In dono al Comune la ex caserma dei Carabinieri

I coniugi Bertani ne sono protagonisti

Lettere, mail, messaggi, telefonate, post su Facebook: una marea di apprezzamenti. Non se la sarebbero aspettata. Anche da parte di chi non avrebbero immaginato. Benefattori di assoluta mitezza, i coniugi Artenice Rinaldi e Brenno Bertani me ne parlano quasi commossi, contenendo a fatica, nella loro naturale ritrosia, una gioia immensa. Da qualche giorno, dopo le belle parole del nostro Sindaco, Ilenia Malavasi, che ha dato l’annuncio del loro gesto, tutti sanno. Si tratta della donazione al Comune, che avverrà a lavori di ristrutturazione ultimati e a loro carico, della ex Caserma dei Carabinieri di Viale Cottafavi, che i due coniugi hanno recentemente acquisito. La destinazione voluta e condivisa con l’Amministrazione è per una “Casa della Cultura” che affiancherà il Palazzo dei Principi per offrire nuovi spazi, polivalenti e funzionali, ai nostri giovani, ma non solo, che vorranno arricchire conoscenze e cittadinanza. Un’operazione costruita con il contributo professionale dell’avvocato Giulio Morandi, fiduciario di famiglia, e che avrà nell’architetto Mauro Severi il progettista del recupero di questo edificio, datato 1930. Correggio è ricca di azioni generose. Il dono è di casa. Lievito di una solidarietà diffusa che concorre al bene comune. Dono è, per tanti, il tempo di vita offerto alle mille forme di volontariato civico. Dono è, per altri, risorse e investimenti per la sanità, per l’assistenza, per la sicurezza, come si è visto in tempo di pandemia. Tuttavia il dono di un immobile di tale entità, e per giunta riadattato allo scopo, non è cosa da tutti i giorni.

Artenice e Brenno mi raccontano la loro vita, con molta cordialità. Insistono sui doni che loro hanno avuto. Lei insegnante di educazione fisica per più di trent’anni al Liceo e all’Einaudi; lui uomo d’impresa, fondatore e titolare della Meccanoplast, il gioiello che lo ha impegnato fino a pochi anni fa. Per Artenice il dono è stata la solidarietà seminata e ricambiata, l’empatia con gli allievi, con le famiglie che l’ha portata dopo la pensione ad attività di volontariato per ragazzi ed anziani. «Nel mio cuore sono scolpiti i doni di papà Emore, segretario della Camera del Lavoro di Cadelbosco e poi vicesindaco: il bene comune prima di tutto, un laico spirito di servizio per i più bisognosi. Essere di sinistra, come mi ritengo, per me vuol dire questo … e fare, operare senza fermarsi ai proclami» mi dice. Per Brenno il dono è stato quel clima favorevole che il tessuto imprenditoriale, sociale e civile di Correggio consente per fare impresa senza dimenticare l’etica. «Non mi piace menar vanto di alcunché. La fortuna mi ha tenuto benevola compagnia. Ma non ne ho mai approfittato indebitamente. Né ho lasciato campo libero all’astuzia. Nei metodi aziendali mi ha sempre guidato l’onestà, e non me ne sono mai pentito. Perché l’onestà alla fine vince, statene certi». Sollecitato da Artenice, che lo richiamava ad inchinarsi al diktat dell’età, Brenno quattro anni fa ha ceduto la Meccanoplast al Gruppo AMA, che ne ha mantenuto il marchio e i prodotti, già apprezzati da un’affezionata clientela internazionale. E ora dall’economia alla cultura: iI passo è breve, basta volerlo. Si attraversa la frontiera della cosiddetta “economia civile”, una corrente di pensiero che trova diversi sostenitori tra economisti, filosofi, sociologhi. E che vede anche nei benefattori del dono e della gratuità degli artefici importanti di un modello di sviluppo che abbia la felicità umana come faro perenne. Brenno ne è un protagonista, a modo suo. «Sì, io credo che nel fare economia d’impresa si debba sempre avere a cuore l’interesse primario della collettività. Il profitto ci vuole, ma resta un mezzo, mai un fine. E con questa donazione, frutto di una vita di lavoro, cerco di restituire alla comunità parte di quello che la comunità ha donato a me». «Spero che il mio gesto sia contagioso – prosegue – Che altri correggesi investano in questo campo come in altri, supportando le Istituzioni, più di quanto stanno già facendo. C’è bisogno di spirito di servizio, di gioco di squadra. È tempo. Perché il corso degli eventi non va spontaneamente e sempre nel senso del bene collettivo. Serve l’intervento dei volenterosi. Anche sul progetto in fieri della Casa della Cultura mi auguro che altri possano partecipare per configurare spazi, occasioni. Nessuna esclusione pregiudiziale».

Artenice mi mostra una foto, scattata da Brenno, che raffigura lei stessa, a Palermo, in compagnia di tanti giovani venuti da ogni parte d’Italia per ricordare Falcone e Borsellino e chiamare all’impegno per la lotta contro la mafia e la criminalità. «Per Brenno e me, il giorno della strage di Capaci, il 23 maggio del 1992, evoca una tristissima circostanza personale. Quella sera nostro figlio Fabrizio, appena ventunenne, perse la vita in un incidente stradale qui vicino. Fabrizio, un dono bellissimo, tanto voluto, tanto amato, ma andato troppo presto. Ecco, vedi: da allora tutti gli anni partecipiamo, il 23 maggio, a “Palermo chiama Italia” dove approda la nave della legalità. Lì tra i tanti giovani che arrivano, sfilano e parlano, noi ritroviamo Fabrizio. Abbiamo tanta fiducia nei giovani d’oggi. E con la Casa della Cultura offriamo ad altri anche una parte di quel dono che è stata per noi la vita di Fabrizio».

Artenice e Brenno mi hanno aperto il cuore. Oltre alla gratitudine scatta in me, nel salutarli, il ricordo di alcune pagine luminose che Norberto Bobbio ci lasciò: l’elogio della mitezza. Virtù rara di questi tempi.

Quanto al progetto della Casa della Cultura, Primo Piano, anche per quella vocazione culturale cui si ispira, seguirà sicuramente, nei prossimi mesi, e con la dovuta attenzione, il suo divenire.

Giulio Fantuzzi

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