In ascolto e aiuto dei detenuti, persone dimenticate

Il correggese don Matteo Mioni, cappellano del carcere di Reggio

Tornata alla ribalta con il grande successo della serie tv Mare Fuori, la detenzione è una realtà di cui si parla poco. Da quindici anni, a Reggio Emilia, l’incarico di cappellano del carcere è affidato a Don Matteo Mioni, originario di Correggio. Ne approfittiamo per farci raccontare una realtà a noi geograficamente vicina, ma spesso dimenticata.

Come sei diventato cappellano del carcere di Reggio Emilia?
«Sono andato via da Correggio nel 1987 dopo essermi laureato: ho fatto il servizio civile, poi ho maturato la decisione di entrare nei Fratelli della Carità. Sono diventato prete nel 1998, iniziando il mio ministero in montagna; durante un percorso di approfondimento degli studi biblici a Roma ho conosciuto il carcere di Rebibbia. Andavo il sabato, la domenica e se potevo anche durante la settimana: lì è scoppiato l’amore con questa realtà. Poi il vescovo, sentendomi appassionato, mi ha proposto di sostituire l’allora cappellano del carcere a fine mandato. Dal 2008 sono cappellano del carcere di Reggio Emilia».

Che tipo di carcere è il penitenziario di Reggio?
«Il carcere di Reggio è ora una casa circondariale, per i detenuti con pene sotto i cinque anni o in attesa dell’ultimo grado di giudizio, e casa di reclusione, per le pene dai cinque anni in poi. C’è la sezione psichiatrica, che sostituisce l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario, e la sezione femminile, dove si trovano anche donne legate al mondo della mafia, in un’area dedicata. Un’altra sezione in cui presto servizio è quella delle persone transessuali, aperta recentemente per motivi di sicurezza fisica e sanitaria. Quando ho cominciato c’era anche la sezione dei sex offender, coloro che hanno compiuto reati sessuali verso donne e bambini, ma è stata accorpata per permettere ai detenuti di svolgere attività più significative poiché più numerosi».

Hai notato qualche cambiamento in questi quindici anni?
«Mi vengono in mente due elementi: l’aumento della popolazione straniera e l’età media che si abbassa. Attenzione, il numero di stranieri non aumenta perché sono di più o perché sono più delinquenti, ma perché per loro è più difficile l’applicazione della legge che consente di scontare la pena in modi diversi dal carcere. Questo per l’impossibilità di avere i documenti, un tessuto famigliare o un radicamento parentale che permetta l’accoglienza per i domiciliari.
Ricordo un ragazzo marocchino che, per una quantità di fumo di poco superiore al consentito, si è fatto otto mesi di carcere perché non aveva nessuno che lo potesse accogliere; al tempo stesso un ragazzo delle nostre parti, trovato con una quantità di cocaina infinitamente superiore, dopo quindici giorni è andato ai domiciliari perché ne aveva la possibilità. In più, i detenuti sono sempre più giovani e sempre di più entrano per reati legati alla droga».

Un tema che riguarda spesso il mondo delle carceri è quello del sovraffollamento.
«Il sovraffollamento è relativo. Nella casa circondariale c’era molta più gente quando ho iniziato: 378 persone quando il massimo era 220. Adesso la capienza del carcere è di 350 detenuti, comprese le varie sezioni aperte successivamente, perché si è deciso di togliere il terzo letto a castello. Ogni cella – meno di nove metri quadrati – ha due letti a castello per ospitare due carcerati. Sono condizioni comunque disumane, che non aiutano quei processi di cambiamento interiore che il carcere dovrebbe favorire».

Quali sono questi cambiamenti?
«Quando si viene arrestati la prima domanda è sempre “Quando esco di qua?”, ma la sfida è passare da questa a “Perché sono qua?” e “Come esco?”. Non basta ricostruire la vicenda del reato, ma quali sono le cause profonde dietro il fatto. Poi bisogna capire come si vuole essere quando si esce. Questa è la sfida di tutte le figure coinvolte nel carcere: accade spesso che ragazzi giovani si integrino rapidamente nelle dinamiche negative del carcere, adeguandosi ad un contesto criminogeno. Le statistiche del ministero ci dicono che nell’80% dei casi le persone rientrano dopo qualche mese. Anche in questo caso, avere una rete famigliare o di accoglienza e la possibilità di avere un lavoro può fare la differenza».

Qual è la funzione di un cappellano all’interno del carcere?
«La presenza del cappellano è stabilita dall’accordo Stato-Chiesa: per ogni religione dev’essere garantito il diritto al culto. Io celebro la Messa, il sacramento della confessione, ma attorno a questo ci sono tanti aspetti relazionali che mi portano verso la conoscenza della persona per quella che è in quel momento. Non quella che è stata e neanche quella che sarà, magari idealizzandola. Un servizio all’umano che per me è alla base del servizio religioso».

Tanti ragazzi della provincia ti conoscono per la comunità di via Petrolini. Ci racconti cos’è?
«La comunità è nata nel 2008 perché mi sono reso conto che tanti carcerati erano lì reati minori: serviva una rete relazionale che li potesse aiutare. La mia idea era di portare il carcere in parrocchia e la parrocchia in carcere, per cui abbiamo iniziato a cercare un appartamento in cui giovani della parrocchia potessero vivere con persone a fine pena o che dovevano scontare i domiciliari. Nel giro di poco abbiamo trovato un appartamento, appunto in via Petrolini: poi, anno dopo anno, la sorpresa più bella è stata vedere l’avvicendarsi di tanti giovani in quest’esperienza di vita comunitaria. Lo stile di casa l’hanno poi plasmato i ragazzi insieme alle persone che venivano accolte: questo ha permesso a tanti ragazzi di vivere esperienze significative, a diversi detenuti di non stare in carcere e a qualcuno di cambiare vita. Ma per tanti è stata soprattutto “un luogo in cui mi sono sentito a casa”: ha aiutato loro a sentirsi figli e la comunità parrocchiale a sentirsi madre, cambiando lo sguardo di ognuno sull’altro».

Un’occasione di incontro che ricorda gli obiettivi della giustizia riparativa.
«A Reggio c’è proprio un centro di giustizia riparativa che fornisce l’opportunità di una mediazione penale: non una riduzione di pena ma la possibilità di far incontrare – se possibile – la vittima e chi ha commesso il reato. È il modo più umano di amministrare la giustizia perché considera soggetti l’uno e l’altro, non solo chi ha commesso il reato come oggetto di una pena. Un modo per riconoscere la dignità della persona andando oltre le ferite e i danni che può aver provocato».

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