In fuga dalle guerre

I destini incrociati di Vitalia e Blessing, profughe da Ucraina e Nigeria

Fino a poco tempo fa vivevano in due paesi diversi e lontani ma Vitalia e Blessing, ucraina la prima e nigeriana la seconda, alcuni aspetti in comune li hanno. Entrambe sono scappate dalle guerre che hanno invaso i loro paesi e che inevitabilmente le hanno costrette a lasciare la loro quotidianità, fatta di certezze che oggi, con gli occhi dell’attualità, non ci sono più. Entrambe sono arrivate a Correggio con il bene più prezioso, i loro figli. Di questi tempi è già un miracolo di cui essere grati. Primo Piano ha avuto il privilegio di conoscere nel dettaglio la storia di queste giovani madri e di raccontare le loro vite coraggiose e fuori dal comune.

 

Vitalia ha ventinove anni, un figlio di tre, Makar, una laurea in lingue straniere e una in giurisprudenza. La mamma Ruslana vive a Correggio da quattordici anni, metà dei quali a lavorare come aiuto cuoca all’Osteria e gli altri nel negozio di Frutta e Verdura Mazzali di Maurizio Ferretti. Fino al ventiquattro febbraio scorso Vitalia viveva serena e tranquilla la sua quotidianità fatta di maternità, lavori domestici in casa, svago con le amiche, shopping e il futuro rientro al lavoro.

Quel giorno ha invece segnato l’inizio di un percorso fino ad allora inimmaginabile: la sua città Ivano-Frankivsk, nella parte Ovest dell’Ucraina al confine con la Polonia, è stata la prima città bombardata dai Russi. Alle 4.30 del mattino le forze armate hanno sganciato alcuni ordigni sull’aeroporto della città, uno dei più grandi dell’Ucraina e possibile base militare nazionale per la strategia bellica russa. Da quel momento, Vitalia capisce che il suo appartamento, non lontano dal luogo dell’esplosione, può diventare un alloggio pericoloso. In Italia la mamma, incredula che i russi abbiano dato inizio alle operazioni militari proprio dalla loro città, comincia a temere il peggio ed esorta la figlia a fare velocemente i bagagli e a trasferirsi dalla nonna, che abita nelle montagne all’interno dell’Ucraina.

Per qualche settimana, l’idea di Ruslana sembra essere corretta ma qualche tempo dopo Vitalia vede arrivare nel piccolo paese della nonna ben trenta camionette dell’esercito nemico con a bordo militari e armi. La deduzione di madre e figlia è l’imminente costituzione di un accampamento in quel luogo sperduto. A quel punto, Ruslana, sempre più impaurita per le sorti dei suoi famigliari, pensa che l’unica via di uscita sia lasciare il paese.
Vitalia e Makar sono pronti a correre questo rischio insieme a una cugina, studentessa di medicina di ventun anni. La nonna invece decide di restare là. Riescono a salire su un pullman di un’agenzia turistica, passano il confine ungherese dopo quattordici ore di colonna ed il terrore che l’esercito russo possa arrivare e sparare. Arrivano a Reggio Emilia nella notte dell’undici marzo dopo quaranta ore di viaggio. Ruslana si commuove quando ricorda quel momento: i volti stanchi, spaesati, impauriti e pallidi di donne giovanissime con i loro bambini ed un bagaglio minuscolo, una borsa o un piccolo trolley in cui farci stare l’indispensabile. Di turistico in quel viaggio c’è stato solo il mezzo di trasporto, il resto era angoscia e disperazione.

La consapevolezza di essere davvero al sicuro, Vitalia l’ha compresa solo il giorno seguente quando amici l’hanno avvisata che la città era stata nuovamente bombardata. Attualmente, la palazzina in cui viveva è intatta ma nessuno può dire se e per quanto resterà tale. Vitalia spera di riprendersi la sua normalità quanto prima e, soprattutto, si augura che il loro paese rimanga libero e democratico. Ammirano il presidente Zelensky, che definiscono un partigiano della Resistenza e un uomo che sta facendo il possibile e l’impossibile per il suo popolo e per la sua nazione.

