staccare, riprendere e via così».

Le trasformazioni in atto, sostiene Veneroni, non si fermano all’aspetto economico, ma riguardano anche la sfera culturale e sociale. Cosa significa oggi “essere giovane”? Quando si finisce di esserlo? «Oggi abbiamo una sorta di finzione culturale per cui si è giovani fino a quarant’anni», prosegue, «ma penso che anche questo sia frutto dei cambiamenti di cui stiamo parlando. Una volta, una persona diventava adulta quando entrava stabilmente nel mondo del lavoro. È una concezione che c’è sempre stata nel nostro territorio: quando uno acquisiva il lavoro, poteva programmare il proprio futuro ed entrare nell’età adulta. Oggi com’è possibile programmare il proprio futuro?» Domanda a cui, purtroppo, diventa sempre più difficile rispondere. E continua: «Poi c’è il fenomeno di tutti quelli che non studiano, non lavorano e non fanno formazione, che è molto grave. Tra una ventina d’anni questi giovani sempre giovani, che riescono ad avere una continuità contributiva attorno ai quarant’anni, si ritroveranno con delle pensioni che non garantiranno alcuna serenità».

Chi scrive questo articolo è, a tutti gli effetti, uno di questi giovani che studiano, non sanno bene quando e come entreranno nel mondo del lavoro, se ci riusciranno, e soprattutto facendo cosa. Di fronte a tutte queste condizioni, è svilente sentire anche la solita cantilena dei “giovani fannulloni”, che mancano di iniziativa e perdono tempo tutto il giorno. «Non è che tutti questi giovani stanno in casa e vivono con i genitori perché non si prendono le proprie responsabilità», afferma Veneroni, «spesso lo fanno proprio perché sono responsabili, sanno che andrebbero incontro ad un fallimento, per loro e per la loro famiglia. Stiamo trasformando il lavoro in qualcosa che ti dà una ricompensa, vitto e alloggio, e ti va già bene se riesci a chiudere qualche spesa. Un altro slogan che sento dire spesso è che un cattivo lavoro è meglio di nessun lavoro: abbracciare questo tipo di filosofia è la tomba di ogni tentativo per costruire un futuro migliore per i giovani».

Quali sono gli antidoti? Difficile a dirsi. Sicuramente, studiare rimane un elemento di grande valore. Le statistiche continuano a dimostrare che chi ha un titolo di studio più elevato, a distanza di un certo numero di anni ha un posto di lavoro migliore. Ma non tutti hanno il desiderio di studiare: ed è per questo, sostiene anche Veneroni, che è necessario dare garanzie a tutti i tipi di lavoratori, quelli più e meno qualificati, dar loro buoni stipendi, evitare di creare una spaccatura nel modo in cui “guardiamo” alle diverse professioni. Nessun lavoro ha una minore valenza sociale. È necessario dare valore al lavoro ed al lavoratore, valorizzare le competenze di ognuno e creare dei percorsi che aiutino le persone a potere sfruttare, queste competenze. Un giovane che non ha la possibilità di sfruttare le proprie capacità non è un giovane fannullone, è un giovane che non ha potuto prendere in mano il proprio presente per costruirsi un futuro. Non possiamo permettere che questo accada.

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