 

Anche Blessing è di passaggio a Correggio dove è stata ospite di Gabriele Mariani e della sua famiglia. La sua storia è legata a due stati africani: la Nigeria, suo paese d’origine, e la Libia, il paese in cui, anziché trovare libertà e opportunità, ha conosciuto schiavitù e abusi. Blessing ha un nome che fortunatamente è diventato il suo destino. In inglese significa benedizione ed il suo arrivo in Italia, pur se con tante peripezie, lo è stato. Ha venticinque anni e una figlia di uno. Ha un diploma e sogna di laurearsi in Scienze infermieristiche perché, nella sua giovane vita, ha visto tante persone morire uccise e senza poter fare alcunché per loro. È nata e cresciuta nel villaggio di Umuezukwe, stato dell’Imo, un territorio che da anni è sede di conflitti tra tribù nigeriane, del Ciad e del Mali per il desiderio di queste ultime di espandersi in Nigeria.

Il papà e i due fratelli hanno combattuto ma da qualche anno sono scomparsi: Blessing non ha mai saputo che fine abbiano fatto. Nel frattempo lei lavorava in un negozio di generi alimentari ma ha dovuto lasciare il suo villaggio a causa di un incendio provocato da un attacco bellico. Decide di andare nella capitale dove un’amica della madre la accoglie e le prospetta un trasferimento in Libia, a casa di una conoscente. La Libia rappresenta per Blessing la promessa fatta dall’amica di tornare a studiare. La realtà dei fatti sarà diversa.
A sua insaputa, la donna libica ospitante dirige una casa di appuntamenti: Blessing viene privata del suo cellulare, non può dunque contattare la madre e diventa suo malgrado una delle tante ragazze del bordello. Dal 2014 al 2021 viene venduta a quattro diverse madames. Nell’ultima casa sarà costretta a mangiare e dormire pochissimo. Lo sfruttamento è totale. In quell’inferno senza via d’uscita, incontra un giovane uomo nigeriano, premuroso e attento, che percepisce il suo malessere fisico e psicologico.

Le fa domande e comprende quanto sta accadendo. Non può farla scappare ma può pagare per tenerla a casa sua per qualche mese. Si innamorano e Blessing rimane incinta di una bambina. Lui continua a pagare soldi affinché la compagna non torni al lavoro. Tuttavia, la padrona del bordello fa pressioni, rivuole la ragazza che tre mesi prima aveva partorito la sua prima figlia. A quel punto il compagno di Blessing chiede di pagare per la sua libertà.
È un prezzo molto alto e l’unico modo per sanare questo debito è lavorare gratuitamente in un negozio di cancelli e infissi che la madame possiede. Per Blessing la miglior soluzione possibile è venire in Italia con la figlia di quattro mesi. Decide di fare l’attraversata del Mediterraneo inizialmente su una piccola imbarcazione, poi sulla Sea Watch Four che salverà tutti i passeggeri di quel galleggiante precario.

In Italia, la gioia per la fine di un incubo ma presto si palesano alcune difficoltà. Da Trapani viene spostata a Crotone, Roseto degli Abruzzi e Teramo. Qui si ritrova in un campo profughi gestito da una signora che le ricorda, nei modi di fare, la sua ultima madame. Racconta che le due donne hanno la stessa durezza e lei non riesce a rimanere li. Contatta la Prefettura del luogo a cui denuncia il suo malessere, poi prende un treno per Reggio Emilia con un’altra immigrata che qui ha degli amici.

Viene messa in contatto con Giovanna Bondavalli che accoglie immigranti in una casa famiglia vicino a Bagnolo ma, essendo lei in isolamento per Covid, chiede supporto alla famiglia correggese. Nei giorni scorsi è rientrata a Teramo in un altro campo profughi, si trova meglio, spera prima o poi di ricongiungersi con il suo compagno e continua a sognare di diventare infermiera.

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